Riflessione di Fedro, Sciascia e la sua Sicilia, del 24 ottobre 2025

Ottobre 24, 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Leonardo Sciascia nacque a Racalmuto, in provincia di Agrigento, l’8 gennaio 1921, e morì a Palermo nel novembre 1989. Proveniva da una famiglia modesta — il padre era impiegato in una zolfara — e dopo il diploma magistrale intraprese la carriera di insegnante. Negli anni Quaranta iniziò anche un’intensa attività di lettura e di formazione culturale, attratto soprattutto da Pirandello e Manzoni, ma anche dai moralisti francesi e dagli illuministi, che avrebbero segnato la sua visione del mondo e della scrittura. Dopo l’esordio con le “Favole della dittatura” (1950), un libro di allegorie contro il totalitarismo, pubblicò “Le parrocchie di Regalpetra” (1956), un’opera di impianto neorealistico che univa cronaca, autobiografia e riflessione civile, ambientata nel paese natale trasfigurato in metafora della Sicilia e dell’Italia intera. Da qui ebbe inizio una carriera che lo avrebbe reso una delle coscienze critiche del secondo Novecento, impegnato sia come scrittore che come intellettuale civile e politico.

L’evoluzione dello stile di Sciascia attraversa diverse fasi. Negli anni Cinquanta, il suo linguaggio si caratterizza per un tono realistico e documentario, influenzato dal neorealismo ma già segnato da un lucido senso morale e da un’ironia amara. In seguito, a partire da “Il giorno della civetta” (1961), il suo stile diventa più asciutto, essenziale e sorvegliato, con una prosa antiretorica che rifugge ogni enfasi, sposando la chiarezza dell’investigazione razionale. In questa fase, lo scrittore predilige la forma del romanzo poliziesco come strumento per indagare la società e denunciare i meccanismi di potere e corruzione. Negli anni Settanta e Ottanta, il linguaggio di Sciascia si fa ancora più denso e allusivo: la scrittura assume toni allegorici e riflessivi, segnati da un pessimismo lucido, quasi illuministico, che denuncia la sconfitta della ragione di fronte alla violenza e all’opacità del potere. L’ironia — spesso graffiante — diventa una forma di resistenza morale. Si potrebbe dire che Sciascia pratica una “poesia della ragione”, come la definiva lui stesso, in cui la verità è sempre cercata ma mai completamente raggiunta.

Tre opere fondamentali

Il giorno della civetta (1961) è probabilmente il suo romanzo più noto. Ambientato in Sicilia, rappresenta la prima vera indagine narrativa sulla mafia, affrontata non come mito ma come fatto politico e sociale. Il capitano Bellodi, carabiniere del Nord, indaga sull’omicidio di un sindacalista, scontrandosi con un muro di silenzio e complicità che riflette l’omertà e la deformazione morale di un’intera società. È un romanzo di denuncia ma anche un grande testo civile sulla difficoltà della giustizia.

Il Consiglio d’Egitto (1963) è un romanzo storico ambientato nella Palermo del Settecento. Qui Sciascia intreccia finzione e verità, mettendo in scena l’erudito Giuseppe Vella, che inventa un falso manoscritto arabo per ingannare il potere. L’opera denuncia con magistrale ironia il rapporto tra menzogna e potere, diventando una parabola sull’uso politico della verità e sull’inganno istituzionalizzato.

Todo modo (1974) segna la maturità estrema del suo pessimismo morale. Ambientato in un eremo frequentato da politici e prelati cattolici, narra una serie di omicidi che diventano metafora della degenerazione del potere e della complicità tra Chiesa e politica. L’opera si muove fra giallo e satira, fra simbolo e allegoria, e riflette l’amara disillusione di Sciascia verso la classe dirigente italiana degli anni di piombo.

Negli ultimi anni, con opere come “La scomparsa di Majorana” (1975), “Porte aperte” (1987) e “Il cavaliere e la morte” (1988), Sciascia affinò una prosa sempre più essenziale, scarna ma di grande eleganza e controllo formale. L’attenzione all’etica e alla giustizia si intrecciava con una crescente malinconia per l’impossibilità della verità. In “Porte aperte”, la vicenda di un giudice contrario alla pena di morte nel periodo fascista diventa una meditazione sulla libertà di coscienza; in “Il cavaliere e la morte”, un investigatore malato affronta il potere occulto con stoica lucidità. Queste ultime opere consolidano il ritratto di Sciascia come scrittore-moralista, erede dell’Illuminismo, ma consapevole della crisi del moderno.

L’opera di Sciascia è ampia e coerente, articolata in racconti, romanzi, saggi e testi teatrali. Dopo l’esordio con “Favole della dittatura” (1950) e “La Sicilia, il suo cuore” (1952), giunsero “Le parrocchie di Regalpetra” (1956) e “Gli zii di Sicilia” (1958), quadri della realtà isolana. Seguono i romanzi fondamentali “Il giorno della civetta” (1961), “Il Consiglio d’Egitto” (1963), “A ciascuno il suo” (1966) e “Il contesto” (1971), spesso trasposti al cinema. Negli anni Settanta si impone con “Todo modo” (1974), “La scomparsa di Majorana” (1975) e “Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia” (1977). Gli ultimi scritti — “Nero su nero” (1979), “Cruciverba” (1983), “Porte aperte” (1987) e “Il cavaliere e la morte” (1988) — rappresentano la summa della sua poetica. Postumo è “Una storia semplice” (1989), una sorta di congedo narrativo. Tutta l’opera di Sciascia, dominata dal conflitto tra verità e potere, costituisce una riflessione morale continua sulla giustizia, la razionalità e la dignità dell’uomo davanti alla menzogna del mondo.

(EdS)

Buongiorno a tutti … anche a te!, del 15.01.2016, venerdì

Gennaio 15, 2016 in Buongiorno, La frase del giorno, Prima Pagina

2016 01 15 buongiorno

Amo Sciascia … ma preferisco Bombace! E voi?, del 03.10.2013, giovedì

Ottobre 3, 2013 in Post ad hoc, Prima Pagina

Sul quotidiano online Siciliainformazioni sono apparsi alcuni articoli, il primo dei quali a firma del collega Nino Cangemi, nei quali si lancia l’iniziativa di intitolare la Biblioteca Regionale di Palermo a Leonardo Sciascia. Di per se non ci sarebbe nulla di male salvo il fatto che la biblioteca è già intestata ad Alberto Bombace.

Mi è stato chiesto di pubblicizzare anche sul nostro blog l’iniziativa. Mentre parlavo con il mio interlocutore però ho cominciato a riflettere sull’iniziativa e prima che la mia conversazione finisse avevo maturato la convinzione che la Biblioteca Regionale di Palermo deve rimanere intestata ad Alberto Bombace. Al mio interlocutore ho anche argomentato il perché della mia presa di posizione .

Al primo posto ho collocato una ragione di opportunità. In un momento in cui i tagli alla cultura sono spaventosi, e nel caso specifico della Biblioteca non consentono la ordinaria gestione di questa importante istituzione, mi sembra poco opportuno andare a chiedere alla “politica dei tagli” di dedicare la Biblioteca a un personaggio certamente più illustre di Alberto Bombace come può essere considerato Sciascia dandole la possibilità della ennesima comparsata mediatica. Già mi immagino lo show!

Al secondo posto, ma non è una questione di priorità o di importanza, ho collocato la mia indisponibilità di dipendente regionale a subire uno scippo alla memoria di un collega (Bombace è stato un funzionario della Regione Siciliana). A Sciascia, la cui opera apprezzo tantissimo e che mi ha disvelato una sicilitudine che non conoscevo (almeno in maniera conscia), non mancano le dediche, i monumenti e quant’altro.

Al terzo posto colloco, ma questo al mio interlocutore non l’ho detto perché non avevo ancora letto i commenti agli articoli, la mia indignazione per il tenore di alcuni commenti che senza conoscere Alberto Bombace ne chiedono la giubilazione dalla biblioteca solo per il fatto che apparteneva a una “casta” che ha detta dell’anonimo commentatore esiste ancora … quella dei dipendenti regionali.

Detto questo io vorrei tenermi Alberto Bombace, del quale non conosco l’opera ma che certamente qualcosa di buono avrà fatto per meritare il ricordo di chi lo ha conosciuto e ha voluto dedicargli la Biblioteca.

Qualcuno ha scritto che lo stesso Bombace sarebbe arrossito se il suo nome fosse stato preferito a quello di Sciascia, io penso invece che sarebbe stato Sciascia ha declinare l’invito se avesse saputo che quel posto era già stato dedicato.

 

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