Riflessioni di Fedro, del 4 settembre 2025

4 Settembre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

La violenza tra i popoli, sotto ogni forma e in ogni epoca, rappresenta l’ostacolo più grande al compimento delle possibilità umane. Quando le nazioni e le comunità si lasciano travolgere dall’odio, dalle rivalità e dalla sopraffazione, viene sottratto lo spazio stesso in cui gli uomini e le donne possono esprimere i propri talenti. La forza distruttiva della guerra e della violenza impedisce infatti che la creatività, l’ingegno e la capacità di instaurare relazioni autentiche possano fiorire. La storia ci insegna che nei periodi di pace emergono i capolavori della letteratura, dell’arte e della filosofia, mentre nei momenti di conflitto gli individui sono costretti a distogliere la propria energia dalla creazione e dall’incontro con l’altro per impiegarla nella difesa, nella sopravvivenza o, peggio, nell’aggressione.

Un uomo che avrebbe potuto diventare poeta finisce al fronte; una donna che avrebbe potuto fondare un’impresa che dà lavoro e dignità ad altre persone resta imprigionata nella miseria della guerra; un giovane studente che avrebbe potuto dedicare la sua vita alla ricerca scientifica viene schiacciato dal rancore dei popoli in lotta. Sono innumerevoli i talenti che la violenza cancella, ed è un costo umano e spirituale che non compare nelle statistiche ma che segna in profondità la storia dell’umanità.

Ma la violenza non colpisce solo la dimensione creativa e produttiva: essa erode la possibilità stessa della solidarietà. Quando viviamo immersi nella paura o nella diffidenza verso “l’altro” – che sia lo straniero, il vicino o il diverso – non riusciamo più a dedicare tempo, ascolto e cura alle persone. Eppure la vita non può essere ridotta a una rincorsa sfrenata al denaro o a un confronto permanente con chi ci sta accanto. La misura autentica dell’esistenza non si trova nell’accumulo, ma nella capacità di fermarsi e di riconoscere il valore della relazione, dell’amicizia, della condivisione. La violenza tra i popoli ci ruba anche questo: ci costringe a vedere nel prossimo un potenziale nemico, invece che un fratello con cui costruire un cammino comune.

Ogni vita che si chiude nella spirale della violenza diventa una vita sprecata – non perché manchi di valore in sé, ma perché non fiorisce nella sua pienezza. L’esistenza, invece, deve essere abitata giorno per giorno, con la consapevolezza che ogni gesto verso gli altri, ogni parola che crea ponti invece di muri, ogni talento messo a disposizione della comunità rappresentano passi concreti verso un mondo più umano. In questo senso ciascun uomo e ciascuna donna sono chiamati a diventare strumenti di amicizia. Non è un obiettivo generico o astratto: significa vivere con l’intenzione di unire e non di dividere, di comprendere prima ancora di giudicare, di offrire aiuto dove c’è bisogno, e di condividere ciò che si è e ciò che si ha.

Se l’umanità riuscisse a liberarsi dall’incatenamento della violenza, ogni nazione smetterebbe di essere una fortezza in guerra e diventerebbe una fucina di creatività, di occupazione, di cultura, di solidarietà. La sfida allora non è esterna, ma interiore: ciascuno di noi deve scegliere, giorno dopo giorno, da che parte stare. Essere strumenti di violenza o strumenti di amicizia. È in questa scelta che si gioca il futuro dei popoli e la possibilità stessa dell’uomo di dare senso alla propria vita.

(EdS)