Riflessione di Fedro, Si lasci che le innovazioni maturino!, del 29 settembre 2025
Settembre 29, 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina
Che cosa ci insegna Bulgakov ne Le uova fatali? Fondamentalmente che se consegni una tecnologia rivoluzionaria nelle mani sbagliate, l’umanità riuscirà non solo a rovinarsi con una rapidità impressionante, ma lo farà convinta di star costruendo il futuro radioso. E non parlo solo dell’Unione Sovietica degli anni ’20, no: basta guardarsi intorno nel nostro 2025 occidentale, sempre iper moderno e sempre più incline a scivolare sulla stessa buccia di banana.
Il professor Persikov, biologo serio e un po’ lunatico, scopre quel misterioso “raggio rosso” capace di accelerare la vita. Sta ancora cercando di capire i meccanismi, di osservare gli effetti, di compilare dati, ma ecco che la politica (che non sa distinguere un ranocchio da un girasole) decide che lo strumento dev’essere usato subito: alleviamo polli giganti! Produciamo uova per tutti! Basta fame! È l’alba di un miracolo agricolo. La scienza, alla fin fine, è utile solo quando fa crescere fatturato o consenso elettorale, no?
E qui scatta il parallelo con la modernità: dal vaccino al digitale, dall’IA alla blockchain, non c’è scoperta che non venga velocemente trasformata in slogan da campagna marketing o legge nazionale votata di fretta, senza che nessuno — a parte quegli antipatici esperti, ingombranti con i loro grafici e dubbi — chieda “è davvero pronto?” o “che imprevisti può avere?”. La parola chiave è “implementazione immediata”: se rallenti sei un passatista, un frenatore, un nostalgico. E allora dentro: piattaforme digitali fatte con lo scotch, intelligenze artificiali spacciate come oracoli e usate per licenziare più in fretta, algoritmi che non si capiscono ma di cui ci fidiamo quanto dei tarocchi.
Nel racconto, quell’uso avventato del raggio rosso provoca una catastrofe: non polli ricolmi di proteine, ma rettili mostruosi pronti a divorare Mosca. Nella realtà, i nostri mostri non hanno zanne né squame, ma sono altrettanto famelici: polarizzazione sociale, fake news più velenose di un pitone, catene infinite di complotti servite calde su qualsiasi bacheca social. Abbiamo accelerato la vita digitale al punto che anche un semplice fatto di cronaca si sviluppa come un esperimento sul raggio di Persikov: diventa virale, muta, cresce oltre ogni limite e alla fine travolge il laboratorio che voleva osservarlo.
La morale ironica è che la storia, purtroppo, non è maestra di vita. Bulgakov segnala con un umorismo caustico che l’umanità tende a usare la scienza come un bambino usa un martello: non importa che serva a fissare un quadro, l’importante è battere forte ovunque, anche sul televisore nuovo. E così noi, con i nostri esperimenti tecnologici, sembriamo convinti che se inventiamo abbastanza mostri giganti prima o poi uno, almeno uno, sarà buono e gentile e magari ci porterà persino la spesa a casa.
Non sorprende, quindi, che oggi i “professori Persikov” — gli scienziati competenti, i tecnici prudenti, quelli che parlano di valutazioni d’impatto e di scenari di lungo periodo — siano spesso messi ai margini, o ridotti a nota a piè di pagina nei talk show dove domina l’esperto improvvisato che in cinque minuti ha capito tutto di epidemiologia, climatologia, crittografia e agricoltura sostenibile. Tanto la fretta è il nostro vero raggio rosso: un acceleratore che non tollera dubbi, pause, riflessioni.
Così, se nel racconto i rettili finivano per invadere Mosca, nel nostro tempo il mostro ha già invaso le nostre case: si chiama superficialità. Ci sussurra che tutto è semplice, immediato, sicuro. Ma sotto la sua pelle liscia si nasconde proprio quello che Bulgakov aveva visto: che se non lasciamo la scienza agli scienziati, e il governo delle trasformazioni tecnologiche a chi ha pazienza e competenza, allora sì, ci troveremo circondati da uova fatali di nostra produzione, pronte a schiudersi con conseguenze che — ancora ironicamente — ci diranno che “nessuno poteva prevederlo”.
Eppure, qualcuno poteva. Bulgakov, un secolo fa.
(EdS)
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