La gara come metafora della vita, di Paolo Luparello

26 Aprile 2017 in Prima Pagina, Racconti

La gara come metafora della vita, di Paolo Luparello

In un anno ci sono 365 giorni. In almeno 200 giorni corro. Non ne posso fare a meno. Se fosse possibile correrei tutti i giorni. Alcuni dei giorni in cui corro sono quelli delle gare. Maratone, mezze maratone, diecimila metri, qualche volta anche un 5 mila metri. Le gare potrebbero anche non esserci, io correrei lo stesso. Anzi, sarebbero meglio che le gare non ci fossero. Mi piacerebbe avere la forza di non partecipare alle gare. Sarebbe bello rinunciare alla competizione, che nel mio caso è con dei perfetti sconosciuti con i quali ci si contende una posizione di meta classifica, né troppo atleti, nè troppo tapascioni. Ma alla fine partecipi. Sono oramai anni che rinuncio alla conquista delle posizioni buone in partenza. Preferisco piazzarmi in fondo alla gruppo e partire ultimo, e poi cominciare a risalire le posizioni. Se esistesse sarei in testa alla classifica di quelli che sorpassano più avversari. Mi piace sfilare gran parte dei partecipanti. A seconda delle gare si tratta di centinaia o di migliaia di podisti. Mi piace osservarli, osservare le loro andature, la loro postura, i messaggi di cui alcuni sono portatori, ascoltare i consigli che si danno, osservare le smorfie che si dipingono sui loro volti quando la stanchezza comincia a farsi sentire. Ogni gara è una esperienza unica e irripetibile. Ogni gara mi lascia qualcosa, e non è solo una medaglia da mettere in bacheca. Ma ogni gara non è soltanto una esperienza di vita, è pur sempre una prova atletica. Sono strane le sensazioni che si provano nell’immediatezza e durante una gara. A partire dall’odore. Avverto distintamente un odore che proviene dalla mia pelle. Un odore diverso che non avverto mai, neanche in allenamento, neanche durante quelli impegnativi. Un odore di selvatico, a tratti aromatico. Anche se non provo alcuna emozione in prossimità della partenza della gara così non è per il mio corpo, che probabilmente sa che a breve sarà chiamato a una prova importante. Un prova che impegnerà muscoli, tendini, polmoni, sangue e che sprigionerà litri e litri di sudore da ogni millimetro quadrato di pelle. Fino a pochi minuti dalla partenza mi sento impacciato, imballato nella muscolatura, ma appena esplode lo sparo dello starter succede qualcosa. Tutto diventa fluido e il gesto diventa facile e veloce. La falcata si allunga e aggredisco la strada. Vengo risucchiato come involontariamente in una corsa all’ultimo respiro. Fino a qualche tempo fa, quando mi rendevo conto che stavo spendendo troppo era troppo tardi e l’ultima frazione della gara diventava un tormento. Oggi sono più giudizioso. Dopo i primi chilometri il mio cervello riesce a prendere il controllo delle operazioni e comincio ad amministrare la gara, in un continuo ricalcolo del tempo di probabile arrivo, in una continua mediazione tra ciò che potrei dare adesso e ciò che pagherò agli ultimi chilometri, ma anche alle ultime centinaia di metri. Comunque vada c’è però un momento della gara in cui mollo. Mollo la velleità di andare a tutta per quell’ultima frazione. Come nella vita mi piace costruire le fondamenta, mi piace gettare le basi di quello che sarà, quando il più è fatto perdo interesse. Le gare più belle che ho fatto sono quelle nelle quali mi sono impegnato per accompagnare altri a fare la loro migliore performance. Se dovessi scegliere tra andare a podio e far andare a podio non avrei dubbi! Probabilmente perchè sono un tapascione.