Riflessione di Fedro, No war in my name!, del 28 settembre 2025
Settembre 28, 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina
La percezione di vivere sull’orlo di una terza guerra mondiale porta con sé un senso di impotenza e di spaesamento. Molti cittadini hanno l’impressione che le decisioni vengano prese in spazi chiusi, in sedi istituzionali e diplomatiche che non lasciano tracce di trasparenza, e che le scelte di potenza abbiano come unico risultato quello di trascinare interi popoli verso una catastrofe. Ci viene detto che la guerra è necessaria, inevitabile, quasi inscritta nelle leggi della storia, e che ci sono informazioni segrete che giustificherebbero questa spinta verso il conflitto. Ma in realtà la guerra di cui parlano i leader occidentali non nasce da contrapposizioni ideali tra stati o da tensioni religiose come in passato: essa si radica soprattutto in interessi economici ben precisi. Sono le logiche di profitto, le ambizioni di controllo delle risorse e dei mercati, la pressione delle industrie belliche a indirizzare le politiche. In questa dinamica un ruolo decisivo è giocato da alcuni plutocrati che non hanno alcun interesse per i confini nazionali, né per i destini dei popoli, ma solo per la dimensione economica dei propri patrimoni. Sono loro a beneficiare della corsa agli armamenti e delle tensioni permanenti, mentre i cittadini si trovano a pagare con sangue, sofferenza e precarietà.
La realtà, osservata con sguardo critico, mostra che la guerra non è mai nell’interesse delle comunità: essa distrugge le città e i legami sociali, azzera economie costruite in decenni, dissolve le certezze della quotidianità. Sono i civili, non i governi né i miliardari che speculano, ad essere travolti e costretti a pagare il prezzo più alto: la perdita dei propri cari, la fame, la miseria, la fuga dalle case, la violenza subita come corpi fragili in balia di macchine belliche altamente sofisticate.
Di fronte a ciò, i popoli non possono e non devono rimanere spettatori silenziosi. Se è vero che gli equilibri geopolitici sfuggono al controllo del cittadino comune, altrettanto vero è che quest’ultimo ha ancora strumenti concreti con cui far emergere una voce di resistenza morale e civile. La storia dimostra che le grandi mobilitazioni popolari, quando durature, possono incidere. Essere a favore della pace non significa assumere un atteggiamento ingenuo, ma riconoscere in modo lucido che il prezzo della guerra è la distruzione stessa delle condizioni di vita. Ribellarsi alla logica dell’“inevitabilità” diventa allora un dovere: nei parlamenti, nelle piazze, nei luoghi di formazione e di socialità, portare avanti un discorso chiaro che sveli l’illusione della guerra come soluzione dei conflitti.
Ciò che i popoli possono fare si articola su più piani. Anzitutto sul piano culturale e comunicativo: smascherare la retorica che alimenta il conflitto, distinguere la propaganda dalle informazioni concrete, alimentare il dibattito pubblico sulla necessità della diplomazia. Poi sul piano politico e civico: organizzare movimenti, associazioni e iniziative che rendano evidente, anche ai rappresentanti istituzionali, che la maggioranza dei cittadini non accetta una deriva bellica fondata sugli interessi di pochi ricchi e potenti. Infine, sul piano personale e quotidiano: educare le nuove generazioni al valore della cooperazione, della solidarietà e del rifiuto della violenza, affinché il tessuto sociale sia strutturalmente refrattario alla logica dell’odio e della contrapposizione.
Questo impegno non nasce solo dal desiderio astratto di armonia tra i popoli, ma da una consapevolezza concreta e diretta: la guerra, ovunque esploda, significa vivere senza acqua, senza elettricità, senza gas; significa non poter avere accesso al cibo o alle medicine; significa vedere interrotte le reti di comunicazione e i trasporti, trovarsi isolati in città distrutte, contare i giorni nella paura di un bombardamento. Significa perdita del lavoro, del reddito, dei riferimenti sociali. Le generazioni che non hanno conosciuto la guerra non riescono ad immaginare la regressione brutale delle condizioni di vita che essa porta in poche settimane, anche in pochi giorni. Ribadire l’alternativa della pace significa, quindi, non un atto retorico, ma un’azione preventiva di sopravvivenza.
Per questo, il compito dei cittadini è tenere viva una voce collettiva che si opponga all’assuefazione e alla manipolazione. Non basta dire “no alla guerra” come un mantra vuoto, ma occorre creare reti, dialogo, consapevolezza. La pace è un bene comune fragile e va pretesa con determinazione, non solo per idealismo, ma per necessità vitale. Solo così si spezza il disegno di chi, interessato esclusivamente al profitto, vorrebbe trascinare l’umanità nel baratro.
(EdS)
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