Trivellazioni offshore nel Mediterraneo … un affare per chi?, del 02.12.2014, martedì

2 Dicembre 2014 in Contributo

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’articolo inviatoci dall’amico Calogero Gambino che affronta un tema di attualità e che forse è stato trattato con troppa faciloneria … a leggere certi resoconti giornalistici! Sicuramente il governo regionale avrà preso in considerazione tutti gli aspetti che l’amico Calogero esamina nel suo articolo e non saranno state, certamente, le solite pulsioni “pecuniare” ad aver guidato l’azione del governo. L’articolo mette in luce una serie di pro e contro, più i secondi per la verità, che possono costituire la base per un interessante confronto … anche in un prossimo incontro di “Perchè no…qualcosa si muove” … per il momento ringrazio Calogero per il suo contributo, buona lettura!

Trivellazioni offshore nel Mediterraneo – Spunto per una riflessione, di C.Gambino

  1. Interessi contrapposti

Nell’aprile 2012 la Commissione Ambiente dell’UE, pubblicò l’articolo “Offshore exploration and exploitation in the Mediterranean – Impacts on marine and coastal Environments” (1)  nel quale, tra l’altro, si riferiva che molti degli impatti delle attività offshore sull’ambiente marino sono incerti, dovuti alle complesse interazioni tra le differenti specie dell’ecosistema marino e le difficoltà associate con la conduzione di ricerche scientifiche nelle profondità marine.piattaforme_petrolifere

Occorre precisare che le attività offshore non includono solo la ricerca petrolifera ma anche la produzione di energia rinnovabile, l’estrazione di minerali, sabbie e ghiaia.

Le principali preoccupazioni della Comunità Europea e, in generale, di molti altri Stati, sono tuttavia focalizzate sulle conseguenze che possono scaturire dalle attività di estrazione del petrolio e del gas perchè, purtroppo, esse sono state sperimentate in alcuni casi.

Al riguardo, si rinvia al disastro, e alle conseguenze politiche e economiche che ne seguirono, della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, avvenuto nel 2010.

Le attività di ricerca e estrattive di idrocarburi nell’ambiente marino del Mediterraneo, il quale è particolarmente vulnerabile a causa della sua configurazione geografica di bacino semichiuso e per l’elevata sismicità, stanno aumentando (1).

L’attività sismica, come ampiamente noto, può generare onde anomale (tsunami) che sono capaci di causare seri danni sulle strutture offshore, anche con rilascio di idrocarburi in mare.    Ai potenziali rischi naturali si aggiungono quelli derivanti dal particolare momento di turbolenza politico-religiosa dell’area Mediorientale che potrebbe individuare nelle strutture offshore potenziali obiettivi di una guerra asimmetrica condotta con tecniche terroristiche.spiaggia con petrolio

Per valutare se sussiste la possibilità di conciliare lo scontro tra fautori e detrattori dell’estrazione di idrocarburi offshore, che incarnano interessi contrapposti allo svolgimento di questa attività, vanno pesati i vantaggi e gli svantaggi orientando conseguentemente le scelte politiche.

Il valore degli ecosistemi marino e costiero può essere compreso in termini economici attraverso i servizi che l’ecosistema marino-costiero stesso può fornire.  Questi servizi includono materie prime (raw materials) e pescato nonchè benefici ricreativi, oltre a funzioni di regolazione, come per esempio la regolazione del clima attraverso l’assorbimento dei gas serra (GHGs) (1).

Nel 2010, l’ambiente marino del Mediterraneo fu conservativamente stimato in circa €/Km2  10.000,00, con la maggior parte dei benefici derivanti da comfort  e svago (2).   L’estensione del Mar Mediterraneo è di circa 2.500.000 Km2.

La stima dei giacimenti offshore italiani è di circa 9,778 milioni di tonnellate (6), circa 70 milioni di barili.  I consumi nazionali nel 2013 sono stati di 59 milioni di tonnellate.  I giacimenti offshore, se impiegati solo per sopperire al fabbisogno interno, garantirebbero una autonomia petrolifera di sole 8 settimane (6).  Nonostante la diminuzione dei consumi petroliferi, -5% nel 2013, la produzione continua ad aumentare con un +2% a livello nazionale (terra e mare) e un +53% per la sola produzione da piattaforme offshore, che nel solo 2013 hanno estratto 724 mila tonnellate di greggio, 250 mila in più rispetto al 2012 (6).

Per agevolare l’analisi sul valore degli interessi in gioco, ai potenziali 25 MLD $ di valore degli ecosistemi marino e costiero dell’intero Mediterraneo  sono contrapposti, con un valore attuale del barile di greggio (circa 159 l e 0,14 t di peso) di circa 66$, un valore dei giacimenti italiani di circa 4,6 MLD $. A questa somma vanno aggiunti i costi di raffinazione, trasporto e tasse.

  1. I rischi e le regole per lo sfruttamento dei giacimenti offshore

Il danno  ambientale a seguito di incidente su strutture offshore potrebbe anche rivelarsi se non irreversibile sicuramente perdurante per un lungo lasso di tempo danneggiando seriamente anche l’economia di tutti gli altri comparti che comunque gravitano nell’area di incidente. Il bacino del Mediterraneo è anche una meta turistica popolare e un rilascio  in mare di significative quantità di petrolio a seguito di incidente potrebbe causare perdite economiche rilevanti.

Nel 2006 si verificò il versamento a mare dalla centrale elettrica di Jiyè in Libano che è considerato uno degli incidenti più seri che abbiano interessato le acque europee nelle coste del Mar Mediterraneo recentemente. Un rapporto dell’UNEP nel 2007 riferì che un danno a lungo termine dell’ambiente marino era da escludersi, ma il versamento in mare del Libano era ben piccola cosa rispetto all’incidente verificatosi alla Deepwater Horizon in Messico (3).  L’ incidente, riguardante il Pozzo Macondo, posto a oltre 1.500 m di profondità, causò un cospicuo rilascio di greggio in mare. Lo sversamento iniziò il 20 aprile 2010 ed è terminato 106 giorni più tardi, il 4 agosto 2010, con milioni di barili di petrolio che ancora galleggiano sulle acque di fronte a Louisiana, Mississippi, Alabama e Florida, oltre alla frazione più pesante del petrolio che ha formato ammassi chilometrici sul fondale marino. È il disastro ambientale più grave della storia americana, avendo superato di oltre dieci volte per entità quello della petroliera Exxon Valdez nel 1989 (10). La sola multa applicata dagli USA alla British Petroleum fu di circa 4,5 MLD $.

I più gravi incidenti occorsi a piattaforme da idrocarburi in Norvegia e nel Regno Unito negli anni 80 del secolo scorso uccisero centinaia di lavoratori, ma si verificarono pochi rilasci di greggio nelle acque dell’Artico. Nel 2012 erano presenti all’incirca 1000 installazioni offshore nell’Unione Europea (includendo la Norvegia), e quasi la metà di queste installazioni sono nel Regno Unito.

Oggi si contano circa 400 pozzi solo in Spagna e Italia, e una serrata attività di  prospezione è in corso attualmente nel sud est del Mediterraneo (3).   E’ diffusa preoccupazione che l’attuale crescita delle prospezioni e dell’estrazione di greggio, a seguito della riduzione di risorse, senza un’efficace regolazione possano esporre l’ambiente marino e costiero del Mediterraneo a seri rischi, date le sue specifiche caratteristiche fisiche.

I terremoti si verificano più frequentemente nel Mediterraneo che nel nord Europa, anche se in quest’ultimo sono assai frequenti le tempeste in mare.

Come rilevabile dalla fig. 1 desunta dal citato articolo della Commissione Ambiente dell’UE (2) il traffico marittimo principalmente e l’attività offshore marginalmente hanno fatto registrare possibili diffusi episodi di inquinamento nel Mediterraneo.

Dal suddetto quadro emerge che se non si può ridurre il traffico marittimo, si può e si deve agire per migliorare la sicurezza ambientale dei trasporti via nave vigilando attentamente, in modo che il principio del “chi inquina paga” possa fungere da efficace deterrente.

Al riguardo, l’UE ha emanato varie norme che potrebbero aiutare a proteggere l’ambiente marino dai danni causati dall’esplorazione offshore tra cui la Marine Strategy Framework Directive (2008/56/EC).  Le compagnie coinvolte nelle prospezioni offshore di idrocarburi e gas hanno licenze concesse sotto la Direttiva 94/22/EC. Tuttavia, non c’è una legislazione specifica per il settore petrolio e gas. Due sono gli strumenti politici che possono correggere questo stato di fatto:

  1. il cosìdetto “Off shore Protocol” della Convenzione di Barcellona (4);

  2. una nuova legislazione programmata sulla sicurezza delle prospezioni offshore di gas e petrolio e delle attività di produzione (5), sollecitata dal versamento della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico nel 2010.

 La UE è già un contraente della Convenzione di Barcellona e la Commissione Europea compì un importante passo nell’ottobre 2011 con una proposta di ratifica della Convenzione “Offshore protocol”, che protegge il Mediterraneo  contro l’inquinamento da attività di esplorazione e estrazione  off shore. Il Protocollo richiede sistemi da installare in sito per monitorare e compensare il danno causato da attività offshore (1). In aggiunta, sotto la legislazione programmata, la responsabilità per il ripristino ambientale seguente a qualunque incidente offshore dovrebbe ricadere interamente sull’operatore, estendendo la responsabilità da 22 Km dalla costa (prevista dall’attuale legislazione) a 370 Km (1).

Il rischio connesso con un incremento dell’attività di estrazione di petrolio non può essere trascurato, così come gli effetti devastanti che anche piccole quantità di greggio disperso in mare potrebbero avere sulle coste in un ambiente chiuso come il Mediterraneo.  Un esempio recente è l’incidente occorso sulle coste delle isole Egadi ricoperte di catrame nel gennaio 2013 , legato al lavaggio della cisterna di una nave, su cui sono intervenute le squadre di Legambiente Protezione Civile rimuovendo 5 tonnellate di greggio (3).

La mancanza di chiari indirizzi sulla sicurezza delle infrastrutture offshore italiana ed europea si scontra con l’attuale fermento delle compagnie operanti nel settore oil/gaz nei campi dello Structural Integrity Management e del Wells Integrity and decomissioning nel resto del mondo (7).

 Ferraro2009
fig. 1 – Possibili perdite rilevate nell’ambiente offshore del Mediterraneo da satellite complessivamente nel periodo 1999-2004, causati sia da traffico marittimo che da installazioni offshore, come indicazione della scala dell’attuale inquinamento da idrocarburi. Fonte: Ferraro e al. (2009). Le navi sono una delle maggiori sorgenti di contaminazione nel Mediterraneo, un incremento delle attività di prospezione e estrazione offshore nella regione potrebbe potenzialmente aggiungersi a questo onere.

  1. L’attuale quadro della geopolitica del petrolio

Gli avvenimenti in corso in Medio Oriente che coinvolgono le aree petrolifere del Kurdistan iracheno e siriano al confine con la Turchia, nonchè l’evoluzione della crisi Russo-Ucraina hanno sicuramente una relazione con la improvvisa vivacità delle richieste di prospezione e sfruttamento odierne in Sicilia.  Gli sviluppi delle situazioni mediorientale e quella russo-ucraina nel prossimo futuro, qualunque essi siano, faranno rialzare i prezzi del greggio, oggi fortemente abbassati dal contrabbando che l’IS, con la complicità della Turchia, ha messo in piedi per finanziare la guerra volta alla realizzazione del Califfato, e, di conseguenza, anche quelli del gas.   Sul gioco al rialzo gravano anche il ruolo che i proventi del petrolio hanno sul bilancio interno degli Stati produttori di greggio e la finanza collegata ai costi di estrazione dello shale oil, più elevati di quelli di estrazione dai pozzi tradizionali.

A complicare il quadro geopolitico è stata la recente la decisione dell’Arabia Saudita di non ridurre i quantitativi estratti facendo così registrare costi al ribasso che nell’ultima settimana ha quotato  un barile a circa 66,02$. Un ulteriore colpo all’industria dello shale oil americano, che verrebbe indotta a ritirarsi nel mercato interno. Il guanto della sfida, secondo quanto riferisce CNN Money a proposito di una informativa che Bespoke Investment Group ha girato ai propri investitori, è stato gettato per i produttori dell’emisfero occidentale come Brasile, Canada e Stati Uniti.  Il mondo petrolifero, alla luce dei recenti accadimenti se il quadro non muterà, sarà costretto a interrogarsi sugli investimenti per ricerca e produzione di nuovi giacimenti.

I Paesi maggiormente danneggiati faranno di tutto per un rialzo dei prezzi del greggio. Su questa prospettiva si deve tenere conto anche dell’influenza della Finanza che opera nel mercato dei futures, che potrebbe compensare, col mercato al rialzo, le eventuali perdite subite dai contratti oggi in scadenza.  Oggi tutti i Paesi che in qualche modo stanno subendo la crisi generale fronteggiano il calo dei consumi e del conseguente gettito fiscale mantenendo stabile il prezzo alla pompa e aumentando le accise.

Su questo complesso quadro geopolitico vanno fatte alcune riflessioni riguardanti le concessioni offshore autorizzate con la Legge Sblocca Italia e regolate dall’accordo siglato dal Presidente della Regione Siciliana con l’Assomineraria.

Come riferisce Legambiente (3), e’ in corso un vero e proprio assalto al mare siciliano da parte delle compagnie petrolifere, con 12.908 kmq di mare interessati dai 5 permessi di ricerca già rilasciati e da altre 15 richieste di concessione, ricerca e prospezione avanzate.

Dati aggiornati a fine 2013 indicano che nel canale di Sicilia sono estratte 301.471 tonnellate di petrolio, il 41% del totale nazionale estratto in mare.

Desta perplessità, secondo Legambiente, l’atteggiamento contraddittorio del Governo che esprime da un lato l’intenzione di limitare al massimo le attività estrattive offshore mentre dall’altro lato vara norme che favoriscono le società proponenti e ampliano le aree di prospezione e ricerca a disposizione per la loro attività (DM 27 dicembre 2012, che ha ampliato la Zona C nello Ionio meridionale compresa tra Capo Passero e Malta) . Il riferimento ai vincoli previsti dal Dlgs 128/2010, molto più stringenti ed efficaci per la tutela ambientale del mare italiano che sono stati elusi dall’approvazione dell’articolo 35 del decreto sviluppo del giugno 2012, che specifica che i divieti di attività offshore entro le 12 miglia dalla costa valgono solo per le nuove richieste(6).

Le piattaforme attive sono Gela 1, Gela Cluster, Perla e Prezioso, di proprietà della società Eni Mediterranea Idrocarburi, e Vega A, di proprietà di Edison. A queste potrebbero  aggiungersene 4, oggi in fase di valutazione di impatto ambientale. Due nel tratto di mare antistante Licata e Palma di Montechiaro e una di fronte la costa meridionale di Pantelleria, dove è già stato rilasciato anche un permesso di ricerca per 657 kmq di area marina. Oltre a queste c’è poi il progetto di ampliamento dell’attività estrattiva accanto alla piattaforma Vega A di Edison, a largo di Pozzallo, con un secondo impianto denominato Vega B (3).

  1. Riflessioni conclusive

Alla luce di quanto precede, non può che ammettersi che tanto la legislazione europea che quella nazionale subiscano l’azione di gruppi di pressione affinchè sia consentita loro la massima libertà di azione e una legislazione vantaggiosa ai propri interessi.

E’ certamente inaccettabile che le royalties vengano abbassate in cambio di non meglio specificati investimenti e sul mantenimento degli attuali livelli occupazionali.  Si tratta di un ricatto che è già stato perpetrato e largamente praticato per ottenere che la fiscalità generale sopportasse costi che invece principi di equità e solidarietà oltre che per preciso dettato statutario/costituzionale vorrebbero a carico di chi beneficia dei proventi di estrazione del greggio.

L’industria del petrolio incarna ancora il modello capitalistico ottocentesco di tipo “manchesteriano”. Il capitalismo iniziale, così come gran parte di quello attuale, non paga i costi delle risorse naturali che sfrutta. Per l’imprenditore “manchesteriano”, ma anche per il suo critico feroce Karl Marx, la natura è liberamente disponibile (11).

Se le argomentazioni riguardanti le preoccupazioni ambientali sin qui analizzate a sfavore delle attività offshore hanno abbastanza peso, anche economico,  esse però possono divenire opinabili se confrontate con la stabilità economica e la sicurezza energetica e nazionale.

Una Politica con le carte in regola, tuttavia, anche in un contesto di interessi nazionali prevalenti, avrebbe preteso dal Campione Nazionale dell’energia sforzi di comunicazione- e non subito ricatti occupazionali – per fare comprendere ai cittadini italiani che vivono in Sicilia i benefici  che ne avrebbe tratto l’intera Nazione. Inoltre, avrebbe preteso le garanzie di essere in grado di gestire un incidente con rilascio incontrollato di greggio.  Questo messaggio sarebbe potuto passare attraverso la dimostrazione, da parte del Campione Nazionale dell’energia, di avere sviluppato seri piani di intervento in caso di incidenti e di un programma di controlli che minimizza la possibilità di accadimento di incidente, anche in caso di sismi severi, promuovendo nel contempo la nascita di scuole che formino adeguati profili professionali nel territorio e di realtà aziendali di elevato contenuto tecnologico a supporto.

La Politica con le carte in regola, parafrasando il Presidente Pier Santi Mattarella, ha il dovere di chiarire ai cittadini italiani che vivono in Sicilia, in tutti i suoi  aspetti, sopratutto quello dei contributi pregressi mai versati, l’accordo con il Governo Nazionale alla luce della sentenza della Corte Costituzionale riguardante gli articoli 36, 37 e 38 dello Statuto Speciale siciliano.

Sorge forte il dubbio che lo Stato non abbia versato quanto previsto dallo Statuto Speciale Regionale perchè non è mai stato redatto dalla politica locale  il previsto piano economico, in base al quale i suddetti proventi sarebbero stati impiegati nella esecuzione di lavori pubblici volti a creare le infrastrutture necessarie al modello di sviluppo che la Politica avrebbe avuto il dovere di proporre.

Invece non è andata così e le risorse disponibili, oltre che perdersi per l’incapacità di programmazione, sono state impiegate per alimentare posizioni parassitarie, incluso quelle di una imprenditoria sovvenzionata e non in grado, in larga parte, di competere e investire.

E’ ormai assai difficile fugare il sospetto, che dilaga a tutti i livelli tra i cittadini italiani che vivono in Sicilia,  che l’attuale establishment sia in mano a gruppi di pressione – che sono stati dentro i governi regionali degli ultimi dieci anni – i quali non perseguono l’interesse generale allontanando ancora di più i cittadini dalle Istituzioni e dalla Politica.

Bibliografia

  1. Science for Environment Policy | Future Briefs | Offshore Exploration and Exploitation in the Mediterranean, April 2012;

  1. Tinch, R. & Mathieu, L., (2011). Marine and coastal ecosystem services: Valuation Methods and their Practical Application. Cambridge: UNEP-WCMC. Availableat:http://www.unep-wcmc.org/medialibrary/2011/05/12/13ecc6c4/Marine%20and%20Coastal%20Ecosystem%20Services_Biodiv%20Ser.pdf;

  1. Dossier di Legambiente – Canale di Sicilia, da favola blu a incubo nero? -, luglio 2014;

  1. European Commission (2011a) European Commission Proposal for a Council Decision on the accession of the European Union to the Protocol for the Protection of the Mediterranean Sea against pollution resulting from exploration and exploitation of the continental shelf and the seabed and its subsoil COM(2011) 690 of 27 October 2011. Available at: http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/ LexUriServ.do?uri=COM:2011:0690:FIN:EN:PDF

  1. European Commission (2011b) European Commission Proposal for the Regulation of the European Parliament and of the Council on the safety of offshore oil and gas prospection, exploration and production activities COM(2011) 688 27 October 2011. Available at: http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=COM:2011:0688:FIN:EN:PDF

  1. Dossier di Legambiente – Per qualche tanica in più -, luglio 2014;

  1. DecomWorld – Well integrity: There’s so much more we could know – in: www.decomworld.com/well/integrity;

  1. EUROPA, (2011). Commission proposes new rules on the safety of offshore oil and gas activities [press release] 27 October 2011. Available at: http://europa.eu/ rapid/pressReleasesAction.do?reference=MEMO/11/740&type=HTML;

  2. Communication from the Commission to the European Parliament and the council COM(2008) 699 of 4 November 2008. The raw materials initiative – meeting our critical needs for growth and jobs in Europe. Available at: http:// eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=COM:2008:0699:FIN:en:PDF;

  3. Acquaro A. – E all’alba del centesimo giorno la marea nera non si vede più – La repubblica, 29 luglio 2010;

  4. Valori G.C. (2012) – Geopolitica dell’acqua – Rizzoli;