Riflessione di Fedro, una “Flottilla” di eroi per l’umanità intera, del 1 ottobre 2025

Ottobre 1, 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Il gesto di chi decide di salpare con la Global Sumud Flottilla non è un semplice atto politico: è la trasformazione della propria vita in testimonianza vivente, in segno tangibile che l’umanità non è interamente assoggettata alla logica della forza. E proprio per questo, chi vi partecipa sa di esporsi a un rischio estremo. La loro scelta è attraversata da tensioni interiori che si possono leggere sia con lo sguardo del credente sia con quello dell’ateo, perché entrambi si trovano di fronte all’enigma della morte e del senso del sacrificio.

Lo sguardo del credente

Il credente, qualunque sia il suo dio, percepisce che la vita non termina con l’ultimo respiro. La fede diventa un’àncora: se la violenza li travolgerà, la loro anima non cadrà nel vuoto. Egli può pensare che il suo sacrificio venga raccolto da Dio come testimonianza di giustizia e amore. Può immaginare che, tra le lacrime e l’odio, germogli un frutto invisibile, custodito dal divino, che un giorno darà alimento alla riconciliazione. Il credente affronta l’odio sapendo che non è assoluto, che sopra il muro costruito dagli uomini ne esiste uno più grande, invisibile, che unisce.

In questa prospettiva la paura si trasforma in offerta. Non è più “io perdo la mia vita” ma “io dono la mia vita”. Il gesto assume valore sacrale, quasi liturgico: il mare stesso diventa un altare dove il sacrificio non è per un dio assetato di sangue, ma per un’umanità affamata di speranza. Da qui nasce il coraggio di affrontare la sproporzione della forza nemica: ciò che terrena potenza può schiacciare, la mano di Dio può trasfigurare.

Lo sguardo dell’ateo

Per l’ateo il discorso è più drammatico e insieme più radicale. Non c’è un aldilà a cui appoggiarsi, nessun dio che accolga la scelta. C’è soltanto la forza nuda della responsabilità: se la vita è una sola, darla in pegno significa credere che essa possa avere senso solo spendendola per gli altri. Non sarà Dio a dare valore al gesto, ma gli uomini e le donne che da lontano guardano e riflettono.

Per l’ateo la vita di chi parte è come una candela in mezzo a una tormenta: sa che può spegnersi in un attimo, ma proprio per questo la sua fiamma vale infinitamente. Non crede a un compenso ultraterreno, è cosciente che il sacrificio si consumerà in se stesso. Eppure sente che accettare questa possibilità è il massimo atto di libertà: la capacità di dire “la violenza non avrà l’ultima parola” senza bisogno di una promessa divina. È un modo di togliere all’odio la sua arma più potente, cioè la convinzione che la vita non valga nulla.

Un punto in comune

Eppure, se si guarda più a fondo, il credente e l’ateo si incontrano. Per entrambi, chi parte sulla Flottilla mette in gioco la propria esistenza per spezzare il ciclo dell’odio. Il credente dice: “La mia vita è in Dio, e quindi non appartiene alla morte che tu mi minacci”. L’ateo dice: “La mia vita è solo questa, ma vale così tanto che la dono piuttosto che lasciarla marcire nella paura”. Entrambi rifiutano la riduzione della vita a materia da calcolo politico.

In questo incrocio, fede e non fede diventano due strade che portano allo stesso orizzonte: la rivendicazione di un’umanità che non si piega alla logica della sopraffazione. E forse proprio questa comunanza è il senso segreto dell’impresa: al di là delle ideologie, al di là dei credi, ciò che resta è la possibilità che uomini e donne scelgano di essere liberi, anche quando questa libertà può costare la vita.

L’eroismo della Flottilla non nasce quindi da un desiderio di martirio, ma dalla coscienza che ogni azione umana può accendere un frammento di speranza. Se per il credente speranza è sinonimo di eternità, e per l’ateo è sinonimo di futuro terreno, entrambi si ritrovano nell’idea che la vita può trascendere se stessa solo trasformandosi in dono.

(EdS)