Reddito di cittadinanza e dintorni, la povertà non è sconfitta!, di Paolo Luparello

17 Febbraio 2019 in Noi la pensiamo così, Politica, Prima Pagina

Reddito di cittadinanza e dintorni, la povertà non è sconfitta!, di Paolo Luparello

Con meno di 10 miliardi di euro all’anno una forza politica populista ha dichiarato sconfitta la povertà in Italia. Forse avrebbero fatto bene ad aspettare ancora qualche mese per poterlo proclamare dal balcone di una palazzo delle istituzioni.

Personalmente ritengo il reddito di cittadinanza una norma di grande civiltà. Mi stupivo come fosse possibile che un Paese civile non avesse nel proprio ordinamento un intervento nei confronti di chi si trova in una condizione di disagio. In tanti hanno criticato il reddito di cittadinanza per le più disparate ragioni. Chi perchè ritiene che si dicentiva la ricerca di lavoro … in Italia? Chi perchè ritiene che si incentiva il lavoro nero … all’estero, nei Paesi civili, il lavoro nero non è praticabile! Chi perchè ritiene che molti furbetti lo otterranno senza averne diritto. E la lista potrebbe continuare.

Mi auguro che lo Stato saprà organizzarsi al meglio affinchè il reddito di cittadinanza venga percepito da chi veramente si trova in una situazione di bisogno.

Ma siamo sicuri che con il reddito di cittadinanza si sia sconfitta la povertà in Italia?

Purtroppo non credo che sarà così. Non credo che le file agli spacci e alle mense della Caritas, e organizzazioni simili, spariranno. Non lo credo perchè una buona parte di quelle persone che ricorrono a quelle forme di aiuto sono persone che un reddito lo hanno, solo che non è sufficiente per arrivare alla fine del mese.

Qualche giorno fa un articolo spiegava che sono almeno 1,5 milioni di persone che versano in condizioni di povertà in quanto hanno un salario/stipendio inferiore ai mille euro e con mille euro un single non c’è la fa ad arrivare alla fine del mese, figuriamoci una famiglia.

Il reddito di cittadinanza ha cominciato ad affrontare il problema dalla base, dai più poveri, da quelli più in difficoltà. Ma adesso si deve passare ai penultimi, a quelli che prendono uno stipendio da fame. Se 780 euro al mese è il reddito che si vuole assicurare a chi si trova in una situazione di disagio, quale è il reddito minimo che deve essere garantino a un lavoratore a tempo pieno (36 ore) che si trova al gradino più basso di una qualsiasi azienda pubblica o privata?

Un’altra norma di civiltà dovrebbe quindi essere quella di fissare questo reddito minimo con una operazione di grande equità sociale che non possono essere gli 80 euro per tutti quelli sotto una certa soglia ma una somma decrescente che parte da ciò che serve per portare i redditi minimi almeno a 1.300-1.400 euro. Non so se qualcuno si è fatto i conti ma se a un lavoratore a mille euro al mese togliamo la spesa che deve affrontare per andare a lavorare (spese di trasporto, eventuale pasto fuori casa) alla fine non percepirà molto più di quanto percepisce un percettore di reddito di cittadinanza. Oggi un lavoratore a tempo pieno (36 ore settimanali) percepisce 6,67 euro netti all’ora, probabilmente meno di un percettore di reddito di cittadinanza.

Bene il reddito di cittadinanza, ma adesso è tempo di effettuare una politica salariale che metta al centro i lavoratori e non la rincorsa al costo del lavoro dei Paesi in via di Sviluppo che all’insegna della globalizzazione sta distruggendo decenni di lotte sindacali per i diritti dei lavoratori.

Più diritti, più controlli e lotta senza quartiere ai delinquienti che distruggono lo stato sociale!

A quando un reddito di dignità per i lavoratori?

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