Riflessione di Fedro, del 23 settembre 2025
23 Settembre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina
Il tema che propongo oggi tocca una delle questioni più profonde della vita contemporanea: il rapporto tra il fare e l’essere, tra l’iperconnessione e la contemplazione. Da un lato, ci sono persone che sentono di dover sempre essere impegnate – nel lavoro, nelle cause sociali, nelle relazioni familiari – quasi a definire la propria identità attraverso l’azione costante. Dall’altro, c’è chi trova il proprio centro nel silenzio, nella calma di un momento osservato, nella pausa che interrompe il flusso incessante di impegni. La verità non sta nell’assoluto di una delle due posizioni, ma nella capacità di ciascun individuo di trovare equilibrio senza giudicare chi fa scelte diverse.
Chi è costantemente immerso in attività ha spesso un forte senso di direzione e utilità. Il loro tempo è scandito da obiettivi, responsabilità e doveri che, seppur faticosi, possono dare significato e strutturare l’esistenza. Le persone molto impegnate contribuiscono alla società in modi tangibili: avanzano progetti, sostengono famiglie, si assumono responsabilità collettive. Questo senso di impegno continuo può rafforzare la percezione di avere uno scopo – e lo scopo è un fattore psicologico fondamentale per la motivazione e il benessere psicologico.
Tuttavia, lo stare sempre “connessi” ha anche i suoi vantaggi sul piano delle relazioni: la disponibilità costante porta a legami intensi con colleghi, parenti, amici. Inoltre, la produttività e la dedizione spesso vengono socialmente riconosciute e apprezzate, generando approvazione e un senso di valore agli occhi degli altri.
Il rischio principale è che l’individuo non riesca mai a staccare, trasformando ogni momento di esistenza in un dovere, in una prestazione sotto esame. La mancanza di pause rischia di logorare: lo stress cronico, il burnout e la perdita del senso della vita oltre gli impegni. Chi non coltiva mai il silenzio interiore può scoprire di non conoscersi veramente, perché occupato costantemente in ruoli sociali e schemi esterni. L’iperattività diventa una corazza ma anche una prigione. E spesso chi vive così tende inconsapevolmente a proiettare questa tensione sugli altri, aspettandosi che tutti siano altrettanto coinvolti e “produttivi”.
Chi sa sedersi in panchina e guardare il mondo con distacco sa entrare in una dimensione più profonda. Osservare senza fare, contemplare una scena di vita quotidiana o la bellezza della natura, permette di recuperare lucidità e senso del vivere. È in quei momenti che si ritorna ad ascoltare se stessi, superando la condizione di “macchina operativa” che spesso il mondo moderno ci impone. La contemplazione nutre la creatività, fa emergere riflessioni che l’azione frenetica soffoca, apre alla gratitudine per le piccole cose. Dal punto di vista salutare riduce lo stress, migliora la qualità del sonno, contrasta l’ansia. Inoltre, questo atteggiamento insegna a rispettare i propri limiti: chi si concede pause sa porre confini alle richieste esterne.
Il rischio è quello di cadere nell’eccesso opposto: vivere come osservatori esterni, senza mai buttarsi nel flusso della vita. Se l’arte del non-fare diventa disimpegno, si rischia di lasciare incompiute responsabilità e di rinunciare a concreti contributi alla collettività. Alcuni potrebbero percepire questo atteggiamento come indifferenza o distacco, soprattutto in contesti familiari o lavorativi che invece richiedono presenza attiva. Inoltre, in una società che premia fortemente la produttività, chi sceglie la contemplazione come stile dominante rischia di sentirsi marginalizzato o poco compreso.
Nessuna delle due posizioni è “giusta” o “sbagliata”: entrambe hanno senso se vissute in equilibrio e soprattutto se rispettano la diversità degli altri. L’importante è non stressare chi apprezza cose diverse: il frenetico non deve pretendere che il contemplativo sia sempre allineato con i suoi ritmi, e chi ama la quiete non deve giudicare come alienato chi trova significato nell’azione costante. Il vero anticorpo al malessere moderno non è scegliere un unico modello, ma saper oscillare: lavorare e creare quando serve, fermarsi e osservare quando è necessario. È in questo alternarsi tra connessione e distacco che la vita si fa piena, senza dover sacrificare né il fare né l’essere.
(EdS)
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