174, Adotta un libro, La morte ha i capelli lunghi, di Martha Grimes, 02 marzo 2026

La morte ha i capelli lunghi, di Martha Grimes Pag.163 Nel giallo La morte ha i capelli lunghi, due giovani donne, Sheila Broome autostoppista e Ivy Childess commessa, vengono trovate strangolate con una sciarpa; entrambe hanno lunghi capelli, dettaglio che lega i delitti e alimenta l’ipotesi di un serial killer. L’indagine si muove tra Londra
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173, Adotta un libro, La scalata, di Stephen Frey, 02 marzo 2026

La scalata, di Stephen Frey Pag.360 La scalata è un thriller finanziario ambientato tra le grandi banche d’investimento di New York, dove il giovane banchiere Andrew Falcon ottiene l’incarico di guidare la più grande OPA ostile della storia di Wall Street, puntando su un compenso multimilionario per riscattare una carriera in rovina. Man mano che
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172, Adotta un libro, I delitti del mosaico, di Giulio Leoni, 02 marzo 2026

I delitti del mosaico, di Giulio Leoni Pag.300 Nel 1300, appena nominato priore di Firenze, Dante Alighieri è chiamato a indagare sulla morte di un maestro comacino, soffocato con la calce viva e abbandonato ai piedi di un enorme mosaico incompiuto, destinato a ornare la chiesa di San Giuda, futura sede dello Studium cittadino. I
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171, Adotta un libro, Si riparano bambole, di Antonio Pizzuto, 02 marzo 2026

Si riparano bambole, di Antonio Pizzuto Pag.270 La vita di Profi, funzionario di polizia, è narrata in frammenti che ne seguono il percorso dall’infanzia alla vecchiaia, come fotogrammi di un film montati in sequenze libere. Tra il paese natale e la città, tra la casa dell’infanzia e l’ufficio, la memoria ricompone episodi minuti, presenze familiari,
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170, Adotta un libro, Il fondo avvoltoio, di Stephen Frey, 02 marzo 2026

Il fondo avvoltoio, di Stephen Frey Pag.350 Mace McLain, giovane e brillante banker della potentissima Walker Price di Wall Street, viene scelto per gestire un «vulture fund» da due miliardi di dollari, destinato a speculare sul crack del mercato immobiliare di Manhattan. Ben presto si accorge che l’operazione nasconde qualcosa di oscuro: un campo paramilitare
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Adotta un libro, Middle England, 24.11.2025

24 Novembre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

“Middle England” di Jonathan Coe racconta, con ironia e profondità, la vita privata e pubblica in Gran Bretagna dal 2010 agli anni del referendum Brexit. Seguendo Benjamin Trotter, la sua famiglia e i loro amici, il romanzo esplora divisioni sociali e politiche, nostalgia e rabbia, mostrando come le vicende personali si intrecciano ai grandi cambiamenti della società inglese.

Per la donazione sarà data priorità alle modalità di consegna meno onerose.

Per avere il libro scrivi a fedro.luparello@gmail.com … è gratuito! Per saperne di più su “Adotta un libro” cerca la omonima pagina su Facebook

Libro n. 1 … adottato

Personale cercasi, del 14.11.2025, venerdì

14 Novembre 2025 in Personale cercasi

Pubblicità postazioni dirigenziali vacanti strutture di massima dimensione

Pubblicità postazioni dirigenziali vacanti strutture intermedie e di base

Manifestazioni di interesse per mobilità interdipartimentale del personale anno 2025

Riflessione di Fedro, Dostoevskij e i diavoli, del 4 novembre 2025

4 Novembre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Fëdor Mihajlovič Dostoevskij rappresenta una delle vette più elevate della letteratura russa e mondiale, distintosi per la straordinaria profondità dell’indagine psicologica e per la visione drammaticamente sfaccettata dell’animo umano. Nato a Mosca l’11 novembre 1821 da una famiglia colta, ma segnata da tragedie e difficoltà economiche, Dostoevskij trascorse l’infanzia a stretto contatto con la sofferenza e la povertà, elementi che influenzeranno profondamente la sua opera. Dopo aver completato gli studi alla scuola militare d’ingegneria a Pietroburgo, abbandonò la carriera militare per dedicarsi esclusivamente alla letteratura. Il suo esordio, con il romanzo epistolare “Povera gente” (1846), gli procurò un rapido successo nella scena letteraria russa, ma la sua vita fu presto sconvolta: arrestato nel 1849 per attività politiche considerate sovversive, evitò la fucilazione grazie a un provvedimento tardivo e fu deportato per anni nei campi siberiani, esperienza traumatica che lo segnò nel corpo e nello spirito, portandolo infine verso il cristianesimo ortodosso. Rientrato dalla Siberia pubblicò le sue opere più mature, affrontando crisi personali, lutti familiari, viaggi in Europa, gioco d’azzardo e la costante lotta contro l’epilessia, fino alla morte avvenuta a San Pietroburgo nel 1881.​

L’evoluzione dello stile di Dostoevskij è un viaggio complesso e sfaccettato che attraversa diversi momenti della sua carriera. Nei primi romanzi, come “Povera gente” e “Il sosia”, si coglie l’influenza della tradizione gogoliana, soprattutto nella scelta delle forme narrative e nell’attenzione alle classi marginali e agli “umiliati e offesi”. L’approccio iniziale è spesso epistolare, con toni pietistici misti a un sottile umorismo nero, nel quale però fa emergere da subito la sua inclinazione all’analisi profonda dell’interiorità dei personaggi: figure come Devuškin si distinguono per la progressiva complessità psicologica e per un “balbettio” stilistico che si trasforma gradualmente in una voce personale e polifonica. La deportazione e la sofferenza vissute radicalizzano la prospettiva dostoevskiana: il narratore adotta una struttura sempre più poliedrica, costruendo romanzi in cui convivono punti di vista differenti e spesso antagonisti, come accade in “Memorie dal sottosuolo” e soprattutto nei grandi romanzi della maturità.​

Dalla metà degli anni Sessanta, con capolavori come “Delitto e castigo”, “L’idiota”, “I demoni” e “I fratelli Karamazov”, il suo stile si fa torrenziale: innesta nel romanzo un monologo interiore incessante, un dialogismo esasperato, in cui le voci dei personaggi si intrecciano, si sovrappongono e si contraddicono. Nei suoi romanzi, Dostoevskij affronta i nodi dell’esistenza in modo nuovo, portando al centro la contraddizione, il paradosso e la ricerca spasmodica di senso attraverso conflitti morali, filosofici e religiosi. Si afferma uno stile visionario, dove il realismo psicologico si mescola a elementi grotteschi, onirici e simbolici, spesso sostenuti da un ritmo allucinato e febbrile, che risente delle esperienze traumatiche e dell’epilessia dell’autore.​

Le tre opere più conosciute

Delitto e castigo (1866): Il romanzo racconta la storia di Raskol’nikov, uno studente pietroburghese brillante ma impoverito, che uccide una vecchia usuraia convinto di poter giustificare moralmente il proprio atto se finalizzato a un bene superiore. La narrazione scandaglia con spietata lucidità gli abissi del senso di colpa, della giustizia e della possibilità di redenzione, trasformando il tormento del protagonista in un’indagine emblematica della condizione umana. “Delitto e castigo” rappresenta un punto di svolta non solo per la letteratura russa ma anche per la costruzione psicologica dei romanzi moderni.​

L’idiota (1869): In quest’opera, il protagonista, il principe Myškin, è una figura di una totale purezza d’animo, una sorta di “Cristo” moderno che, tornato in patria dalla Svizzera dove era in cura per l’epilessia, si trova a doversi confrontare con una società corrotta e senza valori. Il romanzo mette in scena il conflitto tra un ideale di bontà assoluta e la brutalità del mondo circostante, mostrandone le tragiche e grottesche conseguenze: la figura del protagonista, incapace di adattarsi, si trasforma in una vittima sacrificale, martire della sua stessa innocenza.​

I fratelli Karamazov (1879-1880): Considerato il testamento spirituale e artistico di Dostoevskij, è un romanzo monumentale che intreccia la vicenda di una famiglia segnata dal delitto e dalla lotta tra fede e dubbio. Ambientato nella provincia russa, il romanzo mette in scena un dualismo tra bene e male, ragione e fede, attraverso i tre fratelli (Dmitrij, Ivan e Alëša) e la controversa figura paterna di Fëdor Pavlovič. “I fratelli Karamazov” affronta temi universali come la responsabilità, la libertà, la sofferenza e la salvezza, incarnando la dimensione più profonda del pensiero dostoevskiano.​

Bibliografia

La produzione di Dostoevskij si snoda lungo quarant’anni e mostra una progressiva interiorizzazione dei drammi personali e collettivi della Russia del suo tempo. Dopo l’esordio folgorante con “Povera gente” (1846) e la ricezione più controversa de “Il sosia” (1846), Dostoevskij sperimenta tematiche gotiche e psicologiche in “Le notti bianche” (1848) e “La padrona” (1847). La sua opera subisce una lunga interruzione durante la prigionia siberiana, dopo la quale pubblica le “Memorie da una casa di morti” (1861), fondamentale testimonianza della sua esperienza nei lager zaristi. La seconda fase della carriera vede la pubblicazione di romanzi brevi come “Umiliati e offesi” (1861) e “Memorie dal sottosuolo” (1864), considerato una delle anticipazioni della letteratura esistenzialista.​

La maturità coincide con la stagione dei grandi romanzi ciclici: “Delitto e castigo” (1866), “Il giocatore” (1867), “L’idiota” (1869), “I demoni” (1872), “L’adolescente” (1875) e infine “I fratelli Karamazov” (1879-1880). Completano la bibliografia numerosi racconti, testi saggistici e una vasta produzione epistolare, nella quale si ritrovano le inquietudini dell’uomo e dell’artista. L’opera di Dostoevskij, segnata da una tensione spasmodica tra materia terrena e ansia di trascendenza, ha esercitato un’influenza determinante su tutto il Novecento letterario, filosofico e psicoanalitico, e continua a interrogare i lettori di tutto il mondo

Riflessione di Fedro, Soldati e il maresciallo, del 3 novembre 2025

3 Novembre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Mario Soldati fu una delle personalità più poliedriche e rappresentative della cultura italiana del Novecento, capace di attraversare con audacia generi e linguaggi differenti—dalla narrativa al cinema, dal giornalismo alle inchieste televisive—sempre con una forte carica di originalità e vitalità.​

Mario Soldati nacque a Torino il 17 novembre 1906, in una famiglia della borghesia cittadina. La formazione presso i Gesuiti segnò il suo percorso culturale e umano, caratterizzato da una viva inquietudine spirituale. Dopo la maturità classica, si laureò in lettere nel 1927 discutendo una tesi in storia dell’arte. Da giovanissimo mostrò grande passione per il teatro—scrisse e mise in scena il dramma “Pilato” nel 1924—e per il cinema, affascinato dalle figure di Charlot e Buster Keaton. Tra il 1929 e il 1931 fu a New York come docente alla Columbia University, assorbendo un’esperienza che influirà profondamente sulla sua visione del mondo, e che racconterà nel libro “America primo amore” (1935).​

Sul ritorno in Italia, Soldati collaborò con le principali riviste e quotidiani letterari, e si avvicinò al mondo del cinema, prima come sceneggiatore, poi come regista. Nel corso della sua carriera diresse numerosi film, tra cui “Piccolo mondo antico”, “Malombra” e “La provinciale”, distinguendosi per la capacità di trasporre opere letterarie con grande sensibilità stilistica. Divenne popolare anche come autore televisivo grazie alle memorabili inchieste enogastronomiche, quali “Viaggio nella valle del Po” (1957). Morì a Tellaro nel 1999, lasciando una produzione letteraria e culturale ampissima.​

Lo stile di Soldati si distinse sin dagli esordi per limpidezza e chiarezza; tuttavia, la sua scrittura è intrisa di ambiguità intellettuali e tensioni morali. Nei primi racconti, come “Salmace” (1929), l’autore affronta temi inquietanti e controversi con una prosa apparentemente semplice ma capace di articolare profonde sfumature psicologiche. Soldati privilegia una narrazione in prima persona, capace di coinvolgere il lettore con ritmo spedito, curiosità inesauribile e un rapporto di “fraternità” narrativa, come sottolineato da Pasolini.​

Nel corso degli anni, si nota un progressivo affinamento stilistico, in cui l’essenzialità della lingua si unisce a una struttura narrativa spesso a cornice, fatta di racconti che alternano introspezione, gioco intellettuale e sguardo ironico sulle debolezze umane. L’elemento autobiografico è costante, specie nel rapporto problematico con la fede, nell’urgenza di confessione, nel continuo tentativo di espiazione, ma anche nella celebrazione della quotidianità e dei piccoli dettagli della vita. Soldati non ha mai avuto la pretesa di essere uno scrittore “alto”: la sua grandezza sta nella naturalezza con cui ha esplorato il disordine dell’esistenza, restituendo sempre una certa “allegria”, anche nelle pagine più drammatiche.​

Questa evoluzione confluisce nella maturità dei racconti lunghi e delle raccolte, in cui la varietà di voci narrative e la sapienza della costruzione della scena si coniugano con una scrittura sempre più elastica, capace di oscillare dal grottesco, al giallo, al romanzo metafisico.​

Tre opere fondamentali

  • Le lettere da Capri (1953)
    Il romanzo che consacrò Soldati con il Premio Strega è una delle più celebri narrazioni dell’infedeltà e della complessità psicologica, costruita come romanzo epistolare su più punti di vista. L’opera affronta temi come la fede, il tradimento e l’introspezione, con una lingua limpida, ordinata ma intensa, che si confronta con il “disordine dell’esistenza”. La critica ha discusso la misura del romanzo rispetto alle doti di Soldati, talvolta vedendolo più a suo agio nella forma breve, ma “Le lettere da Capri” resta uno dei testi più importanti del secondo Novecento.​
  • America primo amore (1935)
    Nato dall’esperienza newyorkese, questo libro-reportage fonde ricordi personali, osservazioni sulla società americana e una vivace tensione tra estraneità e fascinazione per l’altro. È una delle prime testimonianze italiane sugli Stati Uniti nel periodo tra crisi e ripresa, attraversata da uno sguardo ironico e già maturo, che farà scuola nel reportage narrativo.​
  • I racconti del maresciallo (1967)
    Raccolta di storie ambientate nella provincia italiana e in particolare nelle terre della pianura padana, “I racconti del maresciallo” segnarono una svolta nella narrazione televisiva e letteraria. Ambientazione minuta, dettagli di costume, gusto del dialogo e atmosfere semi-poliziesche, con personaggi che incarnano vizi, virtù e venature grottesche della società. Dall’opera derivò una famosa serie tv, testimone della forza di Soldati nel tradurre la letteratura in grande narrazione popolare.​

Bibliografia

La produzione di Mario Soldati comprende romanzi, racconti, saggi, reportage, adattamenti teatrali, sceneggiature, testi di viaggio e inchieste. Esordì con “Salmace” (1929), raccolta a tema ambiguo e lucido, cui seguirono il celebrato “America primo amore” (1935) e il ciclo narrativo “La verità sul caso Motta” (1937). Negli anni Cinquanta, Soldati diede forma a pagine memorabili come “A cena col commendatore” (1950) e “Le lettere da Capri” (1953). Seguirono “Il vero Silvestri” (1957), “Le due città” (1964) e “La busta arancione” (1966), dove il racconto breve predomina e sublima le doti di Soldati.​

Fondamentali sono le raccolte e i romanzi brevi, tra cui “I racconti del maresciallo” (1967), la ricchissima produzione di novelle come “55 novelle per l’inverno” (1971) e “44 novelle per l’estate” (1979). Nel solco del viaggio e del reportage Soldati pubblicò “Fuori” (1968), “Vino al vino. Viaggio alla ricerca dei vini genuini” (1969-1971), “Addio diletta Amelia” (1976) e “La sposa americana” (1977). L’esperienza intellettuale si allarga nei diari, critiche cinematografiche (“Da spettatore”, “Cinematografo”), scritti d’occasione e raccolte di interventi pubblici. Tra gli ultimi romanzi si ricordano “Lo smeraldo” (1974), “L’incendio” (1981), “L’architetto” (1985) ed “El Paseo de Gracia” (1987).​

Il percorso di Soldati si riconosce dunque nella varietà dei generi, nel gusto della sperimentazione, nella tensione costante a una nuova modalità di incontro tra letteratura, cinema, televisione e vita civile italiana

(EdS)

L’importanza di chiamarsi Jannik, di Fedro, del 3 novembre 2025

3 Novembre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Da un paio d’anni seguo il tennis con una costanza che non avrei mai immaginato. E il motivo ha un nome e cognome: Jannik Sinner.
Nella mia vita ci sono stati altri tennisti che mi avevano acceso la curiosità – Adriano Panatta su tutti – ma ai tempi era un’altra storia: poche partite in TV, pubblicità quasi zero, e la sensazione che il tennis fosse uno sport per pochi fortunati.

Oggi tutto è cambiato, e no, non è solo merito della tecnologia o dello streaming. Jannik Sinner è un fenomeno difficile da spiegare. Sembra venuto da un altro pianeta, ma con la semplicità disarmante di chi resta profondamente umano. È il tipo di eroe che tutti, almeno una volta, vorremmo essere: concentrato, gentile, tenace.

Ogni volta che scende in campo sembra rendere tutto facile, anche se io so bene che quel tipo di tennis è un’altra dimensione. La mia personale esperienza tennistica, durata la bellezza di trenta minuti, mi è bastata per capire quanto sia complicato mandare la pallina esattamente dove vorresti. Da allora ho deciso che il mio ruolo è quello dello spettatore affascinato. E con Jannik, credetemi, è uno spettacolo continuo.

Non so per quanto durerà questa infatuazione sportiva, ma so che finché ci sarà, mi farà battere il cuore. Seguire uno sport, anche senza praticarlo, può essere sorprendentemente appagante. Perché oltre ai colpi vincenti, ciò che colpisce davvero è l’umanità di certi campioni. Gente come Sinner riesce a ispirarti anche fuori dal campo: ti ricorda che dietro ogni grande atleta può esserci, semplicemente, una bella persona.

(EdS)

Riflessione di Fedro, Rigoni Stern e la guerra, del 2 novembre 2025

2 Novembre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Mario Rigoni Stern nacque il 1º novembre 1921 ad Asiago, sull’altopiano dei Sette Comuni, in una famiglia della piccola borghesia locale. La sua infanzia e giovinezza furono profondamente segnate dal paesaggio montano e dalla vita di comunità di frontiera, elementi destinati a permeare la sua scrittura. Con l’entrata dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale, si arruolò negli Alpini e visse in prima persona le tragedie del conflitto, partecipando all’epica e drammatica ritirata di Russia del 1942-1943. Dopo la guerra, Rigoni Stern venne imprigionato dai tedeschi in diversi campi di concentramento: sopravvisse e fece ritorno a piedi all’altopiano di Asiago solo nel 1945. Finita la guerra, fu per decenni archivista catastale e apicoltore, mantenendo una profonda connessione con la natura e con la storia del proprio territorio.​

Il debutto come scrittore avvenne nel 1953 con “Il sergente nella neve”, autobiografia della ritirata di Russia che ottenne immediato successo. Nel corso della sua lunga carriera pubblicò romanzi, racconti, saggi e memorie, illustrando con chiarezza e profondità la vita delle genti alpine, le sofferenze della guerra e la responsabilità etica del narrare. Morì nella sua Asiago il 16 giugno 2008, lasciando un’eredità profondissima nella letteratura italiana contemporanea.​

Lo stile di Mario Rigoni Stern si distingue per una chiarezza limpida, un lirismo misurato e l’assoluta assenza di retorica. Fin dall’esordio, la critica ha sottolineato la sua capacità di unire un ritmo narrativo incalzante a un uso preciso e sobrio del linguaggio; le sue pagine esemplificano una “scrittura chiara, poetica e antiretorica”, come rilevato da Italo Calvino, capace di amalgamare concretezza, ritmo e profondità emotiva. Rigoni Stern attribuiva grande valore alla precisione lessicale e alla comunicazione essenziale, preferendo una lingua che privilegiasse la lealtà verso il lettore e la verità dei fatti.​

Con il passare degli anni, il suo stile si è arricchito di una sempre maggiore attenzione agli aspetti naturalistici, celebrando la relazione fra uomo e ambiente e assumendo una tensione profondamente etica e civile. L’esperienza della guerra, vissuta e narrata senza enfasi, si trasfigura nei suoi libri in racconto universale della memoria, del dolore e della speranza. L’andamento ritmico della sua narrazione corrisponde al passo dell’uomo sulla montagna, creando un legame indissolubile tra parola, paesaggio e memoria personale. Rigoni Stern riservava inoltre molta attenzione agli aspetti pedagogici della scrittura, invitando le giovani generazioni a coltivare lettura e rispetto per la natura.​

Le tre opere più conosciute

  • Il sergente nella neve (1953): È la testimonianza autobiografica della ritirata di Russia, vissuta dall’autore come alpino nel 1942-1943. Il libro, scritto con uno stile sobrio e diretto, narra la lotta disperata per la sopravvivenza, la solidarietà tra commilitoni e il senso tragico della guerra; considerato un capolavoro della letteratura italiana resistenziale, ha vinto il Premio Viareggio Opera Prima.​
  • Storia di Tönle (1978): Romanzo di ambientazione alpina che racconta la vita di Tönle Bintarn, simbolo della gente dell’altopiano ai confini della storia europea. Il romanzo è molto apprezzato sia per la finezza psicologica dei personaggi sia per la capacità di evocare paesaggio e memoria. L’opera ha ricevuto il Premio Campiello e il Premio Bagutta.​
  • Uomini, boschi e api (1980): Raccolta di racconti che celebra il rapporto sacro fra uomo e natura, esplorando i mestieri, le tradizioni e la vita sull’altopiano di Asiago. La prosa si fa ancora più essenziale e poetica, sottolineando la dimensione contemplativa e rispettosa dell’esistenza nel paesaggio montano.​

Bibliografia

La produzione di Mario Rigoni Stern si articola in un corpus ampio e variegato, che include opere narrative, saggi, racconti brevi e memorie. Dopo il successo di “Il sergente nella neve” (1953), Rigoni Stern continuò ad approfondire le tematiche resistenziali in “Quota Albania” e “Ritorno sul Don”, legando sempre la sua esperienza personale agli eventi più drammatici della storia italiana. La guerra, in particolare, rimane uno sfondo imprescindibile, trattato però senza indulgere nella retorica, ma con uno stile pacato, riflessivo e ricco di pathos autentico.​

Negli anni Sessanta e Settanta si avvicina maggiormente al racconto del territorio e delle tradizioni locali, con “Il bosco degli urogalli” (1962) e “Storia di Tönle” (1978), mentre negli anni Ottanta pubblica “Uomini, boschi e api” e “Amore di confine”, opere che esplorano il rapporto ancestrale con la natura, la memoria e il confine fra popoli. Rigoni Stern non si limita al racconto autobiografico, ma amplia l’orizzonte ad una riflessione universale sulle tracce del passato e sul valore della dignità umana.​

Nel corso degli anni Novanta e Duemila, la sua produzione si arricchisce di nuovi spunti naturalistici: “Arboreto selvatico” (1991) offre racconti che nascono dall’osservazione degli alberi e dei paesaggi, mentre “Le stagioni di Giacomo” (1995) e “Sentieri sotto la neve” (1998) approfondiscono il tema della memoria e dell’identità locale. L’ultimo decennio della sua vita, pur segnato dalla vecchiaia, è costellato da ulteriori raccolte e riflessioni sulla guerra (“I racconti di guerra”, “Stagioni”, “Tra due guerre e altre storie”), che abbracciano il passato collettivo come filtro per comprendere il presente e la responsabilità del singolo.​

(EdS)

Riflessione di Fedro, Buzzati e l’attesa, del 1 novembre 2025

1 Novembre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Dino Buzzati è considerato uno dei maggiori autori della letteratura italiana del Novecento, famoso per la sua capacità di intrecciare realismo e dimensione fantastica nei romanzi e nei racconti. La sua produzione poliedrica spazia dal giornalismo all’arte, dal teatro alla narrativa, rendendolo un protagonista imprescindibile nel panorama culturale europeo.​

Dino Buzzati Traverso nasce il 16 ottobre 1906 a San Pellegrino di Belluno in una famiglia benestante di antiche origini ungheresi. Fin da giovane coltiva l’amore per la montagna e per l’arte, che segneranno profondamente la sua sensibilità. Nell’infanzia frequenta le Dolomiti, fonte di ispirazione per le prime opere letterarie: paesaggi solitari, boschi e vette tornano spesso nelle sue narrazioni. Dopo la laurea in giurisprudenza, Buzzati entra come cronista e poi inviato al Corriere della Sera, dove rimarrà per tutta la vita, creando un ponte tra la cronaca giornalistica e la scrittura letteraria. Nel corso della sua carriera, vive intensamente tra il Veneto e Milano, conserva una continua tensione verso la dimensione surreale della realtà e si confronta con le inquietudini del Novecento: dalla guerra agli sconvolgimenti sociali.​

Buzzati muore il 28 gennaio 1972 a Milano, lasciando una vasta eredità letteraria e artistica che continua a influenzare generazioni di lettori.​

Buzzati sviluppa uno stile unico, difficilmente riconducibile a una corrente precisa, ma fortemente permeato dal realismo magico e dall’allegorismo kafkiano tanto da essere definito, a volte, il “Kafka italiano”. Le sue prime opere, come “Bàrnabo delle montagne” e “Il segreto del Bosco Vecchio”, si caratterizzano per atmosfere fiabesche e paesaggi montani che fanno da sfondo a narrazioni sospese tra il reale e l’immaginario.​

Negli anni Quaranta, con “Il deserto dei Tartari”, la sua scrittura si fa più asciutta e tragica, dando voce all’attesa metafisica, al senso del tempo sospeso, e all’ineluttabilità del destino. La narrazione diviene più essenziale, con uno stile diaristico e una forte tensione verso la sperimentazione: il linguaggio alterna la cronaca giornalistica, il racconto intimista e immagini oniriche, usa colori chiave, gerundi e participi per suggerire indeterminatezza e mistero. Il codice stilistico di Buzzati si dimostra internazionale: sebbene scorrevole e cronachistico, lascia trasparire una forte passione per la densità linguistica e per lo stile alto. La sua evoluzione prosegue nella produzione successiva, dove lo scrittore inserisce anche elementi fantascientifici, satirici, grotteschi e fumettistici (“Il grande ritratto”, “Poema a fumetti”), sempre all’insegna di una feconda tensione verso il mistero quotidiano e l’angoscia esistenziale.​

Tre Opere Più Conosciute

Il deserto dei Tartari (1940):
Il capolavoro assoluto di Buzzati, simbolo della solitudine dell’uomo e del senso di attesa che pervade l’esistenza. Il romanzo narra la parabola del tenente Giovanni Drogo, inviato alla Fortezza Bastiani sul confine di un deserto sconosciuto, dove attende l’arrivo dei Tartari. La Fortezza rappresenta il luogo della speranza e della delusione, metafora potente della condizione umana, della ricerca di senso e della paura della morte.​

Il segreto del Bosco Vecchio (1935):
Opera fiabesca e poetica, ambientata in una foresta magica abitata da creature leggendarie e spiriti. Il protagonista, il colonnello Procolo, si confronta con le forze misteriose della natura, imparando a rispettarle e a cogliere il senso nascosto della realtà. Il romanzo mette in scena il conflitto tra razionalità e magia, fra modernità e mito, e anticipa molti temi cari all’autore.​

La famosa invasione degli orsi in Sicilia (1945):
Favola illustrata destinata ai più giovani, racconta l’avventura degli orsi guidati dal re Leonte che invadono la Sicilia per ritrovare il figlio scomparso. L’opera mescola elementi fiabeschi, allegorie morali e ironia sociale, testimoniando la versatilità di Buzzati come autore per l’infanzia e il suo talento anche artistico.​

Bibliografia

La produzione di Dino Buzzati è straordinariamente ampia e variegata. Esordisce nel 1933 con “Bàrnabo delle montagne”, romanzo che esprime la sua attrazione per i paesaggi solitari e la tensione psicologica. Seguono “Il segreto del Bosco Vecchio” (1935), fiaba boschiva, e “Il deserto dei Tartari” (1940), romanzo di culto tradotto in tutto il mondo.​

Negli anni Quaranta pubblica raccolte di racconti come “I sette messaggeri” e “Paura alla Scala”, in cui approfondisce l’ignoto e la paura. Il 1945 vede l’uscita della fiaba “La famosa invasione degli orsi in Sicilia”, mentre “Il grande ritratto” (1960) rappresenta un’incursione nella fantascienza e nelle tematiche tecnologiche.​

Negli anni Sessanta e Settanta arricchisce il suo corpus narrativo con opere come “Un amore” (1963), storia di una passione amorosa più convenzionale, e “Il colombre” (1966), raccolta di racconti surreali. Esperimenta il fumetto con “Poema a fumetti” (1969) e la narrazione visiva con “I miracoli di Val Morel” (1971), confermando la sua poliedricità narrativa.​

Buzzati scrive anche per il teatro e la poesia, lasciando una traccia indelebile nella letteratura contemporanea. Il suo lascito comprende decine di romanzi, fiabe, racconti, opere teatrali, raccolte poetiche e articoli giornalistici che disegnano il profilo di un autore inquieto, ironico, profondo e sempre pronto a esplorare le frontiere della realtà e della fantasia.

(EdS)

Riflessione di Fedro, Calvino e i suoi nobili, del 31 ottobre 2025

31 Ottobre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Italo Calvino è stato uno degli scrittori italiani più innovativi e influenti del Novecento, capace di rinnovare radicalmente le forme della narrazione grazie a una continua ricerca stilistica e tematica.​

Calvino nacque il 15 ottobre 1923 a Santiago de Las Vegas, Cuba, da genitori italiani entrambi impegnati nel mondo scientifico. Nel 1925 la famiglia si trasferì in Liguria, dove Calvino crebbe e maturò i primi interessi letterari. Durante la Seconda guerra mondiale partecipò attivamente alla Resistenza, esperienza che influenzerà profondamente il suo primo romanzo, “Il sentiero dei nidi di ragno” (1947). Dopo la guerra collaborò con la casa editrice Einaudi e iniziò una carriera che lo portò a diventare una delle voci più rappresentative della letteratura italiana. Morì a Siena il 19 settembre 1985.​

La traiettoria stilistica di Calvino si snoda attraverso fasi ben distinte, che rispecchiano tanto la sua personale evoluzione quanto i mutamenti della cultura letteraria italiana. Alla fine degli anni ’40, Calvino si inserisce nel filone neorealista, caratterizzato da una narrazione lucida, oggettiva e attenta alla resa della realtà sociale. Opere come “Il sentiero dei nidi di ragno” esprimono il desiderio di raccontare il mondo attraverso lo sguardo ingenuo, ma non per questo meno acuto, dei “piccoli”.​

A partire dagli anni ’50, Calvino si sposta verso un registro fantastico e allegorico, rintracciabile nella trilogia “I nostri antenati”, in cui la narrazione si fa metafora delle grandi domande esistenziali, esplorando tematiche come il doppio, l’alienazione, la libertà, l’identità. Parallelamente si affina la tendenza di Calvino alla “leggerezza” della forma, intesa come tensione all’essenzialità, all’ironia e all’esattezza stilistica, temi che saranno alla base delle “Lezioni americane”, il suo testamento letterario.​

Negli anni ’60-’70 avviene il passaggio verso una scrittura “combinatoria”, in cui la narrazione diventa un gioco strutturale e il romanzo un dispositivo che esplora le infinite possibilità del linguaggio e della costruzione letteraria. In “Le città invisibili”, “Il castello dei destini incrociati” e “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, Calvino mette in scena narrazioni frammentate, polifoniche e labirintiche, capaci di coinvolgere il lettore nel processo stesso della lettura e dell’invenzione.​

Tre opere più conosciute

1. Il sentiero dei nidi di ragno (1947)
Romanzo d’esordio, ambientato durante la Resistenza e raccontato dal punto di vista di Pin, un bambino che vive ai margini della società. Attraverso il suo sguardo ingenuo, la narrazione acquisisce una dimensione fiabesca che stempera la durezza degli eventi storici. Il realismo si fonde alla fantasia, offrendo una riflessione su innocenza, esperienza e perdita.​

2. Il barone rampante (1957)
Secondo romanzo della trilogia “I nostri antenati”, il libro racconta la storia di Cosimo Piovasco di Rondò, giovane nobile che decide di vivere sugli alberi per il resto della sua vita. La scelta di Cosimo è sia ribellione che ricerca di autonomia, e la narrazione si trasforma in una parabola sulla libertà individuale e sulla necessità di osservare la realtà da una prospettiva distaccata e critica. L’opera si distingue per la leggerezza dello stile, la ricchezza delle invenzioni narrative e la profondità filosofica.​

3. Le città invisibili (1972)
Si tratta di uno dei testi più rappresentativi della maturità di Calvino, in cui il protagonista Marco Polo descrive a Kublai Khan una serie di città immaginarie, ciascuna metafora di stati d’animo, idee e visioni del mondo. La struttura interna, basata su giochi combinatori e richiami incrociati, rende il libro una riflessione sulle possibilità della scrittura, sull’identità, sulla memoria e sull’utopia.​

Bibliografia

Il percorso letterario di Calvino si apre con “Il sentiero dei nidi di ragno” (1947), cui seguono numerosi racconti come “Ultimo viene il corvo” (1949). Negli anni ’50 si afferma con “Il visconte dimezzato” (1952), “Il barone rampante” (1957) e “Il cavaliere inesistente” (1959), raccolti poi nella trilogia “I nostri antenati” (1960). In questo periodo pubblica anche “La speculazione edilizia” e “La giornata d’uno scrutatore” (1963).​

Dagli anni ’60 si affaccia alla narrazione breve con “Marcovaldo” (1963) e con le raccolte di racconti “Gli amori difficili” e “Le cosmicomiche” (1965), dove una prosa ironica e raffinata accompagna la riflessione sulle dinamiche del mondo. Il suo interesse per la struttura del racconto si manifesta nei romanzi successivi, come “Le città invisibili” (1972), “Il castello dei destini incrociati” (1973) e “Se una notte d’inverno un viaggiatore” (1979), caratterizzati da narrazioni sperimentali e giochi di costruzione.​

Negli ultimi anni, “Palomar” (1983) incarna il climax della riflessione calviniana sul rapporto tra soggetto e mondo, con una scrittura minima e analitica. L’eredità teorica e poetica di Calvino si coglie infine nelle “Lezioni americane” (1988, postumo), dove lo scrittore espone i cinque valori per la letteratura del futuro: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità.​

La sua produzione comprende anche fiabe e testi saggistici, testimonianza di una incessante curiosità e di una costante voglia di sperimentare nuovi linguaggi, culminata in una bibliografia ampia e variegata, fondamentale per la letteratura italiana e internazionale.

Riflessione di Fedro, Cassola e quell’Italia, del 30 ottobre 2025

30 Ottobre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Carlo Cassola nasce a Roma il 17 marzo 1917, figlio di Garzia Cassola, giornalista di origini parmensi e traduttore, e di Maria Camilla Bianchi, legata a Volterra, città che rimarrà centrale nella formazione e nell’immaginario letterario dell’autore. Trascorrendo l’infanzia tra Roma e la campagna toscana, Cassola si avvicina agli studi letterari e si laurea in Giurisprudenza, ma ben presto la sua attenzione si sposta sulla scrittura e sull’impegno civile. Durante la Seconda guerra mondiale partecipa attivamente alla Resistenza, esperienza che segnerà profondamente non solo la sua produzione letteraria ma anche la sua prospettiva etica e politica.​

Dopo la guerra si trasferisce definitivamente in Toscana, dove lavora come professore di liceo a Grosseto. Nel 1949, la prematura morte della moglie segna una svolta personale e professionale, portandolo a una fase di crisi ma anche di rinnovata energia creativa. Nel corso degli anni Cassola si afferma come scrittore, saggista e partigiano, collaborando con riviste, giornali e costruendo un rapporto significativo con la casa editrice Einaudi, poi con Rizzoli. Nel secondo dopoguerra la sua attività si estende anche alla difesa di valori civili, divenendo negli ultimi anni della sua vita un importante portavoce della cultura della nonviolenza e dell’antimilitarismo.​

Cassola muore a Montecarlo (Lucca) il 29 gennaio 1987, lasciando una traccia significativa nella letteratura e nel dibattito civile italiano.

Lo stile di Cassola attraversa varie fasi, ma resta costante il desiderio di esplorare la dimensione esistenziale dell’individuo, spesso attraverso un filtro di sobrietà e minimalismo espressivo. I primi scritti risentono del clima ermetico dell’epoca, accogliendo il gusto dell’essenzialità e della poesia come assoluto, anche nella prosa, dove la narrazione rinuncia al resoconto psicologico e alle determinazioni culturali, prediligendo una purezza attenta al vivere quotidiano.​

Negli anni Cinquanta e Sessanta, Cassola abbraccia un realismo asciutto e oggettivo, depurato da ogni manierismo bozzettistico, legato alla tradizione toscana e influenzato da autori come Tozzi e Bilenchi. La sua narrativa si incentra su figure umili, su storie minime ambientate in paesaggi familiari, mostrando la solitudine dell’individuo e la pena di vivere. È una prosa che rifugge l’epica della storia, ponendo al centro piuttosto i sentimenti, la rassegnazione, le tensioni del quotidiano, e relegando sullo sfondo gli eventi storici, persino la Resistenza.​

Negli anni successivi lo stile di Cassola si evolve verso una maggiore liricità della quotidianità, abbandonando l’impronta realistica più marcata per una narrazione rarefatta ed esistenzialista, che trova uno dei suoi apici in “Un cuore arido” (1961) e “Paura e tristezza” (1970). Nell’ultima fase, Cassola accentua la dimensione civile e politica, scegliendo la letteratura come luogo di propaganda antimilitarista, affrontando i temi del disarmo, della nonviolenza e della sopravvivenza attraverso saggi e romanzi che mantengono comunque vivo il suo tratto distintivo.​

Le tre opere più conosciute

  • La ragazza di Bube (1960): Probabilmente l’opera più celebre di Cassola, vincitrice del Premio Strega, racconta la difficile storia d’amore tra Mara, giovane toscana, e Bube, ex partigiano, sullo sfondo dell’immediato dopoguerra. Il romanzo affronta con delicatezza il trauma della guerra, la complessità del ritorno alla vita civile e il peso delle scelte morali, rappresentando un’alternativa alla letteratura più “impegnata” del periodo, attraverso una narrazione oggettiva e spoglia di enfasi, ma profondamente umana.​
  • Il taglio del bosco (1953): Questa raccolta di racconti lunghi incarna lo stile intimista del periodo iniziale di Cassola, dove la quotidianità rurale diventa lo specchio di ansie esistenziali e riflessioni sulla solitudine. Nel “Taglio del bosco”, la fatica del lavoro diventa metafora delle tensioni e delle illusioni della vita, mostrando una poetica del “realismo subliminare”, dove il dato materiale lascia spazio all’elaborazione emotiva e spirituale.​
  • Fausto e Anna (1952): Basato sulle esperienze dell’autore durante la Resistenza, il romanzo narra la storia di Fausto, giovane impegnato nella lotta partigiana, e della sua relazione con Anna. Opera significativa per il coinvolgimento politico, evidenzia la tensione tra storia e vita privata, sottolineando il prezzo esistenziale che la guerra impone ai singoli, soprattutto nell’incapacità di tornare a una normalità che non esiste più.​

La produzione di Carlo Cassola è vasta e articolata, spaziando dai romanzi ai racconti, dalle novelle ai saggi civili e politici. Dopo alcune prove giovanili in bilico tra ermetismo e realismo, come “La visita” (1942), Cassola prende definitivamente la strada del racconto intimista e della narrazione di provincia.​

Negli anni Cinquanta propone opere dove la Resistenza è tema centrale, ma sempre rivissuto attraverso la prospettiva esistenziale piuttosto che quella “impegnata”: “Fausto e Anna” (1952), “I vecchi compagni” (1953), “La casa di via Valadier” (1956), “Un matrimonio del dopoguerra” (1957). “Il taglio del bosco” (1953) introduce la dimensione del lavoro nei boschi, mentre “Il soldato” (1958) porta in scena la solitudine dell’individuo nella società.

Negli anni Sessanta e Settanta la bibliografia si arricchisce di titoli segnati dall’introspezione: “La ragazza di Bube”, “Un cuore arido”, “Il cacciatore”, “Tempi memorabili”, “Storia di Ada”, “Ferrovia locale”, “Una relazione”, “Monte Mario”, “L’antagonista”, “L’uomo e il cane”, “Vita d’artista”, “Il ribelle”. Si moltiplicano le raccolte di racconti come “Colloquio con le ombre” e “Mio padre”.

L’ultima fase della carriera, dagli anni Settanta alla morte, è dedicata quasi esclusivamente alla riflessione sulla guerra e al disarmo: pubblica saggi e romanzi di impronta dichiaratamente antimilitarista, come “La lezione della storia”, “Diritto alla sopravvivenza”, “Contro le armi”, “La rivoluzione disarmista”. L’eredità letteraria di Cassola resta legata alla sua capacità di raccontare l’intimità, di rappresentare l’umanità dei personaggi e le inquietudini di chi attraversa gli eventi della storia restando sempre ancorato alla concretezza della vita quotidiana.​

Cassola è ricordato oggi come uno degli scrittori più espressivi del Novecento italiano, capace di rinnovare il romanzo e di costruire un ponte tra la grande storia e la microstoria, unendo rigore formale e riflessione personale sul senso della vita

Riflessione di Fedro, Pavese e le sue Langhe, del 29 ottobre 2025

29 Ottobre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Cesare Pavese nasce il 9 settembre 1908 a Santo Stefano Belbo, nel cuore delle Langhe piemontesi, in una famiglia borghese segnata da diverse tragedie infantili: tre dei suoi fratelli morirono in tenera età, e il padre scomparve quando Cesare era ancora adolescente. Trasferitosi a Torino, città che rimarrà centrale nella sua esperienza umana e intellettuale, qui Pavese si laurea con una tesi su Walt Whitman. Sin dai primi anni si dedica con passione allo studio della letteratura inglese e americana, traducendo autori come Melville, Defoe e Joyce, un’attività che alimenterà la sua curiosità e influenzerà profondamente la sua scrittura.​

Durante il regime fascista, Pavese si oppone alle direttive del governo e per attività antifasciste viene condannato al confino a Brancaleone Calabro nel 1935. Quella esperienza sarà cruciale per la formazione del suo immaginario, segnando molti temi della sua narrativa e poesia. Rientrato a Torino, inizia il suo sodalizio con la casa editrice Einaudi, diventando uno dei pilastri della cultura italiana del Novecento.​

Gli anni quaranta e cinquanta vedranno Pavese pubblicare i suoi lavori più importanti e impegnarsi nel dibattito letterario e politico italiano. La sua produzione attraversa la poesia, la prosa, il saggio e la traduzione, mostrando una personalità tormentata e in costante dialogo con il senso della solitudine, il mito, il rapporto con la natura e la società. Pavese muore suicida il 27 agosto 1950 in una stanza d’albergo a Torino, lasciando una delle eredità più consistenti del panorama letterario europeo.​


Lo stile di Cesare Pavese è il risultato di una ricerca costante e di un’attitudine innovativa rispetto ai canoni tradizionali della letteratura italiana del primo Novecento. Pavese nasce come poeta e la sua prima raccolta, “Lavorare stanca” (1936), rompe con l’ermetismo predominante, proponendo una poesia narrativa, dai versi lunghi, nitidi, privi di decorativismo retorico: nella sua voce si avverte già la tensione fra solitudine e desiderio di comunione, fra la campagna delle Langhe e la città alienante.​

Nella sua evoluzione, tra romanzi e racconti, Pavese mantiene una sintassi essenziale, ritmata, fondata su cadenze spesso prese dal linguaggio dialettale e dall’uso paratattico. Questo minimalismo linguistico è solo apparente: si radica nella convinzione che la parola non deve spiegare la realtà ma suggerirla, lasciando spazio all’ellissi e al sottinteso. Proprio questa tensione tra la narrazione del quotidiano e la dimensione simbolica conferisce alla sua prosa una qualità lirica che si fonda su immagini, miti e archetipi.​

Il suo stile si evolve: dalla descrizione cruda e quasi naturalistica dei primi romanzi si passa a una realtà sempre più sospesa, simbolica, capace di integrare il mito classico (specie in “Dialoghi con Leucò”) e il dolore umano (“La luna e i falò”). Nei diari, poi, Pavese teorizza la sua poetica come laboratorio di riflessione, specchio della sua inquietudine esistenziale, dove la scrittura diventa mestiere quotidiano di vivere e sopravvivere (“Il mestiere di vivere”).​


1. La luna e i falò (1950)
Considerata la sua opera più matura e intensa, “La luna e i falò” affronta i temi del ritorno e dell’identità, narrando il viaggio del protagonista, Anguilla, nella sua terra d’origine dopo anni di assenza. In questa narrazione, memoria personale e mito si sovrappongono, mentre il paesaggio delle Langhe diventa metafora dell’esistenza e della solitudine. È un romanzo in cui il dolore privato si fonde con quello collettivo del dopoguerra, illuminato da uno stile limpido e malinconico, che esprime la lotta contro la perdita e l’inevitabilità del destino.​

2. Dialoghi con Leucò (1947)
Si tratta di una raccolta di ventisei dialoghi ambientati nel mondo mitologico: qui dèi e uomini si confrontano sui temi eterni dell’amore, della morte, del destino. Con un registro filosofico e quasi teatrale, Pavese offre una visione esistenzialista del mito, traducendo i grandi interrogativi della classicità nella modernità del sentimento umano. “Dialoghi con Leucò” è un esperimento stilistico e concettuale, dove la scrittura diventa riflessione sull’ineluttabilità della vita e sull’accettazione del presente.​

3. Il mestiere di vivere (1952, postumo)
Non propriamente un romanzo bensì il diario che accompagna Pavese dal 1935 fino alla sua morte. “Il mestiere di vivere” è un vero laboratorio di pensiero, dove confluiscono tutte le tematiche della sua poetica: la solitudine, il destino, il rapporto con la scrittura e il senso della sofferenza. Con linguaggio asciutto e meditativo, Pavese compone qui la sua ultima e più autentica confessione, rendendo il diario uno dei testi più letti e studiati del Novecento letterario italiano.​

La produzione di Cesare Pavese si articola in una serie di raccolte poetiche, romanzi, saggi e traduzioni, che testimoniano la sua inesauribile capacità di indagine e di rinnovamento. Si parte con “Lavorare stanca” (1936), il vero esordio della sua poesia anti-retorica, seguita da altre raccolte come “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” pubblicata postuma nel 1951, dove la morte diventa presenza costante ed elegiaca.​

I romanzi, tra cui “Paesi tuoi” (1941), “La casa in collina” (1949), “Il carcere” (1949) e “La spiaggia” (1941), offrono la visione di una realtà metafisica che si sovrappone a quella rurale e popolare. “Feria d’agosto” (1946) si presenta come raccolta di prose, mentre “Tra donne sole”, “Il diavolo sulle colline”, “La bella estate” compongono il trittico di narrativa delle disillusioni giovanili. “Dialoghi con Leucò” segna il passaggio al mito.​

Di rilievo anche la sua attività di traduttore, che lo porta ad avvicinare autori come Conrad, Joyce e Defoe al pubblico italiano, e quella saggistica, con “Il mestiere di vivere”, le lettere (“Vita attraverso le lettere”) e i testi critici che testimoniano il suo impegno intellettuale.

Le opere di Pavese rappresentano un viaggio continuo fra il dolore e la speranza, fra la tragedia individuale e quei territori mitici che restano l’unico rifugio possibile per chi osserva la realtà senza alcuna illusione. La sua scrittura ha lasciato un segno indelebile nella cultura e nella letteratura italiana, continuando ancora oggi a essere letta e discussa in tutto il mondo

(EdS)

Riflessione di Fedro, Pirandello, se vi pare, del 28 ottobre 2025

28 Ottobre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Luigi Pirandello è una delle figure più salienti della letteratura italiana ed europea del Novecento, noto per la sua profonda capacità di indagare l’instabilità dell’identità umana e la complessità della realtà attraverso la forma teatrale e narrativa. Nato il 28 giugno 1867 ad Agrigento, nella contrada Caos, da una famiglia borghese benestante, Pirandello ricevette una formazione classica e si laureò in lettere all’Università di Bonn, dove approfondì la lingua e la cultura germanica. Trasferitosi a Roma, si dedicò all’insegnamento e alla scrittura, attraversando negli anni molteplici difficoltà personali, tra cui il grave tracollo economico della famiglia e la dolorosa malattia mentale della moglie, che segnarono profondamente la sua produzione letteraria. Il vero successo arrivò negli anni Venti, in particolare con l’affermazione internazionale delle sue opere teatrali. Nel 1934 ricevette il Premio Nobel per la Letteratura, riconoscendo il valore innovativo della sua produzione e l’eco universale del suo pensiero.

Pirandello debutta come poeta e narratore, per poi trovare nella forma teatrale il mezzo prediletto per esplorare il dramma interiore e sociale. Lo stile dei suoi primi lavori si caratterizza per la ricerca espressiva e una certa adesione al verismo siciliano, evidente nelle novelle che spesso raffigurano una Sicilia arcaica e conflittuale, immersa in contraddizioni sociali e antropologiche. Nella maturità, la sua scrittura si fa sempre più ironica e paradossale: Pirandello abbandona la narrazione lineare per privilegiare la frammentazione psicologica, l’ambiguità e l’incertezza. Il teatro pirandelliano introduce la rivoluzione della “maschera” e della “persona”, concetti centrali della sua poetica, secondo cui la verità non può mai essere oggettiva, ma sempre soggettiva e mutevole.

Il linguaggio si evolve verso una sintesi espressiva fatta di dialoghi serrati, costellati di interruzioni, ripensamenti e giochi di specchi tra personaggi e autori. La dimensione tragica lascia il posto a una forma di grottesco che mette in discussione la morale borghese e le convenzioni artistiche. La crisi dell’identità, la relatività della percezione, il dramma dell’essere e dell’apparire diventano i cardini tematici della sua opera. Pirandello sperimenta tecniche narrative innovative, come il “teatro nel teatro”, anticipando molte delle tendenze dell’avanguardia europea.

Le tre opere più celebri

  • Il fu Mattia Pascal (1904): Questo romanzo segna una svolta fondamentale nella narrativa italiana. La vicenda di Mattia Pascal, che dopo essere erroneamente creduto morto decide di reinventarsi sotto una nuova identità, offre una riflessione penetrante sul concetto di maschera e sulle possibilità di ridefinire la propria esistenza. Attraverso uno stile ironico e insieme dolente, Pirandello mostra la precarietà della libertà individuale e l’inevitabile ritorno alle origini.
  • Sei personaggi in cerca d’autore (1921): Opera teatrale rivoluzionaria, rappresenta il vertice della “scomposizione” della forma drammatica tradizionale. Sei enigmatici personaggi irrompono su un palcoscenico reclamando un autore che dia loro compiutezza. Il testo mette in scena il conflitto tra verità e rappresentazione, tra le identità fittizie e la ricerca di un senso autentico. La struttura aperta e la rottura della “quarta parete” hanno influenzato profondamente il teatro contemporaneo.
  • Enrico IV (1922): Dramma complesso e profondo, narra la storia di un uomo che, dopo un trauma, si convince di essere realmente l’imperatore Enrico IV, circondato da una corte che finge di assecondarlo. Il gioco tra follia e realtà, tra ruoli imposti e desiderio di verità, evolve in una riflessione tragica sul potere della finzione e sulla crisi dell’identità.

La produzione di Pirandello spazia tra romanzi, novelle e opere teatrali. La sua bibliografia comprende:

  • Romanzi: Oltre a Il fu Mattia Pascal, vanno ricordati L’esclusa (1893), primo romanzo di rilievo, I vecchi e i giovani (1913) che affronta i temi della disillusione storica e Uno, nessuno e centomila (1926), ultima e somma riflessione sul dramma individuale e la molteplicità delle identità.
  • Novelle: Pirandello compose più di trecento novelle, raccolte principalmente in Novelle per un anno. Tra le più celebri: La patente, La giara, Il treno ha fischiato, La carriola e La madonna dei filosofi.
  • Teatro: La produzione teatrale include capolavori come Sei personaggi in cerca d’autore, Enrico IV, Così è (se vi pare), La vita che ti diedi, Vestire gli ignudi, I giganti della montagna. Pirandello scrisse anche commedie e farse, tra cui L’uomo dal fiore in bocca, Il berretto a sonagli, La patente.

Molte di queste opere sono state tradotte in tutte le principali lingue mondiali. La varietà tematica e stilistica della sua produzione offre una panoramica completa delle crisi e dei paradossi dell’uomo moderno, spaziando tra la descrizione del paesaggio siciliano e l’astrazione filosofica sull’identità.

L’eredità di Pirandello resta intatta e sempre attuale: la sua opera continua a stimolare lettori, critici e drammaturghi nello sforzo di comprendere la complessità dell’animo umano e il dedalo delle sue rappresentazioni letterarie.

Riflessione di Fedro, Flaiano e i mobili degli altri, del 27 ottobre 2025

27 Ottobre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Ennio Flaiano è stato uno degli intellettuali più poliedrici e irriverenti del Novecento italiano, celebre per il suo talento nella scrittura, nel giornalismo, nella critica e nella sceneggiatura cinematografica, nonché per un peculiare umorismo capace di coniugare intelligenza analitica e satira corrosiva. Flaiano nacque a Pescara il 5 marzo 1910, ultimo di sette fratelli, e trascorse l’infanzia in Abruzzo fino al trasferimento a Roma, dove visse gran parte della sua vita e dove sarebbe morto nel novembre 1972. Appassionato di architettura ma dedito soprattutto alla scrittura, iniziò la carriera collaborando con i più importanti giornali e riviste del tempo, tra cui “Il Mondo”, “Il Corriere della Sera”, “Omnibus” e “Oggi”, firmando anche articoli di costume e pungenti recensioni cinematografiche. Il suo esordio nel teatro e nella letteratura fu segnato dalla commedia “La guerra spiegata ai poveri” (1946), mentre il romanzo “Tempo di uccidere” (1947) vinse il prestigioso Premio Strega come primo romanzo a essere premiato nella storia della manifestazione. La sua fama è legata anche alla collaborazione con Federico Fellini, cui fornì soggetti e sceneggiature per quasi tutti i suoi film più celebri, da “Luci del varietà” (1951) fino a “Giulietta degli spiriti” (1965).​

Il percorso stilistico di Flaiano si distingue per una forte impronta satirica e ironica, caratterizzata da un umorismo disincantato e tagliente che disvela le contraddizioni degli italiani e i paradossi della società contemporanea. Inizialmente il suo linguaggio si confronta con le istanze liriche e narrative del dopoguerra, ma ben presto sviluppa un’originalità espressiva fatta di aforismi, epigrammi e annotazioni diaristiche che mescolano osservazioni surreali e riflessioni filosofiche. La sua satira evolve dal teatro e dalla narrativa alla collaborazione sceneggiatoria, nella quale Flaiano miscela ironia e amarezza, favola e grottesco, creando personaggi e atmosfere sospesi tra cronaca e irrealtà. Nell’ultimo periodo della sua carriera, il sarcasmo diventa via via più disilluso, con una scrittura diaristica e aforistica che si pone come strumento di denuncia morale e sociale, ma anche come tentativo di autoironia rispetto alla propria condizione di intellettuale distante dalla moda e dalla superficialità dei tempi.​

Le tre opere più conosciute

  • “Tempo di uccidere” (1947): unico romanzo di Flaiano, ambientato nell’Africa coloniale italiana durante la guerra d’Etiopia, in cui un ufficiale commette un delitto e si trova a fare i conti con il senso di colpa. L’opera rivela la capacità dell’autore di affrontare temi universali come la violenza e il potere, ponendo al centro la complessa psicologia del protagonista e la decostruzione della retorica colonialista.​
  • “La guerra spiegata ai poveri” (1946): commedia teatrale di grande sarcasmo, in cui il tema della guerra viene affrontato con una raffinatissima ironia che mette in luce l’assurdità dei conflitti e la manipolazione delle masse attraverso la retorica ufficiale. La satira qui si fa strumento critico verso il potere e la retorica dominante.​
  • “Un marziano a Roma” (1954): commedia grottesca e visionaria, rappresenta una critica mordace ai costumi sociali e alla vacuità della modernità italiana. Il protagonista, marziano in visita a Roma, svela la banalità e la vanità degli esseri umani attraverso uno sguardo esterno e straniato, diventando paradigma della diversità e della solitudine dell’intellettuale.​

Ennio Flaiano ha lasciato una produzione assai ampia e diversificata, tra romanzi, raccolte di racconti, commedie, diari e sceneggiature. Di particolare rilievo sono le raccolte “Diario degli errori” e “La solitudine del satiro”, che riuniscono aforismi, saggi brevi e annotazioni di costume, offrendo uno spaccato lucidissimo della società italiana del dopoguerra. “Diario notturno” (1956) può essere considerato una sintesi della sua vena più riflessiva e autoironica, così come “Il gioco e il massacro” (1970) testimonia la capacità di Flaiano di rileggere la storia e il potere tramite la satira. Oltre alle sceneggiature, tra le sue opere principali vanno citate: “La donna nell’armadio” (1958), “Una e una notte” (1959), “La conversazione continuamente interrotta” (1972), “Lo spettatore addormentato”, “Chiuso per noia”, “L’occhiale indiscreto”, “La grammatica essenziale”. Se tradotte, le edizioni italiane mantengono la titolazione originale, ad eccezione di “Tempo di uccidere”, pubblicato in inglese anche come “A Time to Kill”, “The Short Cut” o “Miriam”

Riflessione di Fedro, Wilde e la profonda leggerezza, del 26 ottobre 2025

26 Ottobre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Oscar Wilde è considerato uno degli scrittori più raffinati, ironici e geniali della letteratura inglese e mondiale, emblema dell’estetismo e della critica sociale elegante e tagliente.​

Oscar Fingal O’Flahertie Wills Wilde nacque a Dublino nel 1854, figlio di William Wilde, noto chirurgo e scrittore, e Jane Francesca Elgee, poetessa e patriota irlandese. Dopo gli studi al Trinity College di Dublino, si distinse all’Università di Oxford sia per le capacità accademiche sia per la brillantezza e lo spirito anticonformista che lo resero famoso nei salotti letterari inglesi. Si trasferì a Londra, dove pubblicò la sua prima raccolta di poesie nel 1881 e si affermò come esteta e dandy. Il viaggio negli Stati Uniti lo rese celebre anche oltreoceano. Nel 1884 si sposò con Constance Lloyd e divenne padre di due figli. La sua carriera letteraria fu illuminata dal successo de Il ritratto di Dorian Gray (1890), unico romanzo. Seguirono le commedie teatrali che gli assicurarono fama internazionale. La sua esistenza fu segnata dalla drammatica vicenda giudiziaria del 1895, culminata con la condanna a due anni di lavori forzati per la sua omosessualità. Wilde visse gli ultimi anni in esilio a Parigi, dove morì nel 1900, in miseria e solitudine.​

Lo stile di Oscar Wilde subì un’evoluzione significativa nel corso della sua carriera. Inizialmente influenzato dall’estetismo, Wilde abbracciò il principio dell’“arte per l’arte”, esaltando la bellezza come valore supremo. La sua scrittura si caratterizza per eleganza formale, ironia sottile e uso sapiente del paradosso e dell’aforisma. Le opere di Wilde sono spesso una provocazione alla morale vittoriana, smascherando l’ipocrisia della società. Nei suoi romanzi e racconti emerge la tensione tra tragico e comico, tra eleganza superficiale e profondità esistenziale, mentre nelle commedie il dialogo brillante, gli scambi taglienti e le battute folgoranti creano situazioni esilaranti ma molto profonde. Dopo la condanna e la prigionia, l’evoluzione si fa evidente con uno stile più sobrio e introspettivo, come ne La ballata del carcere di Reading e De Profundis, in cui il tono diventa meditativo, doloroso e carico di riflessioni morali.​

Le tre opere più conosciute

  • Il ritratto di Dorian Gray
    L’unico romanzo di Wilde, pubblicato nel 1890, esplora i temi della bellezza effimera, della giovinezza e della decadenza morale. Dorian Gray, colpito dalla propria bellezza, cede la sua anima per restare giovane, mentre il suo ritratto assorbe le tracce dei suoi peccati. Il romanzo diventa una critica feroce dell’estetismo, interrogando sui limiti dell’autonomia dell’arte rispetto all’etica e mostrando la corruzione spirituale e il vuoto della vita mondana.​
  • Il fantasma di Canterville
    Racconto pubblicato nel 1887, mescola elementi gotici e ironici, narrando la storia di una famiglia americana che si trasferisce in un castello inglese infestato dallo spirito irrequieto di Sir Simon di Canterville. Il tono irriverente e umoristico smitizza il tradizionale racconto di fantasmi, proponendo una visione brillante e satirica delle convenzioni inglesi affrontate da un punto di vista moderno.​
  • L’importanza di chiamarsi Ernesto
    Commedia del 1895, rappresenta l’apice del teatro di Wilde: dialoghi scintillanti, arguzia e paradossi caratterizzano una trama basata su equivoci e identità nascoste. La satira sociale attraversa il mondo aristocratico londinese, affrontando temi come il matrimonio, la morale borghese e l’apparenza. La leggerezza del tono si accompagna a un’intelligenza raffinata che mette in ridicolo le convenzioni sociali.​

Oscar Wilde scrisse poesie, saggi, racconti, romanzi e soprattutto commedie teatrali. La sua prima pubblicazione importante fu la raccolta Poesie (1881). In seguito pubblicò fiabe per adulti e bambini, come Il principe felice e La casa dei melograni. Tra i racconti spiccano Il delitto di lord Arthur Savile e Il fantasma di Canterville. Il suo unico romanzo è Il ritratto di Dorian Gray. Tra i saggi più interessanti si possono citare Intenzioni e L’anima dell’uomo sotto il socialismo. Il teatro di Wilde comprende titoli come Il ventaglio di Lady Windermere, Una donna senza importanza, Un marito ideale e L’importanza di chiamarsi Ernesto. Il dramma Salomè fu scritto in francese. Durante il periodo della prigionia Wilde compose De Profundis (pubblicato postumo nel 1905) e La ballata del carcere di Reading (1898). La sua bibliografia si caratterizza per una varietà sorprendente: dalla fiaba morale alla satira, dalla commedia brillante al romanzo decadente, Wilde creò un universo letterario elegante e penetrante.

Riflessione di Fedro, Roth, la caduta dell’Impero, del 25 ottobre 2025

25 Ottobre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Joseph Roth fu uno degli scrittori più affascinanti e intensi del primo Novecento, cantore della dissoluzione dell’Impero austro-ungarico e testimone delle profonde crisi che attraversarono l’Europa tra le due guerre mondiali. La sua vicenda personale e la mutazione del suo stile costituiscono un percorso letterario di grande attualità, capace di far emergere le tensioni sociali, politiche e morali che segnarono il suo tempo.​

Nato a Brody, in Galizia (oggi Ucraina), il 2 settembre 1894, Joseph Roth crebbe in una famiglia ebrea e visse gli anni formativi nell’ambiente multiculturale e instabile della periferia dell’Impero austro-ungarico. La figura paterna fu assente sin dall’infanzia, e Roth rimase molto legato alla madre. Dopo gli studi a Lemberg (oggi Lviv) e Vienna, si trovò arruolato nel 1916 nell’esercito austriaco, lavorando presso l’ufficio stampa militare. Dopo il conflitto, Roth iniziò la sua carriera giornalistica, collaborando con numerose testate viennesi e berlinesi tra cui il Frankfurter Zeitung, intraprendendo anche viaggi che influenzeranno le sue opere future.​

La sua biografia fu segnata da incertezza, erranza e da una profonda nostalgia per il mondo perduto dell’Europa centrale. Nel 1933, Roth lasciò la Germania in seguito all’ascesa del nazismo, trasferendosi a Parigi, dove visse il suo esilio e dove morì nel 1939.​

Il percorso letterario di Roth mostra una marcata evoluzione stilistica, scandita da diverse fasi critiche. All’inizio, la sua prosa risente delle influenze del realismo psicologico francese e russo (Balzac, Flaubert, Tolstoj, Dostoevskij), per poi aprirsi alle tendenze dell’impressionismo viennese. Secondo la critica (Magris, Hohoff), si possono individuare almeno tre fasi nella sua produzione:​

  • La prima, fino al 1929, è contrassegnata da una vena polemica, anarchica e socialisteggiante, evidente in romanzi come “Destra e Sinistra”;
  • La seconda, negli anni ’30, rivela un profondo interesse religioso, culminando in “Giobbe” (Hiob);
  • La terza, a partire dal celebre “La marcia di Radetzky”, presenta un classicismo conservatore e legittimista, che si accompagna a una narrazione più fiabesca, ironica e segnata da lucidità nichilista negli ultimi racconti come “La leggenda del santo bevitore”.​

Il suo stile è caratterizzato da grande sobrietà espressiva, spesso castigato e privo di enfasi poetica, ma animato da potenti visioni metaforiche e dalla capacità di cogliere la profondità storica e sociale dei personaggi e degli ambienti. Roth ha saputo descrivere la frammentazione della società contemporanea, il senso di perdita e la malinconia del passato, ponendo l’uomo moderno di fronte al dilemma dell’identità e all’impossibilità di trovare una collocazione stabile in un mondo in continua mutazione.​

Le tre opere più conosciute

  • La marcia di Radetzky: Questo è il romanzo più noto di Roth, pubblicato nel 1932, ed è una vasta saga sulla decadenza della nobiltà e dell’Impero austro-ungarico attraverso le vicende della famiglia von Trotta. Roth fonde cronaca storica e analisi psicologica, portando in scena il lento declino di una civiltà e la crisi dei valori che la sosteneva.​
  • La cripta dei cappuccini: Uscito nel 1938, rappresenta uno degli ultimi scritti e idealmente prosegue la narrazione della “Marcia di Radetzky”. Il protagonista, Franz von Trotta, si trova ad attraversare le rovine dell’Impero, affrontando la solitudine e l’incertezza.​
  • La leggenda del santo bevitore: Questa novella del 1939 chiude la carriera di Roth con un tono fiabesco e mesta ironia. Un vagabondo parigino riceve in dono del denaro che tenta, tra mille ostacoli e distrazioni, di restituire a chi glielo ha dato, ma l’alcol e la debolezza umana bloccano ogni tentativo di redenzione.​

Altre opere molto citate sono “Giobbe. Romanzo di un uomo semplice” e “Fuga senza fine”.​

Roth fu autore prolifico, alternando romanzi, racconti brevi e reportage. Qui di seguito una panoramica dei suoi principali lavori, privilegiando i titoli reperibili in traduzione italiana:

  • “La marcia di Radetzky”: il suo capolavoro sulla fine dell’impero.​
  • “La cripta dei cappuccini”: idealmente il seguito, pubblicato in Italia da Adelphi nel 1989.​
  • “La leggenda del santo bevitore”: racconto pubblicato in diverse edizioni nei principali cataloghi italiani.​
  • “Giobbe. Romanzo di un uomo semplice”: storia drammatica di un ebreo russo, tradotta da diverse case editrici.​
  • “Fuga senza fine”: narrazione autobiografica sulla condizione dell’esule.​
  • “Il peso falso” (Das falsche Gewicht): riflessione sulla morale e sulla verità.​
  • “La milleduesima notte” (“Die Geschichte von der 1002 Nacht”): racconto morale ed esistenziale pubblicato anche in raccolte.​
  • “Il mercante di coralli” (Der Korallenhändler), “Le città bianche”, “Viaggio in Russia”, “Al bistrot dopo mezzanotte”, “Museo delle cere”, “Autodafé dello spirito”, “Le bettole di Berlino”, “Il secondo amore”, “La quarta Italia”: questi titoli appaiono per lo più in raccolte Adelphi, Garzanti e Castelvecchi, fra romanzi brevi, prose e reportage.​

La bibliografia di Roth, dunque, oltre a vivere una circolazione classica nei principali romanzi, si estende anche al reportage giornalistico e a raccolte di saggi e novelle, testimoniando una costante attenzione alle mutazioni della società europea e alla ricerca del senso profondo di una civiltà in dissoluzione.​

La produzione letteraria di Joseph Roth resta una delle testimonianze più acute e dolorose della crisi dell’identità europea, tra nostalgia, ironia, tensione esistenziale e lucida analisi politica.

Personale cercasi, del 24.10.2025, venerdì

24 Ottobre 2025 in Personale cercasi

Pubblicità postazioni dirigenziali vacanti

Manifestazioni di interesse per mobilità interdipartimentale del personale anno 2025

News istituzionali, del 24.10.2025, venerdì

24 Ottobre 2025 in News istituzionali

  • Una selezione dalla Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana del 24.10.2025, venerdì

LEGGE 22 ottobre 2025, n. 31.

Variazioni al bilancio della Regione per l’esercizio finanziario 2025 e per il triennio 2025-2027.

Supplemento ordinario alla GAZZETTA UFFICIALE DELLA REGIONE SICILIANA (p. I) n. 46 del 24 ottobre 2025 (n. 31)

Riflessione di Fedro, Sciascia e la sua Sicilia, del 24 ottobre 2025

24 Ottobre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Leonardo Sciascia nacque a Racalmuto, in provincia di Agrigento, l’8 gennaio 1921, e morì a Palermo nel novembre 1989. Proveniva da una famiglia modesta — il padre era impiegato in una zolfara — e dopo il diploma magistrale intraprese la carriera di insegnante. Negli anni Quaranta iniziò anche un’intensa attività di lettura e di formazione culturale, attratto soprattutto da Pirandello e Manzoni, ma anche dai moralisti francesi e dagli illuministi, che avrebbero segnato la sua visione del mondo e della scrittura. Dopo l’esordio con le “Favole della dittatura” (1950), un libro di allegorie contro il totalitarismo, pubblicò “Le parrocchie di Regalpetra” (1956), un’opera di impianto neorealistico che univa cronaca, autobiografia e riflessione civile, ambientata nel paese natale trasfigurato in metafora della Sicilia e dell’Italia intera. Da qui ebbe inizio una carriera che lo avrebbe reso una delle coscienze critiche del secondo Novecento, impegnato sia come scrittore che come intellettuale civile e politico.

L’evoluzione dello stile di Sciascia attraversa diverse fasi. Negli anni Cinquanta, il suo linguaggio si caratterizza per un tono realistico e documentario, influenzato dal neorealismo ma già segnato da un lucido senso morale e da un’ironia amara. In seguito, a partire da “Il giorno della civetta” (1961), il suo stile diventa più asciutto, essenziale e sorvegliato, con una prosa antiretorica che rifugge ogni enfasi, sposando la chiarezza dell’investigazione razionale. In questa fase, lo scrittore predilige la forma del romanzo poliziesco come strumento per indagare la società e denunciare i meccanismi di potere e corruzione. Negli anni Settanta e Ottanta, il linguaggio di Sciascia si fa ancora più denso e allusivo: la scrittura assume toni allegorici e riflessivi, segnati da un pessimismo lucido, quasi illuministico, che denuncia la sconfitta della ragione di fronte alla violenza e all’opacità del potere. L’ironia — spesso graffiante — diventa una forma di resistenza morale. Si potrebbe dire che Sciascia pratica una “poesia della ragione”, come la definiva lui stesso, in cui la verità è sempre cercata ma mai completamente raggiunta.

Tre opere fondamentali

Il giorno della civetta (1961) è probabilmente il suo romanzo più noto. Ambientato in Sicilia, rappresenta la prima vera indagine narrativa sulla mafia, affrontata non come mito ma come fatto politico e sociale. Il capitano Bellodi, carabiniere del Nord, indaga sull’omicidio di un sindacalista, scontrandosi con un muro di silenzio e complicità che riflette l’omertà e la deformazione morale di un’intera società. È un romanzo di denuncia ma anche un grande testo civile sulla difficoltà della giustizia.

Il Consiglio d’Egitto (1963) è un romanzo storico ambientato nella Palermo del Settecento. Qui Sciascia intreccia finzione e verità, mettendo in scena l’erudito Giuseppe Vella, che inventa un falso manoscritto arabo per ingannare il potere. L’opera denuncia con magistrale ironia il rapporto tra menzogna e potere, diventando una parabola sull’uso politico della verità e sull’inganno istituzionalizzato.

Todo modo (1974) segna la maturità estrema del suo pessimismo morale. Ambientato in un eremo frequentato da politici e prelati cattolici, narra una serie di omicidi che diventano metafora della degenerazione del potere e della complicità tra Chiesa e politica. L’opera si muove fra giallo e satira, fra simbolo e allegoria, e riflette l’amara disillusione di Sciascia verso la classe dirigente italiana degli anni di piombo.

Negli ultimi anni, con opere come “La scomparsa di Majorana” (1975), “Porte aperte” (1987) e “Il cavaliere e la morte” (1988), Sciascia affinò una prosa sempre più essenziale, scarna ma di grande eleganza e controllo formale. L’attenzione all’etica e alla giustizia si intrecciava con una crescente malinconia per l’impossibilità della verità. In “Porte aperte”, la vicenda di un giudice contrario alla pena di morte nel periodo fascista diventa una meditazione sulla libertà di coscienza; in “Il cavaliere e la morte”, un investigatore malato affronta il potere occulto con stoica lucidità. Queste ultime opere consolidano il ritratto di Sciascia come scrittore-moralista, erede dell’Illuminismo, ma consapevole della crisi del moderno.

L’opera di Sciascia è ampia e coerente, articolata in racconti, romanzi, saggi e testi teatrali. Dopo l’esordio con “Favole della dittatura” (1950) e “La Sicilia, il suo cuore” (1952), giunsero “Le parrocchie di Regalpetra” (1956) e “Gli zii di Sicilia” (1958), quadri della realtà isolana. Seguono i romanzi fondamentali “Il giorno della civetta” (1961), “Il Consiglio d’Egitto” (1963), “A ciascuno il suo” (1966) e “Il contesto” (1971), spesso trasposti al cinema. Negli anni Settanta si impone con “Todo modo” (1974), “La scomparsa di Majorana” (1975) e “Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia” (1977). Gli ultimi scritti — “Nero su nero” (1979), “Cruciverba” (1983), “Porte aperte” (1987) e “Il cavaliere e la morte” (1988) — rappresentano la summa della sua poetica. Postumo è “Una storia semplice” (1989), una sorta di congedo narrativo. Tutta l’opera di Sciascia, dominata dal conflitto tra verità e potere, costituisce una riflessione morale continua sulla giustizia, la razionalità e la dignità dell’uomo davanti alla menzogna del mondo.

(EdS)

Riflessione di Fedro, Doody e Aristotele detective, del 23 ottobre 2025

23 Ottobre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Margaret Anne Doody, nata il 21 settembre 1939 in Canada, è una scrittrice e accademica anglofona, docente di letteratura comparata presso la University of Notre Dame negli Stati Uniti. È nota sia per la sua produzione narrativa che per i suoi importanti contributi critici alla storia della letteratura, in particolare per la sua teoria esposta nel saggio La vera storia del romanzo (The True Story of the Novel, 1996), in cui sostiene che le radici del romanzo moderno affondino nell’età classica, sfidando la visione tradizionale che ne fa una forma letteraria moderna.​

Lo stile di Margaret Doody si distingue per un’ eleganza sobria e un equilibrio tra suspense investigativa e profondità filosofica, alternando momenti di tensione a riflessioni sulla natura umana e sulla giustizia. La sua prosa, mai barocca, mantiene un ritmo controllato e metodico, speculare al pensiero aristotelico che ispira i suoi romanzi. L’autrice dimostra una conoscenza enciclopedica del mondo greco, che traspare in descrizioni minuziose di Atene nel IV secolo a.C., senza appesantire la narrazione con erudizione gratuita. L’ambientazione storica è ricostruita con accuratezza filologica, offrendo scorci dettagliati della vita sociale, politica e culturale ateniese. Il ritmo narrativo procede con gradualità, costruendo la tensione attraverso colpi di scena e false piste, ma evitando il sensazionalismo, in un’ottica di indagine logica e razionale. Nel corso della sua carriera, Doody ha affinato questa sintesi tra giallo e filosofia, trasformando una serie inizialmente poco nota in un caso letterario di successo, soprattutto dopo la ripubblicazione in Italia nel 1999.​

Le tre opere più conosciute di Margaret Doody appartengono alla serie dedicata ad Aristotele detective, pubblicata in Italia da Sellerio Editore:

  • Aristotele detective (Aristotle Detective, 1978, trad. it. 1999): Il romanzo che ha dato inizio alla serie, in cui Aristotele, affiancato dal giovane Stefanos, indaga sull’omicidio di un ricco oligarca ad Atene. Il libro combina i canoni del giallo classico con una ricostruzione storica impeccabile, paragonabile al rapporto tra Sherlock Holmes e Watson. L’indagine si svolge in un contesto di assenza di forze di polizia, affidandosi alla logica e alla conoscenza delle leggi ateniesi.​
  • Aristotele e il giavellotto fatale (Aristotle and the Fatal Javelin, 1980, trad. it. 2000): Un racconto breve ambientato in una palestra di Atene, dove la morte di un ragazzo per un giavellotto sembra un incidente, ma Aristotele, applicando la sua fisica dei luoghi naturali, dimostra che si tratta di un omicidio. Quest’opera è apprezzata per la sua concisione e per l’uso intelligente della scienza aristotelica a fini investigativi.​
  • Aristotele e i veleni di Atene (Poison in Athens, 2004, trad. it. 2004): In questo episodio, Aristotele e Stefanos si trovano a dover risolvere un caso di avvelenamento che minaccia figure di spicco nella città. Il romanzo esplora temi di intrigo politico e di uso del sapere scientifico per scopi criminali, mantenendo alto il livello di suspense e di accuratezza storica

La bibliografia di Margaret Doody si concentra principalmente su due filoni: la narrativa poliziesca storica ambientata nell’antica Grecia e la saggistica letteraria. Doody ha acquisito notorietà internazionale grazie alla celebre serie di romanzi gialli “Aristotele detective”, in cui il filosofo Aristotele riveste un ruolo da investigatore, affiancato dal suo apprendista Stefanos. La serie, pubblicata in Italia da Sellerio, comprende titoli come Aristotele detective, che ha dato il via al ciclo, seguito da Aristotele e il giavellotto fatale, Aristotele e la giustizia poetica, Aristotele e il mistero della vita, Aristotele e l’anello di bronzo, Aristotele e i veleni di Atene, Aristotele e i misteri di Eleusi, Aristotele e i delitti d’Egitto, Aristotele e la favola dei due corvi bianchi, Aristotele nel regno di Alessandro, Aristotele e la Casa dei Venti e Aristotele e la Montagna d’Oro.​

In questa serie l’autrice fonde suspense e filosofia, dando vita a una narrazione storicamente rigorosa e al tempo stesso avvincente. I romanzi sono cronologicamente ordinati, ciascuno ambientato in un luogo e periodo differente della Grecia classica, e si caratterizzano per la cura meticolosa nella ricostruzione del contesto e la profondità psicologica attribuita ai personaggi principali.​

Margaret Doody è nota anche per il romanzo Gli alchimisti, pubblicato in Italia nel 2002, che racconta le vicende di una studentessa americana a Oxford. Il suo contributo alla critica letteraria è riconosciuto grazie al saggio La vera storia del romanzo (Sellerio, 2009), in cui affronta il tema della continuità storica del genere romanzo dalle origini classiche fino all’età moderna, proponendo una visione radicalmente nuova della genealogia letteraria occidentale.​

La pubblicazione dei suoi lavori in Italia ha fornito al pubblico italiano una panoramica completa sul pensiero e sulla produzione narrativa dell’autrice, consolidando la sua posizione di rilievo nel campo del romanzo storico e della critica letteraria contemporanea

(EdS)

Riflessione di Fedro, Murakami un runner sognatore, del 22 ottobre 2025

22 Ottobre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Murakami Haruki nasce il 12 gennaio 1949 a Kyoto, in un periodo di forte crescita demografica post-bellica. Figlio di un monaco buddista e di un’insegnante di letteratura giapponese, cresce ad Ashiya, nei pressi di Kobe. Durante gli studi universitari alla Waseda di Tokyo, si avvicina alla cultura occidentale attraverso la letteratura inglese e la musica jazz. Prima dell’esordio letterario, gestisce un jazz bar insieme alla moglie. Il suo debutto avviene nel 1979 con “Ascolta la canzone del vento”, a cui seguiranno romanzi che lo renderanno celebre a livello internazionale.​

Murakami è noto anche per la sua passione per la corsa – tema affrontato in un celebre saggio – oltre che per l’attività di traduttore di importanti autori americani come Raymond Carver, Fitzgerald e Salinger. Nel corso degli anni riceve numerosi premi letterari, collocandosi tra i nomi di punta della letteratura mondiale contemporanea e risultando sempre tra i candidati al Nobel.​

Evoluzione dello Stile Letterario

Lo stile di Murakami si distingue per la sua originalità all’interno del canone giapponese, mescolando elementi della cultura orientale e occidentale. Nei primi romanzi si riscontra una prosa semplice e diretta, derivata dalla narrativa americana e dalla cultura pop, popolata da giovani disillusi e ambientazioni metropolitane. Temi ricorrenti includono la solitudine, l’alienazione, la ricerca di senso e il confine tra realtà e sogno.​

Col tempo la sua scrittura si arricchisce di strutture narrative complesse, atmosfere oniriche, simbolismi e digressioni storiche. In opere come “L’uccello che girava le viti del mondo” o “1Q84”, Murakami unisce realismo magico, cronaca sociale e riflessione storica, dimostrando una continua evoluzione che supera la netta separazione tra narrativa “alta” e popolare. Riconoscibile per personaggi eccentrici, uso del dettaglio quotidiano e dialoghi surreali, il suo stile diventa negli anni più introspettivo, metafisico e universale.​

Le Tre Opere Più Conosciute

  • Norwegian Wood (Tokyo Blues)Pubblicato nel 1987, “Norwegian Wood” (in italiano “Tokyo Blues”) rappresenta il grande successo di Murakami in Giappone e lo consacra oltreoceano. Il romanzo, dai toni nostalgici e intimisti, racconta la formazione sentimentale di Toru Watanabe, intrecciando memoria, perdita e disagio esistenziale nella Tokyo degli anni Sessanta. È una storia di amore, solitudine e maturazione, molto diversa dalle sue opere più oniriche, con uno stile più realistico e diretto.​
  • Kafka sulla spiaggiaRomanzo del 2002, alterna le vicende di un adolescente in fuga, Kafka Tamura, e di un anziano dallo straordinario talento, Nakata. L’opera intreccia mito, realismo magico, letteratura classica e avventura, fondendo mondi paralleli e tematiche profonde come l’identità, il destino e la sessualità. Considerato uno degli esempi più emblematici della narrativa surreale e visionaria di Murakami.​
  • 1Q84Trilogia pubblicata tra il 2009 e il 2010, rappresenta la sintesi della maturità letteraria dell’autore. Ispirandosi a “1984” di Orwell, Murakami costruisce un universo alternativo in cui si muovono i protagonisti Tengo e Aomame, tra cospirazioni, setta religiosa e misteri metafisici. Il romanzo esplora le possibilità della realtà stessa attraverso una narrazione stratificata e onirica, mescolando thriller, fantasy e filosofia.

La bibliografia di Murakami Haruki in italiano si compone oggi di numerosi romanzi, raccolte di racconti e saggi che testimoniano la sua evoluzione letteraria e la varietà dei suoi interessi. L’approdo delle prime opere in Italia ha avuto una storia articolata: per diversi anni i suoi romanzi d’esordio rimasero indisponibili in traduzione italiana, e solo nel 2016 “Ascolta la canzone del vento” e “Flipper” vennero uniti in un unico volume, segnando la possibilità per i lettori italiani di ripercorrere l’inizio del suo percorso narrativo.​

A fare conoscere Murakami in Italia fu in realtà il romanzo “Sotto il segno della pecora”, pubblicato nel 1992, che inaugurò un interesse crescente per la “Trilogia del Ratto”, continuata con “La fine del mondo e il paese delle meraviglie” e “Dance Dance Dance”. Il grande successo internazionale fu però raggiunto qualche anno più tardi, con “Norwegian Wood”, tradotto dapprima come “Tokyo Blues” e poi ripubblicato con il titolo originale, che divenne una sorta di manifesto dell’autore anche nel nostro paese.​​

Negli anni Duemila la bibliografia italiana si arricchisce grazie allo sforzo di traduttori come Giorgio Amitrano e Antonietta Pastore, che permettono al pubblico italiano di leggere romanzi visionari come “Kafka sulla spiaggia”, la trilogia di “1Q84”, “L’uccello che girava le viti del mondo” e “L’assassinio del commendatore”. Tra le raccolte di racconti si segnalano “I salici ciechi e la donna addormentata”, “Uomini senza donne” e “Sonno”, mentre la riflessione personale e letteraria emerge nei saggi “Il mestiere dello scrittore” e “L’arte di correre”.​

Una parte importante del successo italiano di Murakami deriva proprio dalla dedizione dei suoi traduttori, che hanno saputo rendere con precisione e sensibilità le sfumature della sua scrittura, ampliando la platea dei lettori e contribuendo alla formazione di una solida comunità di appassionati, i cosiddetti “Harukisti”. Oggi quasi tutte le opere principali e molti dei testi minori di Murakami sono reperibili in traduzione italiana, dimostrando il perdurare dell’interesse nei confronti di una voce letteraria unica, capace di rinnovarsi e affascinare generazioni diverse di lettori.

(EdS)

Riflessione di Fedro, Simenon e non sarai mai solo, del 21 ottobre 2025

21 Ottobre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Georges Joseph Christian Simenon nacque a Liegi nel 1903 e morì a Losanna nel 1989. Fin da giovanissimo mostrò un precoce interesse per la scrittura: a soli sedici anni lavorava già come cronista e pubblicava racconti sotto pseudonimo. Negli anni Venti si trasferì a Parigi, dove in pochi anni scrisse centinaia di romanzi popolari. Il vero successo arrivò con la creazione del commissario Jules Maigret, il personaggio che lo rese famoso in tutto il mondo e che gli consentì di abbandonare gli pseudonimi per firmare le sue opere con il proprio nome. Tradotto in oltre cinquanta lingue, Simenon rimane uno degli autori francofoni più letti e diffusi di sempre.​

Lo stile di Simenon si distingue per la sua essenzialità e precisione: un linguaggio asciutto, privo di orpelli, che privilegia la concretezza delle “parole-materia”, capace di evocare ambienti e personaggi con pochi tratti efficaci. La sua forza non risiede nella complessità della trama, ma nella capacità di costruire un’atmosfera densa e nel penetrare con finezza la psicologia dei suoi protagonisti. Nei romanzi di Simenon domina una tensione morale fatta di colpa, vergogna e destino, dove anche i delitti sono pretesti per indagare la fragilità dell’animo umano. Con i Maigret, questa qualità si unisce alla descrizione realistica della quotidianità francese e a una compassione discreta per i suoi personaggi.​

Quattro opere più conosciute

  • Pietr il lettone (1931): il primo romanzo in cui appare il commissario Maigret, che già rivela la sua umanità pacata e la capacità di entrare in empatia con i colpevoli e le vittime.​
  • Il treno (1961): un romanzo psicologico ambientato durante l’invasione tedesca del 1940, dove un uomo comune vede la propria vita sconvolta da un incontro inatteso e travolgente.​
  • La camera azzurra (1964): una tragedia borghese in forma di giallo, che esplora la deriva passionale e le conseguenze morali di un adulterio.​
  • L’uomo che guardava passare i treni (1938): una delle sue opere più cupe e simboliche, che racconta la fuga di un uomo qualunque, improvvisamente spinto dal destino e dalla propria inquietudine a distruggere la vita che conosceva.​

L’opera di Simenon, pur nata nel solco del romanzo popolare, ha saputo trascendere i confini del genere per farsi letteratura universale: un’indagine lucida e partecipe sull’enigmatica semplicità della condizione umana.

L’opera di Georges Simenon abbraccia quasi mezzo secolo di produzione letteraria, testimoniando un’evoluzione costante nella forma e nei temi. La sua cronologia narrativa segue un percorso che va dall’energia giovanile del romanziere popolare alla maturità psicologica del grande autore europeo.

Gli esordi e gli anni Trenta

Simenon iniziò a scrivere giovanissimo, pubblicando sotto numerosi pseudonimi centinaia di romanzi popolari. La svolta avvenne nel 1931, con Pietr il Lettone, prima inchiesta del commissario Maigret. Seguirono rapidamente altri titoli della serie come Il cavallante della Providence, Il defunto signor Gallet e Liberty Bar, tutti ambientati in una Francia quotidiana e malinconica. Parallelamente, lo scrittore si dedicò a romanzi più introspettivi come Il borgomastro di Furnes(1939) e Casa Krull (1939), che segnarono il passaggio dal giallo puro alla narrativa “d’analisi morale”.​

Gli anni Quaranta e la svolta psicologica

Durante la guerra e l’immediato dopoguerra, Simenon abbandonò per qualche tempo Maigret per concentrarsi su romanzi di introspezione. Appartengono a questo periodo Pedigree (1948), ispirato alla propria infanzia a Liegi, e La neve era sporca (1948), potente parabola sulla colpa in tempi di guerra. Scrisse anche I fantasmi del cappellaio (1949) e Lettera al mio giudice (1947), in cui l’indagine diventa interiore e morale più che poliziesca.​

Gli anni Cinquanta e Sessanta: la maturità

Negli anni Cinquanta, Simenon affinò ulteriormente il suo stile scarno e realistico. Pubblicò opere che scandagliano la solitudine borghese, come Il Presidente (1958), Betty (1960), Il treno (1961) e La camera azzurra (1964). Questi romanzi, spesso brevi, mettono in scena destini comuni spezzati da eventi minimi, esplorando con lucidità il disagio dell’uomo moderno. Parallelamente, continuava la fortunata serie di Maigret, che negli anni Sessanta raggiunge oltre 70 titoli, tra cui Maigret e il fantasma (1964), Maigret a Vichy (1968) e Maigret e il signor Charles (1972).​

Gli anni Settanta e la riflessione finale

Negli ultimi anni, Simenon si allontanò dal romanzo per dedicarsi a testi autobiografici e meditativi. Tra questi si ricordano Quando ero vecchio (1970), Lettera a mia madre (1974) e le Détictées, ventuno volumi composti tra il 1975 e il 1980, nei quali lo scrittore ripercorre la propria vita, le sue contraddizioni e la natura stessa della scrittura. Queste opere conclusive rappresentano la piena confessione di un autore che aveva sempre cercato, nei suoi personaggi, frammenti della propria umanità.​

L’intera produzione di Simenon, che supera le quattrocento opere, appare dunque come una cronologia morale più che semplicemente letteraria: dalla curiosità del cronista all’indagine sull’uomo comune, fino alla resa intima e dolente davanti alla vita e alla verità del proprio destino.

(EdS)

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