Riflessione di Fedro, Rigoni Stern e la guerra, del 2 novembre 2025
Novembre 2, 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina
Mario Rigoni Stern nacque il 1º novembre 1921 ad Asiago, sull’altopiano dei Sette Comuni, in una famiglia della piccola borghesia locale. La sua infanzia e giovinezza furono profondamente segnate dal paesaggio montano e dalla vita di comunità di frontiera, elementi destinati a permeare la sua scrittura. Con l’entrata dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale, si arruolò negli Alpini e visse in prima persona le tragedie del conflitto, partecipando all’epica e drammatica ritirata di Russia del 1942-1943. Dopo la guerra, Rigoni Stern venne imprigionato dai tedeschi in diversi campi di concentramento: sopravvisse e fece ritorno a piedi all’altopiano di Asiago solo nel 1945. Finita la guerra, fu per decenni archivista catastale e apicoltore, mantenendo una profonda connessione con la natura e con la storia del proprio territorio.
Il debutto come scrittore avvenne nel 1953 con “Il sergente nella neve”, autobiografia della ritirata di Russia che ottenne immediato successo. Nel corso della sua lunga carriera pubblicò romanzi, racconti, saggi e memorie, illustrando con chiarezza e profondità la vita delle genti alpine, le sofferenze della guerra e la responsabilità etica del narrare. Morì nella sua Asiago il 16 giugno 2008, lasciando un’eredità profondissima nella letteratura italiana contemporanea.
Lo stile di Mario Rigoni Stern si distingue per una chiarezza limpida, un lirismo misurato e l’assoluta assenza di retorica. Fin dall’esordio, la critica ha sottolineato la sua capacità di unire un ritmo narrativo incalzante a un uso preciso e sobrio del linguaggio; le sue pagine esemplificano una “scrittura chiara, poetica e antiretorica”, come rilevato da Italo Calvino, capace di amalgamare concretezza, ritmo e profondità emotiva. Rigoni Stern attribuiva grande valore alla precisione lessicale e alla comunicazione essenziale, preferendo una lingua che privilegiasse la lealtà verso il lettore e la verità dei fatti.
Con il passare degli anni, il suo stile si è arricchito di una sempre maggiore attenzione agli aspetti naturalistici, celebrando la relazione fra uomo e ambiente e assumendo una tensione profondamente etica e civile. L’esperienza della guerra, vissuta e narrata senza enfasi, si trasfigura nei suoi libri in racconto universale della memoria, del dolore e della speranza. L’andamento ritmico della sua narrazione corrisponde al passo dell’uomo sulla montagna, creando un legame indissolubile tra parola, paesaggio e memoria personale. Rigoni Stern riservava inoltre molta attenzione agli aspetti pedagogici della scrittura, invitando le giovani generazioni a coltivare lettura e rispetto per la natura.
Le tre opere più conosciute
- Il sergente nella neve (1953): È la testimonianza autobiografica della ritirata di Russia, vissuta dall’autore come alpino nel 1942-1943. Il libro, scritto con uno stile sobrio e diretto, narra la lotta disperata per la sopravvivenza, la solidarietà tra commilitoni e il senso tragico della guerra; considerato un capolavoro della letteratura italiana resistenziale, ha vinto il Premio Viareggio Opera Prima.
- Storia di Tönle (1978): Romanzo di ambientazione alpina che racconta la vita di Tönle Bintarn, simbolo della gente dell’altopiano ai confini della storia europea. Il romanzo è molto apprezzato sia per la finezza psicologica dei personaggi sia per la capacità di evocare paesaggio e memoria. L’opera ha ricevuto il Premio Campiello e il Premio Bagutta.
- Uomini, boschi e api (1980): Raccolta di racconti che celebra il rapporto sacro fra uomo e natura, esplorando i mestieri, le tradizioni e la vita sull’altopiano di Asiago. La prosa si fa ancora più essenziale e poetica, sottolineando la dimensione contemplativa e rispettosa dell’esistenza nel paesaggio montano.
Bibliografia
La produzione di Mario Rigoni Stern si articola in un corpus ampio e variegato, che include opere narrative, saggi, racconti brevi e memorie. Dopo il successo di “Il sergente nella neve” (1953), Rigoni Stern continuò ad approfondire le tematiche resistenziali in “Quota Albania” e “Ritorno sul Don”, legando sempre la sua esperienza personale agli eventi più drammatici della storia italiana. La guerra, in particolare, rimane uno sfondo imprescindibile, trattato però senza indulgere nella retorica, ma con uno stile pacato, riflessivo e ricco di pathos autentico.
Negli anni Sessanta e Settanta si avvicina maggiormente al racconto del territorio e delle tradizioni locali, con “Il bosco degli urogalli” (1962) e “Storia di Tönle” (1978), mentre negli anni Ottanta pubblica “Uomini, boschi e api” e “Amore di confine”, opere che esplorano il rapporto ancestrale con la natura, la memoria e il confine fra popoli. Rigoni Stern non si limita al racconto autobiografico, ma amplia l’orizzonte ad una riflessione universale sulle tracce del passato e sul valore della dignità umana.
Nel corso degli anni Novanta e Duemila, la sua produzione si arricchisce di nuovi spunti naturalistici: “Arboreto selvatico” (1991) offre racconti che nascono dall’osservazione degli alberi e dei paesaggi, mentre “Le stagioni di Giacomo” (1995) e “Sentieri sotto la neve” (1998) approfondiscono il tema della memoria e dell’identità locale. L’ultimo decennio della sua vita, pur segnato dalla vecchiaia, è costellato da ulteriori raccolte e riflessioni sulla guerra (“I racconti di guerra”, “Stagioni”, “Tra due guerre e altre storie”), che abbracciano il passato collettivo come filtro per comprendere il presente e la responsabilità del singolo.
(EdS)
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