Riflessione di Fedro, Flaiano e i mobili degli altri, del 27 ottobre 2025

Ottobre 27, 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Ennio Flaiano è stato uno degli intellettuali più poliedrici e irriverenti del Novecento italiano, celebre per il suo talento nella scrittura, nel giornalismo, nella critica e nella sceneggiatura cinematografica, nonché per un peculiare umorismo capace di coniugare intelligenza analitica e satira corrosiva. Flaiano nacque a Pescara il 5 marzo 1910, ultimo di sette fratelli, e trascorse l’infanzia in Abruzzo fino al trasferimento a Roma, dove visse gran parte della sua vita e dove sarebbe morto nel novembre 1972. Appassionato di architettura ma dedito soprattutto alla scrittura, iniziò la carriera collaborando con i più importanti giornali e riviste del tempo, tra cui “Il Mondo”, “Il Corriere della Sera”, “Omnibus” e “Oggi”, firmando anche articoli di costume e pungenti recensioni cinematografiche. Il suo esordio nel teatro e nella letteratura fu segnato dalla commedia “La guerra spiegata ai poveri” (1946), mentre il romanzo “Tempo di uccidere” (1947) vinse il prestigioso Premio Strega come primo romanzo a essere premiato nella storia della manifestazione. La sua fama è legata anche alla collaborazione con Federico Fellini, cui fornì soggetti e sceneggiature per quasi tutti i suoi film più celebri, da “Luci del varietà” (1951) fino a “Giulietta degli spiriti” (1965).​

Il percorso stilistico di Flaiano si distingue per una forte impronta satirica e ironica, caratterizzata da un umorismo disincantato e tagliente che disvela le contraddizioni degli italiani e i paradossi della società contemporanea. Inizialmente il suo linguaggio si confronta con le istanze liriche e narrative del dopoguerra, ma ben presto sviluppa un’originalità espressiva fatta di aforismi, epigrammi e annotazioni diaristiche che mescolano osservazioni surreali e riflessioni filosofiche. La sua satira evolve dal teatro e dalla narrativa alla collaborazione sceneggiatoria, nella quale Flaiano miscela ironia e amarezza, favola e grottesco, creando personaggi e atmosfere sospesi tra cronaca e irrealtà. Nell’ultimo periodo della sua carriera, il sarcasmo diventa via via più disilluso, con una scrittura diaristica e aforistica che si pone come strumento di denuncia morale e sociale, ma anche come tentativo di autoironia rispetto alla propria condizione di intellettuale distante dalla moda e dalla superficialità dei tempi.​

Le tre opere più conosciute

  • “Tempo di uccidere” (1947): unico romanzo di Flaiano, ambientato nell’Africa coloniale italiana durante la guerra d’Etiopia, in cui un ufficiale commette un delitto e si trova a fare i conti con il senso di colpa. L’opera rivela la capacità dell’autore di affrontare temi universali come la violenza e il potere, ponendo al centro la complessa psicologia del protagonista e la decostruzione della retorica colonialista.​
  • “La guerra spiegata ai poveri” (1946): commedia teatrale di grande sarcasmo, in cui il tema della guerra viene affrontato con una raffinatissima ironia che mette in luce l’assurdità dei conflitti e la manipolazione delle masse attraverso la retorica ufficiale. La satira qui si fa strumento critico verso il potere e la retorica dominante.​
  • “Un marziano a Roma” (1954): commedia grottesca e visionaria, rappresenta una critica mordace ai costumi sociali e alla vacuità della modernità italiana. Il protagonista, marziano in visita a Roma, svela la banalità e la vanità degli esseri umani attraverso uno sguardo esterno e straniato, diventando paradigma della diversità e della solitudine dell’intellettuale.​

Ennio Flaiano ha lasciato una produzione assai ampia e diversificata, tra romanzi, raccolte di racconti, commedie, diari e sceneggiature. Di particolare rilievo sono le raccolte “Diario degli errori” e “La solitudine del satiro”, che riuniscono aforismi, saggi brevi e annotazioni di costume, offrendo uno spaccato lucidissimo della società italiana del dopoguerra. “Diario notturno” (1956) può essere considerato una sintesi della sua vena più riflessiva e autoironica, così come “Il gioco e il massacro” (1970) testimonia la capacità di Flaiano di rileggere la storia e il potere tramite la satira. Oltre alle sceneggiature, tra le sue opere principali vanno citate: “La donna nell’armadio” (1958), “Una e una notte” (1959), “La conversazione continuamente interrotta” (1972), “Lo spettatore addormentato”, “Chiuso per noia”, “L’occhiale indiscreto”, “La grammatica essenziale”. Se tradotte, le edizioni italiane mantengono la titolazione originale, ad eccezione di “Tempo di uccidere”, pubblicato in inglese anche come “A Time to Kill”, “The Short Cut” o “Miriam”

Riflessione di Fedro, Sciascia e la sua Sicilia, del 24 ottobre 2025

Ottobre 24, 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Leonardo Sciascia nacque a Racalmuto, in provincia di Agrigento, l’8 gennaio 1921, e morì a Palermo nel novembre 1989. Proveniva da una famiglia modesta — il padre era impiegato in una zolfara — e dopo il diploma magistrale intraprese la carriera di insegnante. Negli anni Quaranta iniziò anche un’intensa attività di lettura e di formazione culturale, attratto soprattutto da Pirandello e Manzoni, ma anche dai moralisti francesi e dagli illuministi, che avrebbero segnato la sua visione del mondo e della scrittura. Dopo l’esordio con le “Favole della dittatura” (1950), un libro di allegorie contro il totalitarismo, pubblicò “Le parrocchie di Regalpetra” (1956), un’opera di impianto neorealistico che univa cronaca, autobiografia e riflessione civile, ambientata nel paese natale trasfigurato in metafora della Sicilia e dell’Italia intera. Da qui ebbe inizio una carriera che lo avrebbe reso una delle coscienze critiche del secondo Novecento, impegnato sia come scrittore che come intellettuale civile e politico.

L’evoluzione dello stile di Sciascia attraversa diverse fasi. Negli anni Cinquanta, il suo linguaggio si caratterizza per un tono realistico e documentario, influenzato dal neorealismo ma già segnato da un lucido senso morale e da un’ironia amara. In seguito, a partire da “Il giorno della civetta” (1961), il suo stile diventa più asciutto, essenziale e sorvegliato, con una prosa antiretorica che rifugge ogni enfasi, sposando la chiarezza dell’investigazione razionale. In questa fase, lo scrittore predilige la forma del romanzo poliziesco come strumento per indagare la società e denunciare i meccanismi di potere e corruzione. Negli anni Settanta e Ottanta, il linguaggio di Sciascia si fa ancora più denso e allusivo: la scrittura assume toni allegorici e riflessivi, segnati da un pessimismo lucido, quasi illuministico, che denuncia la sconfitta della ragione di fronte alla violenza e all’opacità del potere. L’ironia — spesso graffiante — diventa una forma di resistenza morale. Si potrebbe dire che Sciascia pratica una “poesia della ragione”, come la definiva lui stesso, in cui la verità è sempre cercata ma mai completamente raggiunta.

Tre opere fondamentali

Il giorno della civetta (1961) è probabilmente il suo romanzo più noto. Ambientato in Sicilia, rappresenta la prima vera indagine narrativa sulla mafia, affrontata non come mito ma come fatto politico e sociale. Il capitano Bellodi, carabiniere del Nord, indaga sull’omicidio di un sindacalista, scontrandosi con un muro di silenzio e complicità che riflette l’omertà e la deformazione morale di un’intera società. È un romanzo di denuncia ma anche un grande testo civile sulla difficoltà della giustizia.

Il Consiglio d’Egitto (1963) è un romanzo storico ambientato nella Palermo del Settecento. Qui Sciascia intreccia finzione e verità, mettendo in scena l’erudito Giuseppe Vella, che inventa un falso manoscritto arabo per ingannare il potere. L’opera denuncia con magistrale ironia il rapporto tra menzogna e potere, diventando una parabola sull’uso politico della verità e sull’inganno istituzionalizzato.

Todo modo (1974) segna la maturità estrema del suo pessimismo morale. Ambientato in un eremo frequentato da politici e prelati cattolici, narra una serie di omicidi che diventano metafora della degenerazione del potere e della complicità tra Chiesa e politica. L’opera si muove fra giallo e satira, fra simbolo e allegoria, e riflette l’amara disillusione di Sciascia verso la classe dirigente italiana degli anni di piombo.

Negli ultimi anni, con opere come “La scomparsa di Majorana” (1975), “Porte aperte” (1987) e “Il cavaliere e la morte” (1988), Sciascia affinò una prosa sempre più essenziale, scarna ma di grande eleganza e controllo formale. L’attenzione all’etica e alla giustizia si intrecciava con una crescente malinconia per l’impossibilità della verità. In “Porte aperte”, la vicenda di un giudice contrario alla pena di morte nel periodo fascista diventa una meditazione sulla libertà di coscienza; in “Il cavaliere e la morte”, un investigatore malato affronta il potere occulto con stoica lucidità. Queste ultime opere consolidano il ritratto di Sciascia come scrittore-moralista, erede dell’Illuminismo, ma consapevole della crisi del moderno.

L’opera di Sciascia è ampia e coerente, articolata in racconti, romanzi, saggi e testi teatrali. Dopo l’esordio con “Favole della dittatura” (1950) e “La Sicilia, il suo cuore” (1952), giunsero “Le parrocchie di Regalpetra” (1956) e “Gli zii di Sicilia” (1958), quadri della realtà isolana. Seguono i romanzi fondamentali “Il giorno della civetta” (1961), “Il Consiglio d’Egitto” (1963), “A ciascuno il suo” (1966) e “Il contesto” (1971), spesso trasposti al cinema. Negli anni Settanta si impone con “Todo modo” (1974), “La scomparsa di Majorana” (1975) e “Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia” (1977). Gli ultimi scritti — “Nero su nero” (1979), “Cruciverba” (1983), “Porte aperte” (1987) e “Il cavaliere e la morte” (1988) — rappresentano la summa della sua poetica. Postumo è “Una storia semplice” (1989), una sorta di congedo narrativo. Tutta l’opera di Sciascia, dominata dal conflitto tra verità e potere, costituisce una riflessione morale continua sulla giustizia, la razionalità e la dignità dell’uomo davanti alla menzogna del mondo.

(EdS)

 

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