Riflessione di Fedro, Finchè ne avrò la forza dirò no al fascismo … perché sono umano e oggi io c’ero allo sciopero!, del 3 ottobre 2025

Ottobre 3, 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

La riflessione che nasce dall’adesione allo sciopero generale di oggi evidenzia il cuore pulsante di una questione che non è soltanto politica, ma soprattutto umana. L’episodio della Global Sumud Flotilla — un atto di solidarietà civile volto a portare aiuti a una popolazione intrappolata sotto assedio — diventa il punto di incrocio tra due visioni del mondo: da un lato, quella che potremmo chiamare “woke”, cioè sensibile ai diritti, alle ingiustizie storiche, ai linguaggi discriminatori, alla necessità di costruire comunità inclusive; dall’altro, quella che affonda le radici in una mentalità che possiamo definire neo-fascista, perché costruita sulla gerarchia, sull’uso della forza, sull’identificazione dell’altro come nemico da abbattere.

Chi accusa la Flottilla di non essere “umanitaria” ma “politica” cade in un cortocircuito morale: che cos’è, infatti, l’atto politico nella sua essenza più nobile, se non la difesa della dignità umana, la presa di posizione contro l’ingiustizia e la violenza? Se definire un’azione umanitaria come politica significa sminuirne la portata, allora si rivela implicitamente di credere che il confine tra il bene comune e gli interessi di potere sia ormai nebuloso, e che la compassione stessa debba essere sospetta. Ma la verità è che non esiste forma di umanità che non sia intrinsecamente politica, poiché l’essere umano vive sempre dentro relazioni di potere, dentro strutture sociali e storiche.

Ed è qui che si delinea lo spartiacque culturale. Lo spirito “woke”, se depurato dalle semplificazioni caricaturali con cui viene liquidato dai suoi oppositori, non è altro che una tensione etica verso la giustizia e l’empatia. Essere “woke” significa non voltarsi dall’altra parte di fronte alla sofferenza, significa riconoscere il legame tra i privilegi di alcuni e l’oppressione di altri, significa comprendere che il linguaggio e le pratiche quotidiane possono ferire o liberare. Lo vediamo nella solidarietà internazionale verso Gaza: al di là dei governi e delle diplomazie, c’è un tessuto di individui, associazioni, comunità che sentono l’urgenza di dire “no” a una violenza sproporzionata contro civili indifesi, perché questo “no” è il seme di ogni resistenza democratica.

Sul fronte opposto, c’è la visione fascista o neo-fascista, che si ripresenta sotto forme aggiornate ma con la stessa sostanza: la riduzione dell’altro a minaccia, la legittimazione della sopraffazione come risposta alla paura, la costruzione di una comunità politica attraverso l’esclusione e l’annientamento del diverso. Il fascismo contemporaneo si traveste da difesa della civiltà, da esigenza di sicurezza o da orgoglio nazionale, ma in realtà ripropone un paradigma antico: la forza come unica lingua, il rifiuto della mediazione e della complessità, l’imperativo di semplificare le relazioni umane nella dicotomia amico/nemico. È questo che vediamo quando un governo giustifica bombardamenti indiscriminati come risposta legittima a un atto terroristico: una logica binaria che cancella le persone e sostituisce l’empatia con la paura.

La frattura tra queste due visioni non è teorica. Essa attraversa le piazze, gli ambienti di lavoro, i dialoghi famigliari: da una parte, chi crede che la missione della politica sia la difesa dei vulnerabili; dall’altra, chi vede nella vulnerabilità stessa un difetto da eliminare, un ostacolo alla potenza di uno Stato o di una nazione. Per questo aderire a uno sciopero generale non è solo un gesto sindacale, ma un atto di cittadinanza consapevole: diventa la riaffermazione di un principio universale contro la normalizzazione della violenza.

Il paradosso profondo è che oggi essere “svegli”, “woke”, non significa inventare nuove ideologie, ma semplicemente riappropriarsi di un senso elementare di umanità. Essere fascisti, invece, sembra paradossalmente la via più facile: costa meno pensare in bianco e nero, affidarsi a simboli forti e a leader autoritari che promettono risposte immediate, anziché esercitare la fatica del dialogo o il dubbio della complessità. Ma la storia europea, e in particolare quella italiana, ci ricorda il prezzo altissimo pagato da chi ha scelto la via breve della forza al posto della strada più difficile della democrazia.

La Global Sumud Flotilla allora non è soltanto un atto di aiuto concreto. È un simbolo doppio: da un lato, della potenza di una società civile che immagina un mondo diverso, dall’altro, della fragilità di un sistema politico incapace di accettare che la solidarietà possa avere una voce autonoma, non addomesticata dai governi. Ed è per questo che la definizione di “politico” usata in modo dispregiativo si rivolta contro chi la pronuncia: perché sì, quella missione è politica, ma nel senso autentico e originario, quello che rifiuta la barbarie e afferma l’irriducibile valore di ogni vita umana.

(EdS)

Riflessione di Fedro, Quanto ci mancherà una società woke … l’odio fa schifo, del 2 ottobre 2025

Ottobre 2, 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

L’odio come strumento di mobilitazione politica non è una novità della storia, ma nelle società contemporanee assume una dimensione nuova perché sfrutta meccanismi di comunicazione di massa rapidissimi e penetranti. Quando una parte non marginale della popolazione trova più facile identificarsi in un nemico comune, costruito spesso artificialmente da leader senza scrupoli, la tenuta democratica di un Paese entra in una zona di rischio. Il “manipolo” di politici che si erge a interprete di paure collettive, pur non avendo una vera progettualità di governo, riesce a creare consenso non indicando soluzioni, ma offrendo capri espiatori. Gli immigrati diventano allora il simbolo delle ansie economiche, la diversità culturale diventa minaccia, la complessità del mondo globale viene ridotta a racconto manicheo di “noi” contrapposti a “loro”.

I pericoli per la società, quando questo paradigma si consolida e diventa politica istituzionale, sono molteplici. Il primo è l’erosione graduale dello spazio democratico. Se la legittimazione del potere si fonda sull’esaltazione del conflitto e sul sospetto reciproco, le istituzioni smettono di svolgere la loro funzione di garanzia per tutti e si trasformano in strumenti di esclusione. La legge, anziché equa misura comune, diventa un’arma da brandire contro le minoranze o contro chi dissente. Con il tempo, il cittadino medio si abitua a vedere segmenti della società progressivamente privati di diritti fondamentali, e l’indifferenza diventa il vero collante del sistema.

Un secondo pericolo è lo svuotamento della dimensione culturale. Politiche che si nutrono di odio hanno come obiettivo implicito il soffocamento della complessità del pensiero critico: libri banditi, programmi educativi “bonificati” da contenuti che parlano di pluralismo, giornalisti e intellettuali delegittimati come “traditori”. L’odio per funzionare ha bisogno di semplificazione e dell’eliminazione di ogni zona d’ombra: non servono cittadini che pensano, servono tifosi che obbediscono. La ricchezza culturale, fatta di contaminazioni e prospettive diverse, viene sostituita da una narrazione povera e monocorde che mira solo a perpetuare il consenso.

Terzo, la dimensione economica. Benché gli agitatori della paura parlino spesso in nome della “difesa della nazione e dei suoi bilanci”, in realtà il clima d’odio allontana investimenti, irrigidisce i mercati, frammenta le catene di cooperazione globale. Alla lunga i costi vengono pagati dalla popolazione stessa che, paradossalmente, aveva abbracciato questi politici per paura dell’impoverimento materiale. La diffidenza verso lo straniero, elevata a categoria economica, priva i cittadini di opportunità di crescita e genera stagnazione.

Forse il pericolo più insidioso è però quello spirituale. Una società governata dagli odiatori per lungo tempo disabitua i suoi membri all’empatia, al sentire comune, alla capacità di riconoscere l’altro come volto umano. Senza queste fibre sottili, che non si vedono ma tengono insieme la compagine sociale, si rischia una disgregazione silenziosa. È come se nel corpo sociale venisse meno il sistema immunitario: basta una crisi – una pandemia, una guerra, una catastrofe naturale – e la comunità, anziché unirsi, implode nella guerra di tutti contro tutti.

Un’alternativa è sempre possibile, ma richiede coraggio politico e culturale. È più difficile costruire speranza che seminare rancore, più complesso spiegare la realtà con le sue contraddizioni che ridurla a un nemico da respingere. Eppure il compito di chi crede in una società inclusiva, attenta ai bisogni al di là di colore, genere o fede, è proprio questo: offrire un racconto collettivo che non sia meno potente dell’odio. Perché se gli odiatori mantengono a lungo il potere, ciò che rischiamo di perdere non è solo il benessere economico o l’efficienza istituzionale, ma quell’umanità condivisa che è la vera base della democrazia.

Ed è quello che si comincia a vedere non in un piccolo paese ma addirittura in quella che fu la prima superpotenza mondiale. Forse sarò troppo pessimista ma ho la sensazione che si stia rivivendo quello che vissero i popoli europei all’indomani del primo conflitto mondiale, e sappiamo come andò a finire. Dobbiamo proprio ripetere tutto ciò.

 

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