Riflessione di Fedro, Tra vendetta e genocidio, del 7 ottobre 2025

7 Ottobre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

L’attacco terroristico del 7 ottobre 2023 rimarrà inciso nella memoria collettiva come una delle giornate più cupe del nostro tempo recente. In quella data, il sangue versato di centinaia di uomini, donne e bambini, la ferocia di un’azione condotta contro civili inermi, ha ricordato al mondo quanto fragile sia la speranza di pace in una terra che da decenni vive sospesa tra rancore, paura e desiderio di vendetta. Chi ha compiuto quell’atto ha negato, con violenza assoluta, il valore universale della vita umana, facendo precipitare intere comunità in un abisso di dolore e indignazione. È difficile trovare parole che possano esprimere la misura di un simile orrore, perché di fronte a immagini di carneficina e di ostaggi trattati come strumenti di ricatto politico, ogni linguaggio sembra impoverito, incapace di restituire la grandezza della tragedia umana.

Ma ciò che è seguito, la risposta devastante del governo israeliano e il bombardamento incessante di Gaza, ha aperto un altro capitolo di sofferenza che rischia di oscurare il primo. Le cifre delle morti palestinesi, la distruzione di interi quartieri, la disperazione di famiglie costrette a sopravvivere tra le macerie, richiamano alle menti un disegno di punizione collettiva che trascende la legittima difesa e si avvicina a una forma di annientamento. Si è rischiato — e forse si è in parte compiuto — un atto che non solo toglie la vita, ma che cancella la memoria, polverizza radici, recide per sempre il legame di un popolo con la propria terra. Così, mentre l’una parte rivendica la propria sicurezza e l’altra la propria sopravvivenza, la logica della violenza reciproca continua a nutrirsi di se stessa, rendendo sempre più remoto ogni barlume di riconciliazione.

Stigmatizzare entrambi i contendenti non significa porli sullo stesso piano morale, ma ricordare che ogni gesto di disumanità, da qualunque parte provenga, contribuisce ad alimentare il ciclo dell’odio. L’uccisione deliberata di civili israeliani è un atto terroristico, ma il bombardamento sistematico di popolazioni civili palestinesi costituisce un crimine che, pur muovendo da un diverso contesto politico e militare, produce lo stesso effetto distruttivo sulla dignità umana. Alla base di entrambe le tragedie vi è la stessa cieca convinzione: quella di poter costruire sicurezza eliminando l’altro. Ma la storia insegna che nessuna nazione può fondare la propria pace sul dolore di un altro popolo.

Per uscire da questa spirale serve un coraggio diverso, quello della rinuncia all’odio, quello della parola che sostituisce la rappresaglia, quello del riconoscimento reciproco come unica via verso la sopravvivenza. Il punto di svolta potrà venire solo quando ciascuna parte accetterà di guardare all’altra non come a un nemico inevitabile, ma come a una presenza con cui condividere, forzatamente o liberamente, la medesima terra. Ogni bambino che cresce nella paura o nell’odio rappresenta un futuro perduto, un potenziale profeta della vendetta. Ogni gesto di apertura, per quanto piccolo, rappresenta invece un mattone di un fragile ponte che potrebbe collegare due rive oggi lontanissime.

Non c’è pace che possa essere imposta, non c’è sicurezza che possa nascere dalla distruzione, così come non esiste libertà che possa germogliare nel terrore. Le vere conquiste morali dell’umanità — il riconoscimento dei diritti, la dignità della persona, la giustizia — sono nate solo quando le armi si sono deposte e la parola ha ripreso il suo posto. Israele ha diritto a vivere senza la minaccia costante di massacri, e il popolo palestinese ha diritto a vivere libero da occupazione, umiliazione e miseria. L’una sopravviverà veramente solo se l’altro potrà vivere dignitosamente.

La sfida, allora, non è soltanto politica, ma profondamente spirituale e morale: si tratta di scegliere se voler continuare a ripetere le stesse tragedie o se tentare, finalmente, di scrivere una nuova storia. Una storia che, per realizzarsi, dovrà basarsi sulla volontà reale di convivere e di riconoscere nell’altro un essere umano con uguale diritto alla vita, alla speranza, alla memoria. Chi ama la propria vita e quella degli altri non può che invocare questa strada, per quanto difficile e tormentata, come l’unica capace di riscattare davvero l’onore dell’umanità e chissà che le manifestazioni partecipatissime stimolate dall’esperienza della Global Sumud Flottilla non lo mostrino al mondo intero e soprattutto ai popoli che oggi stanno soffrendo.

(EdS)