Riflessione di Fedro, Beato chi vive di certezze … sicuro?, del 13 ottobre 2025

Ottobre 13, 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Capita spesso di incontrare persone che difendono la propria opinione come fosse una verità indiscutibile, anche se si tratta di accadimenti a quali non hanno assistito direttamente. Di solito, questo atteggiamento nasce dal bisogno di sentirsi più sicuri, valorizzati e riconosciuti dagli altri. Queste persone si aggrappano alle proprie idee e faticano ad accettare visioni diverse. Molte volte questa rigidità si sviluppa fin da piccoli, quando si vivono esperienze di giudizio, esclusione o insicurezza. Si tratta di un modo per proteggersi dalle incertezze della vita e dal timore di essere messi da parte dagli altri.

Le convinzioni che radichiamo dentro di noi non nascono solo dai fatti concreti, ma si rafforzano grazie alle emozioni, alle abitudini e alle opinioni delle persone che ci stanno vicine. Per esempio, esiste un meccanismo chiamato bias di conferma: quando pensiamo a qualcosa, cerchiamo con più facilità informazioni che ci danno ragione e ignora quelle che ci potrebbero far cambiare idea. Questo fenomeno riguarda tutti, perché spesso è più semplice restare sulle proprie posizioni che metterle in discussione. A volte la convinzione viene rafforzata dalla “pressione del gruppo”: se chi ci sta vicino la pensa come noi, ci sentiamo ancora più sicuri. Così diventa difficile separare convinzioni fondate su dati veri da quelle che sono soprattutto emozioni o riflessi di ciò che ci hanno insegnato la famiglia, gli amici o la società.

Non si tratta quindi solo di presunzione: questa forma di pensiero può diventare anche una protezione verso le difficoltà, oppure segnare un problema reale nella relazione con gli altri, specialmente se chi la sostiene tende ad arrabbiarsi o ad allontanarsi da chi ha opinioni diverse. Spesso, chi cerca di convincerlo a cambiare idea si accorge che la discussione non funziona, anzi produce un irrigidimento ancora maggiore. In questi casi è importante capire che il cambiamento non avviene grazie a una semplice discussione, ma solo se la persona si sente ascoltata, rispettata e non giudicata. La fiducia reciproca è fondamentale: quando ci si sente accolti nelle proprie paure e insicurezze, si è più aperti anche ad accettare i propri sbagli o a mettere in discussione le proprie certezze.

Per aiutare qualcuno a guardare la realtà in modo diverso, è utile proporre non solo dati concreti o esperienze dirette, ma soprattutto creare occasioni di confronto in cui nessuno si sente attaccato. Chi si sente valorizzato per quello che è, e non solo per le idee che porta avanti, sviluppa una maggiore capacità di riflessione e di ascolto. Questo atteggiamento si rivela fondamentale in una società dove la divisione tra le persone sembra aumentare ogni giorno. Imparare a mettersi nei panni dell’altro, a dialogare senza voler “vincere” la discussione, aiuta a superare tanti ostacoli e pregiudizi che spesso bloccano la crescita personale e collettiva.

La crescita nasce da queste occasioni di scambio e di dubbio. Mettere in discussione le proprie idee, accettare che ognuno ha una lettura personale della realtà, permette di costruire relazioni più sane e di vivere meglio insieme. Il vero risultato non è aver sempre ragione, ma imparare ad ascoltare e a trovare punti di contatto. Ognuno di noi vede la realtà dal proprio punto di vista, e la forza del dubbio è proprio quella di farci evolvere, aprirci agli altri e migliorare come comunità. Riconoscere questo, accettarlo e promuoverlo nella vita di tutti i giorni può portare grandi benefici sia alle persone sia alla società nel suo complesso.

(EdS)

Riflessione di Fedro, Chi non ascolta e non accetta il confronto non meriterebbe attenzione, del 11 ottobre 2025

Ottobre 11, 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Il confronto tra le persone è alla base della crescita individuale e collettiva. Parlare, ascoltare, riflettere insieme permette di ampliare la conoscenza e sviluppare una consapevolezza più matura. Tuttavia, non sempre questo scambio si realizza: molti hanno smesso di confrontarsi perché hanno trovato interlocutori incapaci di ascoltare, interessati solo a imporre la propria opinione. C’è chi lo fa in buona fede, convinto dalla propria esperienza e competenza; ma esistono anche coloro che presumono di avere sempre ragione, indipendentemente dai fatti o dalla logica.

Chi parla, invece, dovrebbe mantenere sempre la disponibilità ad ascoltare, riconoscere quando non conosce abbastanza un argomento, e avere l’umiltà di sospendere il giudizio finché non avrà elementi sufficienti per esprimersi. Oggi, purtroppo, molti — soprattutto nel mondo politico — confondono il confronto con la competizione verbale, fino a contraddirsi pur di mantenere una posizione di potere o consenso. Discutere con chi non ammette mai la possibilità di sbagliare è dunque inutile: il dialogo ha senso solo quando è fondato sul rispetto reciproco e sulla volontà di comprendere.

Un dibattito pubblico, proprio perché ha un forte impatto sull’opinione collettiva, dovrebbe essere regolamentato da principi chiari e da una figura che garantisca il rispetto delle regole del confronto civile. Le parole, in fondo, sono uno strumento nobile; ma diventano un’arma quando si usano per ridicolizzare o sminuire l’altro.

Decalogo della conversazione corretta

  1. Ascoltare prima di parlare. L’ascolto è la base del dialogo autentico: comprender l’altro è la prima forma di rispetto.
  2. Parlare con chiarezza e onestà. Esprimersi in modo comprensibile, senza manipolare i fatti o usare artifici retorici per confondere.
  3. Ammettere i propri limiti. Nessuno è esperto di tutto: riconoscere di non sapere è segno di intelligenza, non di debolezza.
  4. Sospendere il giudizio. Quando mancano dati o conoscenze adeguate, è meglio attendere piuttosto che affermare qualcosa con presunzione.
  5. Rispettare l’interlocutore. Non si discute per vincere, ma per comprendere: offese e ironie svalutano chi le pronuncia.
  6. Fondare le opinioni sui fatti. Ogni posizione dovrebbe poggiare su elementi verificabili e non su semplici convinzioni o slogan.
  7. Evitare la contraddizione opportunistica. Chi cambia idea deve saper spiegare il perché, non farlo solo per convenienza.
  8. Mantenere la coerenza etica. Le modalità con cui si discute contano quanto il contenuto stesso: il fine non giustifica mai i mezzi.
  9. Accettare la possibilità di cambiare idea. La disponibilità a modificare il proprio pensiero in base a buoni argomenti è segno di maturità.
  10. Promuovere un confronto costruttivo. Ogni scambio di idee dovrebbe lasciare entrambe le parti più consapevoli, non più diffidenti.

Un confronto regolamentato da persone autorevoli e secondo il decalogo sopra descritto sarebbe veramente fonte di ispirazione anche se ormai sembra che molti ascoltatori non siano interessati ad altro che allo scontro e alle offese … le uniche cose nelle quali sembrano oramai attrezzati i politicanti di oggi.

(EdS)

Riflessione di Fedro, la politica non può essere affidata a dei tifosi, del 4 ottobre 2025

Ottobre 4, 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Un approccio aperto alla politica, basato sul dialogo e sul confronto, parte dal presupposto che le opinioni siano frutto di ragionamento, esperienza e valori condivisibili. Chi si muove in questa prospettiva è disposto a mettere alla prova le proprie idee, accettando il rischio di modificarle se emergono argomenti più solidi fondati su democrazia e legalità. In questo quadro, l’avversario politico non è un nemico, ma un interlocutore con cui condividere uno spazio di confronto; la diversità di opinioni è vista come una ricchezza, non come una minaccia.

All’estremo opposto troviamo l’approccio identitario o “calcistico” alla politica, dove l’appartenenza a un partito o a un leader diventa un tratto di fede, simile al tifo sportivo. Qui il politico preferito diventa una figura intoccabile: le sue parole vengono accettate senza critica e ogni dissenso è percepito come un attacco alla propria identità. Non c’è spazio per il cambiamento di opinione, perché l’adesione è emotiva e spesso viscerale. Il pensiero critico risulta marginalizzato dall’emozione di appartenenza e dalla necessità di sentirsi parte di un gruppo compatto.

Gli elementi centrali del primo approccio includono:

  • Disponibilità al confronto: si ascolta l’altro con l’intento di comprendere.
  • Verifica delle fonti e degli argomenti: le idee vanno sostenute da dati e principi coerenti.
  • Flessibilità intellettuale: ammettere la possibilità di avere torto.
  • Rispetto delle regole democratiche: accettare l’esito delle decisioni collettive.

Nel secondo approccio spiccano invece:

  • Fedeltà assoluta al leader o al partito.
  • Polarizzazione: riduzione della complessità a “noi” contro “loro”.
  • Rifiuto del dialogo: l’opinione diversa è scartata a priori.
  • Uso selettivo o distorto delle informazioni.

Per incentivare un dialogo costruttivo con chi rifiuta il confronto, non basta insistere sulla ragionevolezza: occorre agire su più piani. Alcune azioni possibili:

  1. Creare contesti mediati: gruppi o incontri moderati da terze persone neutrali, che stabiliscano regole di rispetto reciproco e tempi di parola.
  2. Partire da punti comuni: individuare temi su cui entrambe le parti possono convenire, anche minimi, per costruire gradualmente fiducia.
  3. Separare le idee dalle persone: discutere le proposte senza trasformare il confronto in un giudizio sul leader o sull’identità del gruppo.
  4. Stimolare l’ascolto attivo: proporre esercizi dove chi parla deve prima riassumere correttamente la posizione dell’altro.
  5. Educazione alla cittadinanza: promuovere, soprattutto nei più giovani, capacità di analisi critica e il rispetto per posizioni diverse.

Queste azioni non garantiscono un cambiamento immediato, perché l’adesione “di fede” alla politica è spesso radicata in fattori emotivi e sociali profondi. Tuttavia, possono ridurre l’ostilità e aprire una fessura attraverso cui la ragione può filtrare. La sfida è trasformare il confronto da scontro sterile in dialogo autentico: un compito complesso, ma indispensabile per una democrazia che voglia restare viva e capace di rappresentare tutti, non solo chi tifa per la propria squadra politica.

(EdS)

Sportello d’ascolto per il benessere dei regionali? Ma Crocetta lo sa?, del 12.07.2013, venerdì

Luglio 12, 2013 in Post ad hoc

 

Oggi ho ricevuto l’invito a partecipare, insieme ai miei collaboratori, all’inaugurazione dello “Sportello d’ascolto finalizzato al benessere e alla valorizzazione del potenziale del personale della P.A.” rivolto ai dipendenti di questo Dipartimento.
L’incontro si terrà il giorno 16 luglio 2013 alle ore 10.00 presso la “Sala conferenze”del Dipartimento della Funzione Pubblica e del personale.
Sembra che ci sia l’intenzione di estendere l’iniziativa a tutti i Dipartimenti dell’Amministrazione.
Alla inaugurazione prenderanno parte:
  • Patrizia Valenti, Assessore delle Autonomie Locali e della Funzione Pubblica,
  • Luciana Giammanco, Dirigente Generale del Dipartimento della Funzione Pubblica e del Personale,
  • Giovanna Manna, Docente del Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Palermo,
  • Gianfranco Badami, Docente a contratto dell’Università degli Studi di Palermo ,
  • Antonino Cangemi, Dirigente del Servizio 7 del Dipartimento della Funzione Pubblica e del Personale,
  • Tommaso Gioietta e Piera Maria Calafiore, Psicologi dello Sportello d’ascolto.
Questo l’evento al quale spero di partecipare, compatibilmente con gli impegni del mio ufficio.
 
L’iniziativa è certamente importante e spero che sia diffusa al resto dell’Amministrazione regionale ma …
 
Il “ma” di fronte a questa iniziativa è d’obbligo, non tanto per l’iniziativa in se, quanto piuttosto per il contesto in cui si viene a collocare e per contesto intendo il clima che da alcuni mesi a questa parte si respira in “alcuni” uffici della Regione Siciliana.
Parlare di ascolto finalizzato al benessere e alla valorizzazione del potenziale del personale quando la categoria dei lavoratori regionali, generalizzando, subisce continue accuse di “fannullonismo” “incapacità” e finanche propensione a comportamenti “mafiosi”, lascia sicuramente interdetti … specialmente se queste accuse partono dal Governo della Regione. Governo regionale che partecipando all’inaugurazione dell’iniziativa in questione dovrebbe dire cosa pensa esattamente dei dipendenti regionali … gli psicologi dello sportello di ascolto servono per la valorizzazione del potenziale o per superare le crisi di identità che i dipendenti regionali più sensibili cominciano ad accusare?
 
 
 

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