Riflessione di Fedro, Cattiveria, un decalogo, del 6 ottobre 2025
Ottobre 6, 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina
In questi ultimi anni assistiamo a episodi di “cattiveria” ripetuti e su larghissima scala che sembrano far credere che l’umanità si sia assuefatta. Poi si scopre che non è così e le manifestazioni a supporto della iniziativa della Global Sumud Flottilla di questi giorni ti fanno capire che sono tante le persone che non hanno perso il senso dell’indignazione e che non dimenticheranno facilmente chi si è macchiato della peggiore cattiveria. Ma cos’è la cattiveria?
La cattiveria, nella sua essenza più cruda, è l’espressione di un atto intenzionale volto a provocare sofferenza, ingiustizia, umiliazione o danno, senza alcuna necessità reale né proporzione giustificabile. Si distingue dall’errore, dall’ignoranza o dall’incapacità, perché in essa è sempre presente una volontà consapevole di ferire. È questa componente di deliberata intenzionalità che la rende, agli occhi del consesso umano, una delle peggiori colpe morali, tanto da suscitare, anche nei secoli, condanne universalmente riconosciute. Se l’odio può nascere da un torto subito, la cattiveria spesso supera persino l’odio, diventando una forma di piacere nell’offendere e, in alcuni casi, un abito mentale consolidato.
Origini possibili della cattiveria
- Ambiente familiare e sociale distorto
Un contesto educativo privo di affetto, empatia e giustizia può generare individui incapaci di percepire il dolore altrui. La cattiveria può diventare un comportamento appreso, normalizzato dalle figure di riferimento. In certi ambienti, il potere viene eguagliato alla capacità di schiacciare l’altro. - Traumi subiti e rabbia sedimentata
Eventi traumatici, soprattutto in età formativa, possono provocare ferite psichiche profonde. In alcune persone, la risposta diventa una meccanica di rivalsa costante: ricreare sull’altro ciò che si è subito. Qui la cattiveria è una sorta di eco del dolore trasformato in aggressività. - Patologie psichiatriche o neurologiche
Disturbi della personalità (antisociale, borderline in forme estreme) o danni cerebrali possono ridurre il senso morale e l’inibizione, cancellando la capacità di provare rimorso. Alcune lesioni alla corteccia frontale o alterazioni del sistema limbico sono studiate dagli neuroscienziati per comprendere la radice organica del comportamento crudele. - Ideologie deformanti e persuasione collettiva
Nel corso della storia, interi popoli hanno agito con cattiveria sistematica verso minoranze o avversari, giustificandosi con ideologie politiche, religiose o etniche. La pressione del gruppo e la propaganda possono disattivare il senso critico individuale e trasformare l’ingiustizia in “dovere”. - Abitudine e assuefazione
Chi ha ripetutamente esercitato cattiveria, specie in contesti di potere, può smettere di percepire il peso dell’atto. Diventa routine, un linguaggio abituale di relazione col mondo. - Vanità e narcisismo patologico
Il desiderio di primeggiare e dominare, unito a un ego fragile, può spingere alla cattiveria per annientare chi viene percepito come rivale. - Assenza di consapevolezza morale
In alcune persone la capacità di distinguere il bene dal male è minimizzata, non solo per ignoranza, ma per una costruzione interiore dominata da utilitarismo estremo e indifferenza.
Il giudizio del consesso umano
Anche quando non espresso apertamente, il giudizio verso chi si macchia di cattiveria è durissimo. Si tende a:
- Isolare: la diffidenza verso il cattivo diventa automatica, al punto da minimizarne i contatti.
- Memorizzare: la reputazione negativa di chi ha esercitato cattiveria è difficile da cancellare e spesso rimane indelebile nella memoria collettiva.
- Trasmettere l’avvertimento: generazioni successive tramandano il racconto delle azioni, affinché la comunità resti vigile.
- Privare della fiducia: chi è noto per cattiveria, anche se non più attivo, viene raramente reintegrato pienamente in ruoli di responsabilità o vicinanza.
Il giudizio diventa una forma di protezione sociale: indicare, ricordare, non dimenticare. Nelle epoche passate, questo giudizio si concretizzava nei racconti morali, nei simboli degli infami e nelle condanne pubbliche; oggi rimane nell’archivio della memoria sociale, ma, seppur silenzioso, plasma relazioni e opportunità.
Decalogo contro chi si macchia di cattiveria
- Non dimenticare: conservare memoria degli atti compiuti per impedire che il tempo li cancelli.
- Non giustificare: rifiutare ogni scusa che travisi il male in necessità.
- Indicare: rendere nota la pericolosità di chi ha agito con cattiveria.
- Proteggere le vittime: impedire ulteriori contatti diretti tra carnefice e offeso.
- Neutralizzare il potere: sottrarre a chi ha agito il potere di nuocere ancora.
- Condannare pubblicamente: lasciando che il giudizio morale sia chiaro e senza ambiguità.
- Educare contro il male: usare l’esempio negativo per rafforzare valori di empatia.
- Vigilare: mantenere attiva l’attenzione per evitare recidive.
- Ricostruire la verità: opporsi a qualsiasi tentativo di revisionismo o cancellazione della responsabilità.
- Rispettare la dignità altrui sempre: perché un colpo alla dignità è l’anticamera della cattiveria.
La cattiveria, in tutte le sue forme, è una contaminazione della convivenza umana. Non basta condannarla: occorre riconoscerla, impedirne la ripetizione e renderla, agli occhi della collettività, un marchio di cui nessuno possa andare fiero. La memoria, unita alla vigilanza, è il più potente antidoto.
(EdS)
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