Riflessione di Fedro, La vita qui e ora, del 30 settembre 2025
Settembre 30, 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina
L’idea che ci debba essere un “oltre” dopo la morte nasce da un’esigenza profondamente umana: la paura della finitudine, l’angoscia del nulla, il rifiuto di pensare che tutto ciò che ci costituisce — pensieri, ricordi, sentimenti, desideri — venga dissolto senza lasciar traccia. La religione, la filosofia e perfino la letteratura hanno a lungo costruito narrazioni per dare forma a questa speranza: il paradiso, la reincarnazione, il ciclo eterno, la fusione con l’assoluto. Eppure, se ci distacchiamo da questa prospettiva e ci poniamo in un’osservazione più “naturale”, la domanda fondamentale si rovescia: perché mai dovrebbe esserci un seguito? In che cosa siamo davvero diversi da una pianta che cresce, fiorisce e deperisce, o da un animale che percorre il suo ciclo vitale sino alla fine, senza farsi domande sull’“eternità”?
La coscienza, certo, ci differenzia: noi sappiamo di dover morire. E questa consapevolezza costituisce il paradosso della condizione umana: un essere vivente che brama la permanenza pur sapendo di essere transitorio. È qui che nasce l’angoscia, ma anche la nostra forza. Perché se tutto finisce, allora ogni istante acquista un peso specifico maggiore, un valore irripetibile. Se la vita fosse eterna e rinnovabile, avremmo forse lo stesso interesse a cogliere la fragilità della bellezza, il carattere fugace delle emozioni, il significato delle scelte?
Guardando la natura, si nota che ogni essere vivente compie un ciclo: nasce, si sviluppa, si riproduce, muore. Non c’è tragedia in questo, c’è un ritmo. L’uomo, invece, tende a opprimersi con il pensiero della propria temporalità, e nella paura del nulla costruisce spesso sistemi che portano a conseguenze paradossali: sacrificare il presente in nome di un futuro ultraterreno. Ma che senso ha privarsi o privare altri della vita concreta — fatta di sensazioni, relazioni, scoperte — per servire una promessa che nessuno può verificare? Qui emerge il rischio di confondere la speranza con il dogma, la consolazione con la tirannia.
La memoria, da parte sua, ci concede solo un fragile appiglio. Ogni esperienza diventa ricordo, ma i ricordi svaniscono insieme all’organismo che li conserva. La demenza lo rende tangibile: ciò che si credeva saldo si dissolve, i legami con il passato si sfilacciano, la narrazione biografica si sgretola. In questo scenario, che valore assumono i ricordi? Non tanto quello di garantire un senso eterno, quanto di dimostrare che la vita non è accumulo ma flusso. Ciò che si vive ha significato nel momento stesso in cui esplode, e non ha bisogno di una “garanzia” oltremondana.
Vivere nel presente, allora, non è un banale invito carpe diem, una fuga nelle passioni immediate: è riconoscere che la sola dimensione autentica che possediamo è il qui e ora. Non possiamo riavere ciò che è passato, non possiamo anticipare ciò che non è ancora accaduto. Possiamo solo agire, sentire, scegliere in questo istante, che diventa tutto.
Sacrificare il presente in nome di un aldilà significa sottrarre significato a ciò che è tangibile per inseguire ciò che resta ipotetico. Significa rinunciare all’unico terreno certo — la vita terrena — per una scommessa che non ammette verifica. Alcuni trovano in questa scommessa una forma di consolazione, di pace con la paura della morte; altri la giudicano un’ingannevole distrazione dal vivere pienamente. La questione non è uniformemente risolvibile, perché ognuno trova il suo equilibrio tra finitezza e speranza.
Ma se davvero osiamo guardare la vita per ciò che è — un’attesa senza epilogo se non la fine stessa — allora il senso non va cercato in un dopo, bensì in un continuo atto di creazione nel presente. La vita è un’opera in fieri che acquista valore non per la promessa del suo proseguimento, ma per l’intensità con cui viene vissuta. La libertà più grande, forse, risiede proprio nell’accettare che non ci sarà nulla “dopo”: e allora tutto, davvero tutto, diventa prezioso adesso.
(EdS)
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