Riflessione di Fedro, del 13 settembre 2025
13 Settembre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina
La recente uccisione di Charlie Kirk, attivista politico conservatore e figura di spicco della destra americana, durante un evento pubblico universitario in Utah da parte di un giovane di orientamento politico avverso e descritto come instabile, ha scatenato timori di disordini diffusi e acceso un grande dibattito nazionale. La sua morte, rapidamente proclamata “assassinio politico” dai suoi sostenitori e da parte delle autorità locali, viene trattata da molti come simbolo di una frattura profonda nella società americana, oltre che della crescente violenza politica. Tuttavia, viene spontaneo chiedersi perché questa specifica vittima debba assumere un valore “simbolico” diverso da quello delle numerose altre vittime della violenza armata negli Stati Uniti, spesso coinvolte in stragi senza motivazioni esplicite se non l’odio generalizzato e la facilità di accesso alle armi.
L’omicidio di Kirk ha avuto una copertura mediatica quasi totale, con reazioni forti di cordoglio, proclamazione di lutto nazionale e dichiarazioni di allarme da figure pubbliche come Donald Trump, che hanno sottolineato il rischio di una possibile escalation di disordini. Gli amici e simpatizzanti di Kirk hanno invocato la sua figura come martire della causa conservatrice, spingendo la narrazione secondo cui l’attacco sarebbe stato motivato dall’odio politico – un atto di “guerra” nella polarizzazione americana. In passato, però, episodi anche più sanguinosi con decine di vittime, commessi da individui psicologicamente instabili e senza un manifesto movente ideologico, non hanno scatenato simili ondate di mobilitazione sul piano simbolico-politico, né minacce di disordini generalizzati.
Il motivo per cui la morte di Kirk viene trattata diversamente risiede prevalentemente nella sua posizione di leader e simbolo di un movimento politico organizzato, in grado di capitalizzare la tragedia per rafforzare l’identità del gruppo e legittimare le proprie paure e rivendicazioni. La narrazione “simbolica” scatta quando la vittima è riconoscibile, ha una rete di sostegno che sa mobilitare media e opinione pubblica, e soprattutto quando la motivazione del delitto viene letta in chiave politica (“assassinio politico”). Le numerose stragi commesse da squilibrati armati vengono sì lamentate dal punto di vista umanitario e sociale, ma raramente connotate come eventi capaci di muovere schieramenti, poiché mancano di una chiara dimensione identitaria-ideologica.
La figura di Kirk rischia dunque di diventare il vessillo di una battaglia identitaria: per i conservatori, la sua morte viene presentata come attacco deliberato alla libertà di espressione e al diritto di dissentire in un Paese sempre più polarizzato; per altri, è la prova ulteriore della crisi della democrazia americana e dell’urgenza di riflessione sulle armi e sull’odio politico. La retorica del martirio tende a oscurare la natura sistemica della violenza armata nel Paese e sposta il focus dal problema del facile accesso alle armi e della salute mentale all’antagonismo fra fazioni.
Non vi è una ragione oggettiva per cui questa vittima dovrebbe essere trattata diversamente dalle altre – il vero discrimine è la capacità del contesto politico-mediatico di strumentalizzare il caso per fini propri. Se si vuole affrontare con onestà il problema della violenza armata in America, bisognerebbe evitare la costruzione di vittime “di serie A e di serie B” e riconoscere che ogni perdita è il sintomo di una malattia comune: la “culture of violence” e la disponibilità pressoché illimitata di armi. Solo così si potrà risolvere la questione, senza lasciarsi trascinare dalla logica delle battaglie identitarie di parte che rischiano di aggravare la frattura sociale
Poi c’è da fare una considerazione sul discorso di Erika Kirk, moglie del defunto attivista conservatore Charlie Kirk, discorso che è stato improntato sulla promessa solenne di portare avanti la missione e il movimento politico del marito, dichiarando che “non avete idea del fuoco che avete scatenato in questa moglie” e annunciando che la voce di Kirk continuerà a risuonare, con iniziative e tour mantenuti secondo i piani. Tuttavia, questa scelta appare in “leggero contrasto” con molte delle posizioni pubbliche di Charlie Kirk su ruolo e azione delle donne nello spazio pubblico: egli aveva spesso espresso idee tipicamente conservatrici, sostenendo ruoli, a voler essere educati, “tradizionali per la donna nella famiglia”, criticando il femminismo militante e le leadership femminili in politica come segni di una società “deviante” o “disfunzionale”, e difendendo un modello di rappresentanza fortemente patriarcale.
Il fatto che proprio sua moglie assuma ora il ruolo di guida, lascia comprendere di che natura sono questi movimenti che nonostante le posizioni intollerabili per ciascun uomo/donna di media intelligenza e anche modesta cultura consentono di conquistare ruoli inimmaginabili per Paesi di una qualche tradizione democratica.
(EdS)
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