Quando una maratona non è più una gara, di Paolo Luparello, del 29 aprile 2018, domenica

29 aprile 2018 in Prima Pagina, Racconti

Quando una maratona non è più una gara, di Paolo Luparello, del 29 aprile 2018, domenica

Correre mi piace. Nonostante l’età, e i tanto doloretti che porta con se, quando indosso le scarpe da corsa succede sempre un nuovo miracolo, riesco a correre. Quando un maratoneta dice che corre, almeno un maratoneta della domenica come me, intende dire che riesce a muoversi con una velocità almeno doppia di un uomo che passeggia e che quindi riesce ad andare a una velocità tra i 10 e i 12 kmh. I campioni corrono anche oltre i 20 kmh e lo fanno per tutti i 42,195 km di una maratona. Io mi ritengo soddisfatto se riesco a correre a 12 kmh per tutta una maratona, ma non sempre ci riesco e spesso, dopo il fatidico muro dei 30 km, mi trovo costretto ad alternare tratti di corsa con tratti di camminata. Per me è sempre stato così. Poche sono le maratone in cui sono riuscito a correre per tutta la distanza, e quando ci sono riuscito ho fatto le mie migliori prestazioni.

Per le prime maratone ci provavo a tenere d’occhio il tempo, poi ho capito che devo guardare alla maratona come a un esercizio non soltanto fisico ma soprattutto mentale. Cimentarsi con una maratona significa avere un obiettivo chiaro, percorrere 42,195 km entro le 4 ore, e prepararsi per mesi e mesi in funzione di quell’obiettivo. Prepararsi significa allenarsi e percorrere centinaia e centinaia di km di allenamenti, in tutte le condizioni meteo che si verificano durante i mesi di preparazione. Non saprei dire cosa mi piaccia di più, se la gara da disputare o i mesi in cui la preparo. La maratona, per un amatore come me, non è soltanto una gara, anzi non è una gara. Spesso non so chi sono i top runner partecipanti e alla fine spesso non sono nemmeno interessato a conoscere chi ha vinto e con quale tempo. La maratona, la mia maratona, è una gara individuale, nella quale ci sono io e i 42,195 km da percorrere.

Ogni maratona ha un suo fascino e anche se tutte sono sugli identici 42,195 km da percorrere, ce ne sono alcune che rappresentano qualcosa di particolare per il maratoneta che ci si cimenta.

Sono poche le maratone nelle quali sono tornato a correre. Reggio Emilia, Roma e la Supermaratona dell’Etna. Reggio Emilia e Roma le ho corse due volte. La Supermaratona dell’Etna l’ho già corsa 4 volte e quest’anno sarà la quinta. Come fa un maratoneta siciliano non cimentarsi con l’Etna? E’ la domanda che mi posi la prima volta che mi iscrissi e dopo averla portata a termine mi diedi anche la risposta sul perchè molti maratoneti non la corrono e non la prendono nemmeno in considerazione. La Supermaratona dell’Etna oltre a essere un po’ più lunga di una normale maratona (43 km) è tutta in salita. Parte da Marina di Cottone a Fiumefreddo di Sicilia, dalla riva del mare e arriva a quota 3000 m s.l.m. sull’Etna. E’ una gara massacrante che mette alla prova tutti gli organi e il fisico di un atleta, ma soprattutto mette alla prova il carattere di un atleta. Dopo la prima volta che riuscii a tagliare il traguardo mi ero convinto che non sarei più tornato su quelle strade e su quelle piste, la gara si disputa su strada per circa 33 km e gli ultimi 10 km sono piste in sabbia lavica. E invece ogni anno l’Etna è tornato a esercitare un fascino particolare su di me e non avere come obiettivo la 0 – 3000 nel mio calendario agonistico lo renderebbe vuoto. E quindi anche quest’anno sarà Etna.

La 0 – 3000 dell’Etna, secondo me, non è una gara podistica, è una sfida, una sfida con se stessi. Una sfida con la propria ostinazione, con la propria volontà, con il proprio corpo al quale la mente impone che ce la può fare a portare quegli 85 kg di muscoli, ossa e sangue, su su fino ai crateri sommitali, dove, alle volte, si possono cogliere i boati in lontananza, boati che possono provenire dai crateri attivi lontani o dai temporali che a quelle altitudini possono fare la loro apparizione.

Per i primi 33 km di questa sfida che si chiama 0 – 3000 dell’Etna si corre, o si prova a farlo, per la maggior parte del percorso per superare quel dislivello che porterà a 1800 m s.l.m.. Per gli ultimi 10 km la maggior parte dei partecipanti, anch’io, cammina, o quantomeno ci prova. In quei 10 km si dovrà superare un dislivello complessivo di 1200 m su un fondo non sempre saldo e sul quale si cerca di trovare l’appoggio giusto per spingersi passo dopo passo. Quei 10 km non sembrano finire più e progredire è penosissimo. Non sempre si è lucidi, sia per la fatica già accumulata sia per la rarefazione dell’ossigeno. In alcuni tratti sembra di essere in un girone infernale, una scena di un film di Pasolini, con una fila di automi che disegnano in lontananza il percorso che ancora ti attende, intervallati di pochi metri l’uno dall’altro, come a rispettare un ordine già stabilito e al quale nessuno si vuole sottrarre. No, non è una gara. La 0 – 3000 è una sfida in cui centinaia di uomini e donne si sfidano con se stessi, per poter dire a se stessi che se una cosa la si vuole la si ottiene, con sacrificio e costanza. Nelle ultime due edizioni a cui ho partecipato l’ultimo km è in gran parte in pianura e li si può correre e io sono riuscito a correrlo quell’ultimo km ed è una sensazione bellissima, una sensazione di libertà e di forza allo stesso tempo. Quando pensi che non ce la fai più, che tutte le energie ti hanno oramai abbandonato, che il cuore potrebbe scoppiarti da un momento all’altro, il tuo corpo ti sorprende e dimentico di tutti i dolori che oramai fanno soffrire ogni tuo muscolo, tendine e articolazione, corri, corri in un luogo che soltanto in quell’occasione puoi percorrere … a 3000 m nel cielo.

Ecco perchè non riesco a resistere al richiamo di quella vetta, di quei luoghi in cui la forza del vulcano sembra voler dimostrare la propria sovranità sulla stessa natura di cui è parte e di questo ne sono testimonianza quei tronchi che un tempo erano alberi possenti e che le diverse eruzioni hanno trasformato in foreste pietrificate in cui il nitore dei tronchi scortecciati spicca su quel manto di lava che tutto copre.

Anche quest’anno rivivrò sensazioni particolari, sempre che quegli 85 kg di carne, ossa, sangue di cui è fatto il mio corpo riusciranno a portarmi su, fino in cima al vulcano, non per sfidarlo ma per rendere onore alla natura che sembra oramai scomparsa dal palcoscenico delle nostre vite di uomini civilizzati.

In Sicilia tra occidentali e orientali non ci si riesce a mettere d’accordo se qualcosa sia femminile o maschile, tra questi arancino e arancina, ma per quanto riguarda l’Etna accetto di buon grado che l’Etna sia femmina e sarà alla dea dell’Etna che dedicherò questa ennesima avventura per le sue pendici.

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