Riflessione di Fedro, Quanto ci mancherà una società woke … l’odio fa schifo, del 2 ottobre 2025
2 Ottobre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina
L’odio come strumento di mobilitazione politica non è una novità della storia, ma nelle società contemporanee assume una dimensione nuova perché sfrutta meccanismi di comunicazione di massa rapidissimi e penetranti. Quando una parte non marginale della popolazione trova più facile identificarsi in un nemico comune, costruito spesso artificialmente da leader senza scrupoli, la tenuta democratica di un Paese entra in una zona di rischio. Il “manipolo” di politici che si erge a interprete di paure collettive, pur non avendo una vera progettualità di governo, riesce a creare consenso non indicando soluzioni, ma offrendo capri espiatori. Gli immigrati diventano allora il simbolo delle ansie economiche, la diversità culturale diventa minaccia, la complessità del mondo globale viene ridotta a racconto manicheo di “noi” contrapposti a “loro”.
I pericoli per la società, quando questo paradigma si consolida e diventa politica istituzionale, sono molteplici. Il primo è l’erosione graduale dello spazio democratico. Se la legittimazione del potere si fonda sull’esaltazione del conflitto e sul sospetto reciproco, le istituzioni smettono di svolgere la loro funzione di garanzia per tutti e si trasformano in strumenti di esclusione. La legge, anziché equa misura comune, diventa un’arma da brandire contro le minoranze o contro chi dissente. Con il tempo, il cittadino medio si abitua a vedere segmenti della società progressivamente privati di diritti fondamentali, e l’indifferenza diventa il vero collante del sistema.
Un secondo pericolo è lo svuotamento della dimensione culturale. Politiche che si nutrono di odio hanno come obiettivo implicito il soffocamento della complessità del pensiero critico: libri banditi, programmi educativi “bonificati” da contenuti che parlano di pluralismo, giornalisti e intellettuali delegittimati come “traditori”. L’odio per funzionare ha bisogno di semplificazione e dell’eliminazione di ogni zona d’ombra: non servono cittadini che pensano, servono tifosi che obbediscono. La ricchezza culturale, fatta di contaminazioni e prospettive diverse, viene sostituita da una narrazione povera e monocorde che mira solo a perpetuare il consenso.
Terzo, la dimensione economica. Benché gli agitatori della paura parlino spesso in nome della “difesa della nazione e dei suoi bilanci”, in realtà il clima d’odio allontana investimenti, irrigidisce i mercati, frammenta le catene di cooperazione globale. Alla lunga i costi vengono pagati dalla popolazione stessa che, paradossalmente, aveva abbracciato questi politici per paura dell’impoverimento materiale. La diffidenza verso lo straniero, elevata a categoria economica, priva i cittadini di opportunità di crescita e genera stagnazione.
Forse il pericolo più insidioso è però quello spirituale. Una società governata dagli odiatori per lungo tempo disabitua i suoi membri all’empatia, al sentire comune, alla capacità di riconoscere l’altro come volto umano. Senza queste fibre sottili, che non si vedono ma tengono insieme la compagine sociale, si rischia una disgregazione silenziosa. È come se nel corpo sociale venisse meno il sistema immunitario: basta una crisi – una pandemia, una guerra, una catastrofe naturale – e la comunità, anziché unirsi, implode nella guerra di tutti contro tutti.
Un’alternativa è sempre possibile, ma richiede coraggio politico e culturale. È più difficile costruire speranza che seminare rancore, più complesso spiegare la realtà con le sue contraddizioni che ridurla a un nemico da respingere. Eppure il compito di chi crede in una società inclusiva, attenta ai bisogni al di là di colore, genere o fede, è proprio questo: offrire un racconto collettivo che non sia meno potente dell’odio. Perché se gli odiatori mantengono a lungo il potere, ciò che rischiamo di perdere non è solo il benessere economico o l’efficienza istituzionale, ma quell’umanità condivisa che è la vera base della democrazia.
Ed è quello che si comincia a vedere non in un piccolo paese ma addirittura in quella che fu la prima superpotenza mondiale. Forse sarò troppo pessimista ma ho la sensazione che si stia rivivendo quello che vissero i popoli europei all’indomani del primo conflitto mondiale, e sappiamo come andò a finire. Dobbiamo proprio ripetere tutto ciò.
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