174, Adotta un libro, La morte ha i capelli lunghi, di Martha Grimes, 02 marzo 2026

La morte ha i capelli lunghi, di Martha Grimes Pag.163 Nel giallo La morte ha i capelli lunghi, due giovani donne, Sheila Broome autostoppista e Ivy Childess commessa, vengono trovate strangolate con una sciarpa; entrambe hanno lunghi capelli, dettaglio che lega i delitti e alimenta l’ipotesi di un serial killer. L’indagine si muove tra Londra
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173, Adotta un libro, La scalata, di Stephen Frey, 02 marzo 2026

La scalata, di Stephen Frey Pag.360 La scalata è un thriller finanziario ambientato tra le grandi banche d’investimento di New York, dove il giovane banchiere Andrew Falcon ottiene l’incarico di guidare la più grande OPA ostile della storia di Wall Street, puntando su un compenso multimilionario per riscattare una carriera in rovina. Man mano che
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172, Adotta un libro, I delitti del mosaico, di Giulio Leoni, 02 marzo 2026

I delitti del mosaico, di Giulio Leoni Pag.300 Nel 1300, appena nominato priore di Firenze, Dante Alighieri è chiamato a indagare sulla morte di un maestro comacino, soffocato con la calce viva e abbandonato ai piedi di un enorme mosaico incompiuto, destinato a ornare la chiesa di San Giuda, futura sede dello Studium cittadino. I
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171, Adotta un libro, Si riparano bambole, di Antonio Pizzuto, 02 marzo 2026

Si riparano bambole, di Antonio Pizzuto Pag.270 La vita di Profi, funzionario di polizia, è narrata in frammenti che ne seguono il percorso dall’infanzia alla vecchiaia, come fotogrammi di un film montati in sequenze libere. Tra il paese natale e la città, tra la casa dell’infanzia e l’ufficio, la memoria ricompone episodi minuti, presenze familiari,
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170, Adotta un libro, Il fondo avvoltoio, di Stephen Frey, 02 marzo 2026

Il fondo avvoltoio, di Stephen Frey Pag.350 Mace McLain, giovane e brillante banker della potentissima Walker Price di Wall Street, viene scelto per gestire un «vulture fund» da due miliardi di dollari, destinato a speculare sul crack del mercato immobiliare di Manhattan. Ben presto si accorge che l’operazione nasconde qualcosa di oscuro: un campo paramilitare
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Riflessione di Fedro, Finchè ne avrò la forza dirò no al fascismo … perché sono umano e oggi io c’ero allo sciopero!, del 3 ottobre 2025

3 Ottobre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

La riflessione che nasce dall’adesione allo sciopero generale di oggi evidenzia il cuore pulsante di una questione che non è soltanto politica, ma soprattutto umana. L’episodio della Global Sumud Flotilla — un atto di solidarietà civile volto a portare aiuti a una popolazione intrappolata sotto assedio — diventa il punto di incrocio tra due visioni del mondo: da un lato, quella che potremmo chiamare “woke”, cioè sensibile ai diritti, alle ingiustizie storiche, ai linguaggi discriminatori, alla necessità di costruire comunità inclusive; dall’altro, quella che affonda le radici in una mentalità che possiamo definire neo-fascista, perché costruita sulla gerarchia, sull’uso della forza, sull’identificazione dell’altro come nemico da abbattere.

Chi accusa la Flottilla di non essere “umanitaria” ma “politica” cade in un cortocircuito morale: che cos’è, infatti, l’atto politico nella sua essenza più nobile, se non la difesa della dignità umana, la presa di posizione contro l’ingiustizia e la violenza? Se definire un’azione umanitaria come politica significa sminuirne la portata, allora si rivela implicitamente di credere che il confine tra il bene comune e gli interessi di potere sia ormai nebuloso, e che la compassione stessa debba essere sospetta. Ma la verità è che non esiste forma di umanità che non sia intrinsecamente politica, poiché l’essere umano vive sempre dentro relazioni di potere, dentro strutture sociali e storiche.

Ed è qui che si delinea lo spartiacque culturale. Lo spirito “woke”, se depurato dalle semplificazioni caricaturali con cui viene liquidato dai suoi oppositori, non è altro che una tensione etica verso la giustizia e l’empatia. Essere “woke” significa non voltarsi dall’altra parte di fronte alla sofferenza, significa riconoscere il legame tra i privilegi di alcuni e l’oppressione di altri, significa comprendere che il linguaggio e le pratiche quotidiane possono ferire o liberare. Lo vediamo nella solidarietà internazionale verso Gaza: al di là dei governi e delle diplomazie, c’è un tessuto di individui, associazioni, comunità che sentono l’urgenza di dire “no” a una violenza sproporzionata contro civili indifesi, perché questo “no” è il seme di ogni resistenza democratica.

Sul fronte opposto, c’è la visione fascista o neo-fascista, che si ripresenta sotto forme aggiornate ma con la stessa sostanza: la riduzione dell’altro a minaccia, la legittimazione della sopraffazione come risposta alla paura, la costruzione di una comunità politica attraverso l’esclusione e l’annientamento del diverso. Il fascismo contemporaneo si traveste da difesa della civiltà, da esigenza di sicurezza o da orgoglio nazionale, ma in realtà ripropone un paradigma antico: la forza come unica lingua, il rifiuto della mediazione e della complessità, l’imperativo di semplificare le relazioni umane nella dicotomia amico/nemico. È questo che vediamo quando un governo giustifica bombardamenti indiscriminati come risposta legittima a un atto terroristico: una logica binaria che cancella le persone e sostituisce l’empatia con la paura.

La frattura tra queste due visioni non è teorica. Essa attraversa le piazze, gli ambienti di lavoro, i dialoghi famigliari: da una parte, chi crede che la missione della politica sia la difesa dei vulnerabili; dall’altra, chi vede nella vulnerabilità stessa un difetto da eliminare, un ostacolo alla potenza di uno Stato o di una nazione. Per questo aderire a uno sciopero generale non è solo un gesto sindacale, ma un atto di cittadinanza consapevole: diventa la riaffermazione di un principio universale contro la normalizzazione della violenza.

Il paradosso profondo è che oggi essere “svegli”, “woke”, non significa inventare nuove ideologie, ma semplicemente riappropriarsi di un senso elementare di umanità. Essere fascisti, invece, sembra paradossalmente la via più facile: costa meno pensare in bianco e nero, affidarsi a simboli forti e a leader autoritari che promettono risposte immediate, anziché esercitare la fatica del dialogo o il dubbio della complessità. Ma la storia europea, e in particolare quella italiana, ci ricorda il prezzo altissimo pagato da chi ha scelto la via breve della forza al posto della strada più difficile della democrazia.

La Global Sumud Flotilla allora non è soltanto un atto di aiuto concreto. È un simbolo doppio: da un lato, della potenza di una società civile che immagina un mondo diverso, dall’altro, della fragilità di un sistema politico incapace di accettare che la solidarietà possa avere una voce autonoma, non addomesticata dai governi. Ed è per questo che la definizione di “politico” usata in modo dispregiativo si rivolta contro chi la pronuncia: perché sì, quella missione è politica, ma nel senso autentico e originario, quello che rifiuta la barbarie e afferma l’irriducibile valore di ogni vita umana.

(EdS)

Riflessione di Fedro, Quanto ci mancherà una società woke … l’odio fa schifo, del 2 ottobre 2025

2 Ottobre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

L’odio come strumento di mobilitazione politica non è una novità della storia, ma nelle società contemporanee assume una dimensione nuova perché sfrutta meccanismi di comunicazione di massa rapidissimi e penetranti. Quando una parte non marginale della popolazione trova più facile identificarsi in un nemico comune, costruito spesso artificialmente da leader senza scrupoli, la tenuta democratica di un Paese entra in una zona di rischio. Il “manipolo” di politici che si erge a interprete di paure collettive, pur non avendo una vera progettualità di governo, riesce a creare consenso non indicando soluzioni, ma offrendo capri espiatori. Gli immigrati diventano allora il simbolo delle ansie economiche, la diversità culturale diventa minaccia, la complessità del mondo globale viene ridotta a racconto manicheo di “noi” contrapposti a “loro”.

I pericoli per la società, quando questo paradigma si consolida e diventa politica istituzionale, sono molteplici. Il primo è l’erosione graduale dello spazio democratico. Se la legittimazione del potere si fonda sull’esaltazione del conflitto e sul sospetto reciproco, le istituzioni smettono di svolgere la loro funzione di garanzia per tutti e si trasformano in strumenti di esclusione. La legge, anziché equa misura comune, diventa un’arma da brandire contro le minoranze o contro chi dissente. Con il tempo, il cittadino medio si abitua a vedere segmenti della società progressivamente privati di diritti fondamentali, e l’indifferenza diventa il vero collante del sistema.

Un secondo pericolo è lo svuotamento della dimensione culturale. Politiche che si nutrono di odio hanno come obiettivo implicito il soffocamento della complessità del pensiero critico: libri banditi, programmi educativi “bonificati” da contenuti che parlano di pluralismo, giornalisti e intellettuali delegittimati come “traditori”. L’odio per funzionare ha bisogno di semplificazione e dell’eliminazione di ogni zona d’ombra: non servono cittadini che pensano, servono tifosi che obbediscono. La ricchezza culturale, fatta di contaminazioni e prospettive diverse, viene sostituita da una narrazione povera e monocorde che mira solo a perpetuare il consenso.

Terzo, la dimensione economica. Benché gli agitatori della paura parlino spesso in nome della “difesa della nazione e dei suoi bilanci”, in realtà il clima d’odio allontana investimenti, irrigidisce i mercati, frammenta le catene di cooperazione globale. Alla lunga i costi vengono pagati dalla popolazione stessa che, paradossalmente, aveva abbracciato questi politici per paura dell’impoverimento materiale. La diffidenza verso lo straniero, elevata a categoria economica, priva i cittadini di opportunità di crescita e genera stagnazione.

Forse il pericolo più insidioso è però quello spirituale. Una società governata dagli odiatori per lungo tempo disabitua i suoi membri all’empatia, al sentire comune, alla capacità di riconoscere l’altro come volto umano. Senza queste fibre sottili, che non si vedono ma tengono insieme la compagine sociale, si rischia una disgregazione silenziosa. È come se nel corpo sociale venisse meno il sistema immunitario: basta una crisi – una pandemia, una guerra, una catastrofe naturale – e la comunità, anziché unirsi, implode nella guerra di tutti contro tutti.

Un’alternativa è sempre possibile, ma richiede coraggio politico e culturale. È più difficile costruire speranza che seminare rancore, più complesso spiegare la realtà con le sue contraddizioni che ridurla a un nemico da respingere. Eppure il compito di chi crede in una società inclusiva, attenta ai bisogni al di là di colore, genere o fede, è proprio questo: offrire un racconto collettivo che non sia meno potente dell’odio. Perché se gli odiatori mantengono a lungo il potere, ciò che rischiamo di perdere non è solo il benessere economico o l’efficienza istituzionale, ma quell’umanità condivisa che è la vera base della democrazia.

Ed è quello che si comincia a vedere non in un piccolo paese ma addirittura in quella che fu la prima superpotenza mondiale. Forse sarò troppo pessimista ma ho la sensazione che si stia rivivendo quello che vissero i popoli europei all’indomani del primo conflitto mondiale, e sappiamo come andò a finire. Dobbiamo proprio ripetere tutto ciò.

Riflessione di Fedro, una “Flottilla” di eroi per l’umanità intera, del 1 ottobre 2025

1 Ottobre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Il gesto di chi decide di salpare con la Global Sumud Flottilla non è un semplice atto politico: è la trasformazione della propria vita in testimonianza vivente, in segno tangibile che l’umanità non è interamente assoggettata alla logica della forza. E proprio per questo, chi vi partecipa sa di esporsi a un rischio estremo. La loro scelta è attraversata da tensioni interiori che si possono leggere sia con lo sguardo del credente sia con quello dell’ateo, perché entrambi si trovano di fronte all’enigma della morte e del senso del sacrificio.

Lo sguardo del credente

Il credente, qualunque sia il suo dio, percepisce che la vita non termina con l’ultimo respiro. La fede diventa un’àncora: se la violenza li travolgerà, la loro anima non cadrà nel vuoto. Egli può pensare che il suo sacrificio venga raccolto da Dio come testimonianza di giustizia e amore. Può immaginare che, tra le lacrime e l’odio, germogli un frutto invisibile, custodito dal divino, che un giorno darà alimento alla riconciliazione. Il credente affronta l’odio sapendo che non è assoluto, che sopra il muro costruito dagli uomini ne esiste uno più grande, invisibile, che unisce.

In questa prospettiva la paura si trasforma in offerta. Non è più “io perdo la mia vita” ma “io dono la mia vita”. Il gesto assume valore sacrale, quasi liturgico: il mare stesso diventa un altare dove il sacrificio non è per un dio assetato di sangue, ma per un’umanità affamata di speranza. Da qui nasce il coraggio di affrontare la sproporzione della forza nemica: ciò che terrena potenza può schiacciare, la mano di Dio può trasfigurare.

Lo sguardo dell’ateo

Per l’ateo il discorso è più drammatico e insieme più radicale. Non c’è un aldilà a cui appoggiarsi, nessun dio che accolga la scelta. C’è soltanto la forza nuda della responsabilità: se la vita è una sola, darla in pegno significa credere che essa possa avere senso solo spendendola per gli altri. Non sarà Dio a dare valore al gesto, ma gli uomini e le donne che da lontano guardano e riflettono.

Per l’ateo la vita di chi parte è come una candela in mezzo a una tormenta: sa che può spegnersi in un attimo, ma proprio per questo la sua fiamma vale infinitamente. Non crede a un compenso ultraterreno, è cosciente che il sacrificio si consumerà in se stesso. Eppure sente che accettare questa possibilità è il massimo atto di libertà: la capacità di dire “la violenza non avrà l’ultima parola” senza bisogno di una promessa divina. È un modo di togliere all’odio la sua arma più potente, cioè la convinzione che la vita non valga nulla.

Un punto in comune

Eppure, se si guarda più a fondo, il credente e l’ateo si incontrano. Per entrambi, chi parte sulla Flottilla mette in gioco la propria esistenza per spezzare il ciclo dell’odio. Il credente dice: “La mia vita è in Dio, e quindi non appartiene alla morte che tu mi minacci”. L’ateo dice: “La mia vita è solo questa, ma vale così tanto che la dono piuttosto che lasciarla marcire nella paura”. Entrambi rifiutano la riduzione della vita a materia da calcolo politico.

In questo incrocio, fede e non fede diventano due strade che portano allo stesso orizzonte: la rivendicazione di un’umanità che non si piega alla logica della sopraffazione. E forse proprio questa comunanza è il senso segreto dell’impresa: al di là delle ideologie, al di là dei credi, ciò che resta è la possibilità che uomini e donne scelgano di essere liberi, anche quando questa libertà può costare la vita.

L’eroismo della Flottilla non nasce quindi da un desiderio di martirio, ma dalla coscienza che ogni azione umana può accendere un frammento di speranza. Se per il credente speranza è sinonimo di eternità, e per l’ateo è sinonimo di futuro terreno, entrambi si ritrovano nell’idea che la vita può trascendere se stessa solo trasformandosi in dono.

(EdS)


Riflessione di Fedro, La vita qui e ora, del 30 settembre 2025

30 Settembre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

L’idea che ci debba essere un “oltre” dopo la morte nasce da un’esigenza profondamente umana: la paura della finitudine, l’angoscia del nulla, il rifiuto di pensare che tutto ciò che ci costituisce — pensieri, ricordi, sentimenti, desideri — venga dissolto senza lasciar traccia. La religione, la filosofia e perfino la letteratura hanno a lungo costruito narrazioni per dare forma a questa speranza: il paradiso, la reincarnazione, il ciclo eterno, la fusione con l’assoluto. Eppure, se ci distacchiamo da questa prospettiva e ci poniamo in un’osservazione più “naturale”, la domanda fondamentale si rovescia: perché mai dovrebbe esserci un seguito? In che cosa siamo davvero diversi da una pianta che cresce, fiorisce e deperisce, o da un animale che percorre il suo ciclo vitale sino alla fine, senza farsi domande sull’“eternità”?

La coscienza, certo, ci differenzia: noi sappiamo di dover morire. E questa consapevolezza costituisce il paradosso della condizione umana: un essere vivente che brama la permanenza pur sapendo di essere transitorio. È qui che nasce l’angoscia, ma anche la nostra forza. Perché se tutto finisce, allora ogni istante acquista un peso specifico maggiore, un valore irripetibile. Se la vita fosse eterna e rinnovabile, avremmo forse lo stesso interesse a cogliere la fragilità della bellezza, il carattere fugace delle emozioni, il significato delle scelte?

Guardando la natura, si nota che ogni essere vivente compie un ciclo: nasce, si sviluppa, si riproduce, muore. Non c’è tragedia in questo, c’è un ritmo. L’uomo, invece, tende a opprimersi con il pensiero della propria temporalità, e nella paura del nulla costruisce spesso sistemi che portano a conseguenze paradossali: sacrificare il presente in nome di un futuro ultraterreno. Ma che senso ha privarsi o privare altri della vita concreta — fatta di sensazioni, relazioni, scoperte — per servire una promessa che nessuno può verificare? Qui emerge il rischio di confondere la speranza con il dogma, la consolazione con la tirannia.

La memoria, da parte sua, ci concede solo un fragile appiglio. Ogni esperienza diventa ricordo, ma i ricordi svaniscono insieme all’organismo che li conserva. La demenza lo rende tangibile: ciò che si credeva saldo si dissolve, i legami con il passato si sfilacciano, la narrazione biografica si sgretola. In questo scenario, che valore assumono i ricordi? Non tanto quello di garantire un senso eterno, quanto di dimostrare che la vita non è accumulo ma flusso. Ciò che si vive ha significato nel momento stesso in cui esplode, e non ha bisogno di una “garanzia” oltremondana.

Vivere nel presente, allora, non è un banale invito carpe diem, una fuga nelle passioni immediate: è riconoscere che la sola dimensione autentica che possediamo è il qui e ora. Non possiamo riavere ciò che è passato, non possiamo anticipare ciò che non è ancora accaduto. Possiamo solo agire, sentire, scegliere in questo istante, che diventa tutto.

Sacrificare il presente in nome di un aldilà significa sottrarre significato a ciò che è tangibile per inseguire ciò che resta ipotetico. Significa rinunciare all’unico terreno certo — la vita terrena — per una scommessa che non ammette verifica. Alcuni trovano in questa scommessa una forma di consolazione, di pace con la paura della morte; altri la giudicano un’ingannevole distrazione dal vivere pienamente. La questione non è uniformemente risolvibile, perché ognuno trova il suo equilibrio tra finitezza e speranza.

Ma se davvero osiamo guardare la vita per ciò che è — un’attesa senza epilogo se non la fine stessa — allora il senso non va cercato in un dopo, bensì in un continuo atto di creazione nel presente. La vita è un’opera in fieri che acquista valore non per la promessa del suo proseguimento, ma per l’intensità con cui viene vissuta. La libertà più grande, forse, risiede proprio nell’accettare che non ci sarà nulla “dopo”: e allora tutto, davvero tutto, diventa prezioso adesso.

(EdS)

Riflessione di Fedro, Si lasci che le innovazioni maturino!, del 29 settembre 2025

29 Settembre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Che cosa ci insegna Bulgakov ne Le uova fatali? Fondamentalmente che se consegni una tecnologia rivoluzionaria nelle mani sbagliate, l’umanità riuscirà non solo a rovinarsi con una rapidità impressionante, ma lo farà convinta di star costruendo il futuro radioso. E non parlo solo dell’Unione Sovietica degli anni ’20, no: basta guardarsi intorno nel nostro 2025 occidentale, sempre iper moderno e sempre più incline a scivolare sulla stessa buccia di banana.

Il professor Persikov, biologo serio e un po’ lunatico, scopre quel misterioso “raggio rosso” capace di accelerare la vita. Sta ancora cercando di capire i meccanismi, di osservare gli effetti, di compilare dati, ma ecco che la politica (che non sa distinguere un ranocchio da un girasole) decide che lo strumento dev’essere usato subito: alleviamo polli giganti! Produciamo uova per tutti! Basta fame! È l’alba di un miracolo agricolo. La scienza, alla fin fine, è utile solo quando fa crescere fatturato o consenso elettorale, no?

E qui scatta il parallelo con la modernità: dal vaccino al digitale, dall’IA alla blockchain, non c’è scoperta che non venga velocemente trasformata in slogan da campagna marketing o legge nazionale votata di fretta, senza che nessuno — a parte quegli antipatici esperti, ingombranti con i loro grafici e dubbi — chieda “è davvero pronto?” o “che imprevisti può avere?”. La parola chiave è “implementazione immediata”: se rallenti sei un passatista, un frenatore, un nostalgico. E allora dentro: piattaforme digitali fatte con lo scotch, intelligenze artificiali spacciate come oracoli e usate per licenziare più in fretta, algoritmi che non si capiscono ma di cui ci fidiamo quanto dei tarocchi.

Nel racconto, quell’uso avventato del raggio rosso provoca una catastrofe: non polli ricolmi di proteine, ma rettili mostruosi pronti a divorare Mosca. Nella realtà, i nostri mostri non hanno zanne né squame, ma sono altrettanto famelici: polarizzazione sociale, fake news più velenose di un pitone, catene infinite di complotti servite calde su qualsiasi bacheca social. Abbiamo accelerato la vita digitale al punto che anche un semplice fatto di cronaca si sviluppa come un esperimento sul raggio di Persikov: diventa virale, muta, cresce oltre ogni limite e alla fine travolge il laboratorio che voleva osservarlo.

La morale ironica è che la storia, purtroppo, non è maestra di vita. Bulgakov segnala con un umorismo caustico che l’umanità tende a usare la scienza come un bambino usa un martello: non importa che serva a fissare un quadro, l’importante è battere forte ovunque, anche sul televisore nuovo. E così noi, con i nostri esperimenti tecnologici, sembriamo convinti che se inventiamo abbastanza mostri giganti prima o poi uno, almeno uno, sarà buono e gentile e magari ci porterà persino la spesa a casa.

Non sorprende, quindi, che oggi i “professori Persikov” — gli scienziati competenti, i tecnici prudenti, quelli che parlano di valutazioni d’impatto e di scenari di lungo periodo — siano spesso messi ai margini, o ridotti a nota a piè di pagina nei talk show dove domina l’esperto improvvisato che in cinque minuti ha capito tutto di epidemiologia, climatologia, crittografia e agricoltura sostenibile. Tanto la fretta è il nostro vero raggio rosso: un acceleratore che non tollera dubbi, pause, riflessioni.

Così, se nel racconto i rettili finivano per invadere Mosca, nel nostro tempo il mostro ha già invaso le nostre case: si chiama superficialità. Ci sussurra che tutto è semplice, immediato, sicuro. Ma sotto la sua pelle liscia si nasconde proprio quello che Bulgakov aveva visto: che se non lasciamo la scienza agli scienziati, e il governo delle trasformazioni tecnologiche a chi ha pazienza e competenza, allora sì, ci troveremo circondati da uova fatali di nostra produzione, pronte a schiudersi con conseguenze che — ancora ironicamente — ci diranno che “nessuno poteva prevederlo”.

Eppure, qualcuno poteva. Bulgakov, un secolo fa.

(EdS)

Riflessione di Fedro, No war in my name!, del 28 settembre 2025

28 Settembre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

La percezione di vivere sull’orlo di una terza guerra mondiale porta con sé un senso di impotenza e di spaesamento. Molti cittadini hanno l’impressione che le decisioni vengano prese in spazi chiusi, in sedi istituzionali e diplomatiche che non lasciano tracce di trasparenza, e che le scelte di potenza abbiano come unico risultato quello di trascinare interi popoli verso una catastrofe. Ci viene detto che la guerra è necessaria, inevitabile, quasi inscritta nelle leggi della storia, e che ci sono informazioni segrete che giustificherebbero questa spinta verso il conflitto. Ma in realtà la guerra di cui parlano i leader occidentali non nasce da contrapposizioni ideali tra stati o da tensioni religiose come in passato: essa si radica soprattutto in interessi economici ben precisi. Sono le logiche di profitto, le ambizioni di controllo delle risorse e dei mercati, la pressione delle industrie belliche a indirizzare le politiche. In questa dinamica un ruolo decisivo è giocato da alcuni plutocrati che non hanno alcun interesse per i confini nazionali, né per i destini dei popoli, ma solo per la dimensione economica dei propri patrimoni. Sono loro a beneficiare della corsa agli armamenti e delle tensioni permanenti, mentre i cittadini si trovano a pagare con sangue, sofferenza e precarietà.

La realtà, osservata con sguardo critico, mostra che la guerra non è mai nell’interesse delle comunità: essa distrugge le città e i legami sociali, azzera economie costruite in decenni, dissolve le certezze della quotidianità. Sono i civili, non i governi né i miliardari che speculano, ad essere travolti e costretti a pagare il prezzo più alto: la perdita dei propri cari, la fame, la miseria, la fuga dalle case, la violenza subita come corpi fragili in balia di macchine belliche altamente sofisticate.

Di fronte a ciò, i popoli non possono e non devono rimanere spettatori silenziosi. Se è vero che gli equilibri geopolitici sfuggono al controllo del cittadino comune, altrettanto vero è che quest’ultimo ha ancora strumenti concreti con cui far emergere una voce di resistenza morale e civile. La storia dimostra che le grandi mobilitazioni popolari, quando durature, possono incidere. Essere a favore della pace non significa assumere un atteggiamento ingenuo, ma riconoscere in modo lucido che il prezzo della guerra è la distruzione stessa delle condizioni di vita. Ribellarsi alla logica dell’“inevitabilità” diventa allora un dovere: nei parlamenti, nelle piazze, nei luoghi di formazione e di socialità, portare avanti un discorso chiaro che sveli l’illusione della guerra come soluzione dei conflitti.

Ciò che i popoli possono fare si articola su più piani. Anzitutto sul piano culturale e comunicativo: smascherare la retorica che alimenta il conflitto, distinguere la propaganda dalle informazioni concrete, alimentare il dibattito pubblico sulla necessità della diplomazia. Poi sul piano politico e civico: organizzare movimenti, associazioni e iniziative che rendano evidente, anche ai rappresentanti istituzionali, che la maggioranza dei cittadini non accetta una deriva bellica fondata sugli interessi di pochi ricchi e potenti. Infine, sul piano personale e quotidiano: educare le nuove generazioni al valore della cooperazione, della solidarietà e del rifiuto della violenza, affinché il tessuto sociale sia strutturalmente refrattario alla logica dell’odio e della contrapposizione.

Questo impegno non nasce solo dal desiderio astratto di armonia tra i popoli, ma da una consapevolezza concreta e diretta: la guerra, ovunque esploda, significa vivere senza acqua, senza elettricità, senza gas; significa non poter avere accesso al cibo o alle medicine; significa vedere interrotte le reti di comunicazione e i trasporti, trovarsi isolati in città distrutte, contare i giorni nella paura di un bombardamento. Significa perdita del lavoro, del reddito, dei riferimenti sociali. Le generazioni che non hanno conosciuto la guerra non riescono ad immaginare la regressione brutale delle condizioni di vita che essa porta in poche settimane, anche in pochi giorni. Ribadire l’alternativa della pace significa, quindi, non un atto retorico, ma un’azione preventiva di sopravvivenza.

Per questo, il compito dei cittadini è tenere viva una voce collettiva che si opponga all’assuefazione e alla manipolazione. Non basta dire “no alla guerra” come un mantra vuoto, ma occorre creare reti, dialogo, consapevolezza. La pace è un bene comune fragile e va pretesa con determinazione, non solo per idealismo, ma per necessità vitale. Solo così si spezza il disegno di chi, interessato esclusivamente al profitto, vorrebbe trascinare l’umanità nel baratro.

(EdS)

Riflessione di Fedro, a proposito della “legge Brandolini”, del 27 settembre 2025

27 Settembre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Hai presente quando su WhatsApp arriva quel messaggio assurdo, tipo “se metti il telefono nel microonde lo carichi in 5 minuti”? E tu pensi: ma chi ci crede a queste boiate? Eppure, la gente ci casca. E qui entra in scena la legge di Brandolini, che dice più o meno: “Ci vuole molta più energia a smontare una cavolata che a inventarsene una nuova”.

Immagina: il tuo amico posta una storia dove dice che la scuola chiude per neve… in Sicilia… a settembre. Sembra una barzelletta, ma la voce gira, tutti condividono, nessuno si ferma. Per fermare questa cascata di sciocchezze, dovresti metterti lì a cercare il meteo, verificare con la preside, magari chiamare l’Aeronautica Militare. E intanto la bufala vola veloce tra i gruppi, mentre tu perdi tempo a spiegare la realtà a chi non ti vuole nemmeno ascoltare.

Brandolini praticamente dice che “spararle grosse” è sport nazionale: tutti possono, nessuno deve dimostrare niente. Ma quelli che ragionano, che hanno ancora un po’ di sale in zucca, faticano il doppio. Fare il debunker (lo “smascheratore di bufale”) è come giocare a calcio in salita e con le scarpe slacciate: per ogni scivolone, devi rialzarti e convincere gli altri che il campo non è in discesa.

Morale? Sui social vincono i messaggi facili, le teorie pazze, le cure magiche (“Bevi miele e peperoncino, il raffreddore sparisce!” … non provarci!). E smontarle è come combattere uno sciame di zanzare: ne prendi una, te ne arrivano cento. Il rischio è che si diventi pigri: smetti di ragionare, credi a tutto, condividi, ci metti la faccia… e forse pure la reputazione!

Allora l’unica vera difesa è essere un po’ scettici, tipo: “Aspetta, chi l’ha detto?”, “Perché dovrei crederci?”, “Ma davvero, o mi stai prendendo in giro?” La scuola serve proprio a questo, anche se spesso ci sembra una palla: ci insegna a non abboccare subito, a usare il cervello e a non essere il pesce nella rete delle fake news.

Insomma, Brandolini non è un gufo che dice “è tutto inutile”, ma uno che ci invita a svegliarci: non tutto quello che gira online è vero, e la verità richiede fatica, tentativi, voglia di capire. Se vuoi essere quello sveglio (e non quello che finisce con il telefono fulminato nel microonde), ricorda: pensa, chiedi, verifica. Che poi, chi non lo fa, rischia di essere la prossima vittima… di una legge che, purtroppo, non perdona nessuno!

(EdS)

News istituzionali, del 26.09.2025, venerdì

26 Settembre 2025 in News istituzionali

  • Una selezione dalla Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana del 26.09.2025, venerdì

D. P. n. 140 del 22 settembre 2025.

Cessazione dalla carica dell’Assessore preposto all’Assessorato regionale dell’agricoltura, dello sviluppo rurale e della pesca mediterranea e contestuale nomina del nuovo Assessore, pag. 22

D.P. n. 141 del 22 settembre 2025.

Attribuzione delle funzioni di Vicepresidente della Regione siciliana all’Assessore regionale per l’agricoltura, lo sviluppo rurale e la pesca mediterranea, pag. 24

Presidenza

D.P. n. 136 dell’1 settembre 2025

Nomina del Garante per la tutela dei diritti fondamentali dei detenuti e per il loro reinserimento sociale, pag. 39

Per consultare i provvedimenti clicca sul link che segue GAZZETTA UFFICIALE DELLA REGIONE SICILIANA (p. I) n. 42 del 26 settembre 2025

D. P. n. 569 dell’11 settembre 2025.

Approvazione del Piano di razionalizzazione delle partecipazioni societarie possedute dalla Regione siciliana per l’anno 2025.

Supplemento ordinario alla GAZZETTA UFFICIALE DELLA REGIONE SICILIANA (p. I) n. 42 del 26-9-2025 (n. 29)

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Riflessione di Fedro, del 26 settembre 2025

26 Settembre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Una vita eccessivamente sedentaria può essere considerata uno dei maggiori fattori di rischio per la salute nella società moderna. Il progresso tecnologico e la digitalizzazione delle professioni hanno reso molte attività lavorative e di svago caratterizzate da una lunga permanenza in posizione seduta, una condizione che si traduce spesso in una riduzione sistematica del movimento quotidiano e della sollecitazione muscolare, articolare e cardiocircolatoria. La ricerca medica ha da tempo evidenziato che uno stile di vita sedentario si correla statisticamente a un aumento dell’incidenza di patologie croniche – come malattie cardiovascolari, diabete mellito di tipo 2, obesità, ipertensione arteriosa e alcuni tipi di tumore – oltre a compromettere la salute mentale, favorendo stati ansiosi e depressivi.

Il corpo umano si è evoluto per muoversi: camminare, correre, piegarsi, sollevare, ruotarsi. Ogni movimento attiva processi metabolici e ormonali che regolano l’equilibrio tra assunzione calorica, spesa energetica e capacità rigenerativa dei tessuti. L’inattività prolungata, invece, rallenta il metabolismo basale, favorendo l’accumulo di adipe, l’atrofia muscolare e la degenerazione delle articolazioni, specialmente delle anche, della colonna vertebrale e delle ginocchia. Il rischio di disturbi posturali e dolori osteoarticolari aumenta, come dimostrano le statistiche sugli effetti negativi della postura scorretta e della mancata alternanza tra sedentarietà e attività. Inoltre, il comportamento sedentario riduce il consumo calorico quotidiano, rendendo difficile mantenere un peso corporeo armonico senza un’attenta restrizione alimentare, spesso poco naturale e fonte di ulteriore stress psichico.

In questo contesto, la scelta di adottare un giusto equilibrio tra salute del movimento ed esercizi posturali, soprattutto quelli derivanti dalla tradizione orientale come yoga, tai chi e qi gong, rappresenta, secondo numerose evidenze scientifiche, una strategia profondamente efficace per prevenire e contrastare i danni della sedentarietà. Queste pratiche, pur essendo accessibili a persone di ogni età, si distinguono per la capacità di favorire la consapevolezza corporea, la flessibilità articolare, la coordinazione neuromuscolare e l’equilibrio psico-fisico. L’approccio orientale, diversamente dalle discipline occidentali più competitive e orientate alla performance, si basa su movimenti lenti, progressivi e consapevoli che stimolano la propriocezione, attivano il sistema parasimpatico (prevenendo lo stress), e favoriscono la capacità di rilassare e tonificare contemporaneamente la muscolatura.

Gli esercizi posturali e la mobilità “dolce”, se praticati con costanza anche per brevi periodi ogni giorno, producono effetti documentabili: migliorano la postura riducendo il rischio di dolori cervicali e lombari, aumentano la capacità respiratoria, aiutano a mantenere il tono muscolare senza stress eccessivi sul sistema osteoarticolare, e favoriscono la riduzione della pressione arteriosa e il miglioramento della funzione cardiaca. Inoltre, la regolarità dell’attività fisica leggera, soprattutto quella svolta all’aria aperta, contribuisce a modulare i livelli di cortisolo, abbassando lo stress e proteggendo il sistema immunitario.

L’effetto positivo di uno stile di vita equilibrato si riflette anche sul controllo dell’apporto calorico. Una routine che alterna mobilità e una breve attività aerobica consente di mantenere attivi i meccanismi di regolazione della fame e della sazietà, limitando l’assunzione eccessiva di calorie che può diventare patologica in chi conduce una vita troppo sedentaria. Mantenere adeguata la mobilità e dedicare attenzione alla postura, senza eccedere nello sport agonistico o nell’allenamento esasperato, garantisce di poter disporre di un corpo armonico, agile e in salute, privo di squilibri metabolici e psicofisici.

Il rischio di uno stile di vita opposto, cioè dominato da eccessivo stress atletico e sovraccarico sportivo, genera una diversa tipologia di criticità. Allenamenti troppo intensi, ripetuti quotidianamente senza pause e senza attenzione agli equilibri posturali, portano a un accumulo di microtraumi, infiammazioni croniche e disturbi da sovra allenamento. Questo si traduce in un aumento degli stati infiammatori generali, alterazioni ormonali (riduzione del testosterone, aumento del cortisolo), peggioramento della qualità del sonno, aumento del rischio di lesioni muscolari e tendinee e, talvolta, insorgere di forme di burnout sportivo, caratterizzate da stanchezza cronica, demotivazione e disturbi dell’umore. In soggetti predisposti, il sovraccarico atletico può addirittura esacerbare il rischio di aritmie e di patologie cardiache, contraddicendo il proposito originario di preservare la salute.

In conclusione, una vita attiva ma equilibrata, attenta sia alla mobilità quotidiana che alla salute della postura, rafforzata da pratiche orientali che privilegiano la consapevolezza e la moderazione, rappresenta la strategia più efficace per garantire la salute globale dell’individuo. Questo stile di vita previene sia i rischi della sedentarietà che quelli del sovraccarico atletico, consente un migliore controllo del peso, protegge la psiche e favorisce l’armonia del corpo.

(EdS)

Riflessione di Fedro, del 25 settembre 2025

25 Settembre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

L’impatto delle intelligenze artificiali sulla cultura delle persone si preannuncia profondo e trasversale, soprattutto in riferimento alla produzione, comprensione e diffusione dei testi scritti. La scrittura è sempre stata uno degli strumenti principali attraverso cui l’umanità ha organizzato il pensiero, trasmesso conoscenze e affinato il proprio modo di vedere il mondo. Con l’ingresso delle AI (Artificial Intelligence), questo processo sembra destinato a subire una trasformazione significativa, in grado non solo di rendere i testi più chiari e accessibili, ma anche di favorire un arricchimento culturale diffuso.

Uno degli elementi centrali è legato al miglioramento formale e sostanziale della scrittura. Spesso, molti individui incontrano difficoltà nel tradurre in parole ciò che avvertono interiormente: pensieri complessi, intuizioni sfumate, idee percepite ma non ancora delineate con precisione. L’AI interviene come un facilitatore, capace di dare struttura linguistica e coerenza espositiva a contenuti che, altrimenti, resterebbero frammentari o inespressi. In questo senso, l’intelligenza artificiale non sostituisce il pensiero umano, ma lo accompagna e lo chiarisce, permettendo a ciascuno di affinare il proprio discorso e offrirlo in una forma più limpida a chi legge.

La conseguenza diretta di questo processo è un innalzamento della qualità media dei testi circolanti. Frasi più chiare, argomentazioni più ordinate, lessico meglio calibrato rendono la comunicazione non solo più piacevole, ma anche più comprensibile. Una scrittura che elimina ambiguità e imprecisioni contribuisce a diffondere un sapere più accessibile e inclusivo, perché riduce le barriere linguistiche e stilistiche che spesso creano esclusione. Testi elaborati con il supporto delle AI riescono infatti a rispettare più facilmente i livelli di comprensione di pubblici diversi, adattandosi alle capacità cognitive e linguistiche del lettore senza per questo sacrificare la profondità dei contenuti.

Inoltre, l’intelligenza artificiale può suggerire prospettive, analogie e spunti che l’autore, pur avendone una percezione implicita, non avrebbe esplicitato da solo. Questo effetto di “stimolazione culturale” arricchisce il testo e allo stesso tempo amplia gli orizzonti del pensiero di chi scrive. Ciò che appare come un semplice miglioramento lessicale o stilistico nasconde in realtà una dinamica più profonda: l’AI diventa strumento di amplificazione della consapevolezza, aiutando l’individuo a riconoscere e articolare meglio i frammenti di idee che restavano latenti. È quasi come se l’intelligenza artificiale funzionasse da specchio sintetico della coscienza, restituendo un’immagine più nitida di ciò che già esiste nel pensiero umano ma che faticava a emergere.

Tale processo ha importanti conseguenze culturali. Una società che produce e condivide testi più chiari e ricchi non solo aumenta la qualità della propria comunicazione interna, ma accresce anche la propria capacità di elaborare pensieri complessi collettivamente. L’accesso a contenuti meglio formulati stimola lettori e cittadini a un maggiore coinvolgimento critico, perché ciò che comprendiamo con maggiore facilità ci invita anche a discuterlo, rielaborarlo, ampliarlo. Ne risulta una fioritura culturale più diffusa, che parte dalla chiarezza dei testi per arrivare al potenziamento delle facoltà critiche delle persone.

È significativo, inoltre, che questa trasformazione non riguardi solo le élite intellettuali, già abituate a padroneggiare gli strumenti linguistici, ma si estenda a un pubblico più ampio. L’AI consente, infatti, a chiunque di produrre testi meglio organizzati e culturalmente incisivi, abbassando le barriere d’accesso alla scrittura di qualità. Anche persone con minore padronanza linguistica o con difficoltà di espressione possono così dar forma alle proprie idee, partecipando più attivamente al dialogo culturale. L’effetto positivo non riguarda dunque solo la produzione individuale, ma si traduce in un miglioramento della vita democratica e della partecipazione sociale.

Non bisogna dimenticare, infine, che l’arricchimento derivante da testi mediati dall’AI non comporta necessariamente un’omologazione. Al contrario, se usata consapevolmente, l’intelligenza artificiale stimola l’autore a esplorare più possibilità espressive, a tentare soluzioni nuove, ad aprirsi a sfumature linguistiche e concettuali che non avrebbe considerato. L’AI, quindi, può favorire non la riduzione del pensiero a uno schema unico, ma l’espansione delle sue potenzialità espressive, offrendo una molteplicità di percorsi tra cui scegliere. In questo senso, essa si configura come un acceleratore culturale, non come un sostituto dell’originalità umana.

In sintesi, grazie al miglioramento della qualità dei testi — nella chiarezza, nella coerenza, nella ricchezza di contenuti — le intelligenze artificiali aprono la via a una società più capace di comprendere se stessa e di elaborare collettivamente nuove visioni del mondo. La cultura ne uscirà trasformata, resa più accessibile e più feconda. L’uomo continuerà a essere il cuore pulsante della riflessione, ma con strumenti che ne valorizzano la voce e ne illuminano le idee là dove, fino ad oggi, restavano in penombra.

(EdS)


Riflessione di Fedro, del 24 settembre 2025

24 Settembre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Il tema dei limiti alla ricchezza, della possibilità che tutto diventi comprabile – perfino la dignità o la vita – e della necessità di porre freni all’accumulazione, è antico quanto la storia dell’umanità e oggi vive una nuova centralità nel dibattito pubblico. L’aumento delle persone che possono accedere a forme di ricchezza e la crescita esponenziale della ricchezza stessa hanno ampliato il potere d’acquisto, cambiando radicalmente il rapporto tra denaro, valore e diritti fondamentali.

L’idea di porre limiti alla ricchezza non nasce oggi. Nell’antichità Platone e Aristotele vedevano nella disuguaglianza eccessiva una minaccia all’ordine della polis. Rousseau nel XVIII secolo denunciava la corruzione morale portata dall’accumulo sfrenato. Tuttavia, la questione si ripropone con nuova forza nell’era contemporanea, segnata da una concentrazione della ricchezza senza precedenti, in mano a una ristretta élite globale.

Negli ultimi decenni, secondo studiosi come Thomas Piketty, la crescita della ricchezza è stata strutturalmente superiore al tasso di crescita economica, determinando una dinamica autoalimentata di accentuata disuguaglianza. Dal 1980 in poi una quota smisurata della crescita mondiale è andata all’1% più ricco, aumentando non solo la quantità di ciò che si può comprare ma anche la possibilità che il denaro travalichi le barriere etiche, trasformando in merci ambiti come salute, sicurezza, relazioni e persino dignità.

La ricchezza smodata, senza limiti, rischia di erodere la base stessa della convivenza e del rispetto della persona: può comprarsi consenso, leggi, potere politico, accesso a cure e formazione, fino ad agire sulla vita e la dignità di individui e comunità, privandoli di autonomia o voce politica. Il pericolo, già visto nella storia sotto forma di schiavitù, dominio e corruzione, è che l’essere umano o interi popoli finiscano per essere strumentalizzati come mezzi e non più riconosciuti come fini, violando il principio di dignità propria di ogni persona.

Nascono così, anche recentemente, proposte come il “limitarianismo”, introdotto a livello etico dalla filosofa Ingrid Robeyns: si tratta dell’idea di fissare un tetto massimo alla ricchezza individuale, in modo che nessuno possa accumulare oltre una soglia (esempi ipotizzati: 10 milioni di euro di patrimonio), garantendo così che il surplus venga redistribuito per il bene comune. Secondo i sostenitori, questo aiuterebbe a decorrelare ricchezza, potere e capacità di “comprare” diritti, influenza e persino la libertà e dignità altrui. I detrattori, al contrario, temono un attacco alle libertà personali e al principio di merito, oltre al rischio di inefficienza ed evasione.

Il dibattito contemporaneo è animato e profondo, coinvolge giuristi, economisti, filosofi e governi e riguarda non solo la giustizia distributiva, ma anche la natura stessa della ricchezza e il suo rapporto con i valori umani intangibili. Le grandi religioni, le dichiarazioni dei diritti umani e molte costituzioni contemporanee ribadiscono l’inviolabilità della dignità come valore che precede e supera quello economico.

A ben vedere, dunque, la domanda se porre un limite alla ricchezza sia una soluzione per tutelare la dignità non è nuova nella storia, ma il suo rilievo oggi è potenziato dall’entità e dalla pervasività che la ricchezza ha assunto nella società globale. La possibilità che tutto venga comprato col denaro è tanto reale quanto pericolosa, perché la “mercificazione” di diritti e dignità minaccia la base stessa di una società giusta. Porre limiti all’accumulo e restituire centralità ai valori condivisi – tramite limiti legislativi, etici, o una nuova cultura della responsabilità e del bene comune – resta una sfida aperta, necessaria per salvaguardare ciò che, per sua natura, non dovrebbe mai avere prezzo.

In definitiva, la riflessione sulla ricchezza e i suoi limiti ci interroga sempre, oggi come ieri, su quali beni siano davvero indisponibili al mercato e su come la società possa proteggere ciò che definisce l’umanità di ogni persona e comunità.

(EdS)

Riflessione di Fedro, del 23 settembre 2025

23 Settembre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Il tema che propongo oggi tocca una delle questioni più profonde della vita contemporanea: il rapporto tra il fare e l’essere, tra l’iperconnessione e la contemplazione. Da un lato, ci sono persone che sentono di dover sempre essere impegnate – nel lavoro, nelle cause sociali, nelle relazioni familiari – quasi a definire la propria identità attraverso l’azione costante. Dall’altro, c’è chi trova il proprio centro nel silenzio, nella calma di un momento osservato, nella pausa che interrompe il flusso incessante di impegni. La verità non sta nell’assoluto di una delle due posizioni, ma nella capacità di ciascun individuo di trovare equilibrio senza giudicare chi fa scelte diverse.

Chi è costantemente immerso in attività ha spesso un forte senso di direzione e utilità. Il loro tempo è scandito da obiettivi, responsabilità e doveri che, seppur faticosi, possono dare significato e strutturare l’esistenza. Le persone molto impegnate contribuiscono alla società in modi tangibili: avanzano progetti, sostengono famiglie, si assumono responsabilità collettive. Questo senso di impegno continuo può rafforzare la percezione di avere uno scopo – e lo scopo è un fattore psicologico fondamentale per la motivazione e il benessere psicologico.
Tuttavia, lo stare sempre “connessi” ha anche i suoi vantaggi sul piano delle relazioni: la disponibilità costante porta a legami intensi con colleghi, parenti, amici. Inoltre, la produttività e la dedizione spesso vengono socialmente riconosciute e apprezzate, generando approvazione e un senso di valore agli occhi degli altri.

Il rischio principale è che l’individuo non riesca mai a staccare, trasformando ogni momento di esistenza in un dovere, in una prestazione sotto esame. La mancanza di pause rischia di logorare: lo stress cronico, il burnout e la perdita del senso della vita oltre gli impegni. Chi non coltiva mai il silenzio interiore può scoprire di non conoscersi veramente, perché occupato costantemente in ruoli sociali e schemi esterni. L’iperattività diventa una corazza ma anche una prigione. E spesso chi vive così tende inconsapevolmente a proiettare questa tensione sugli altri, aspettandosi che tutti siano altrettanto coinvolti e “produttivi”.

Chi sa sedersi in panchina e guardare il mondo con distacco sa entrare in una dimensione più profonda. Osservare senza fare, contemplare una scena di vita quotidiana o la bellezza della natura, permette di recuperare lucidità e senso del vivere. È in quei momenti che si ritorna ad ascoltare se stessi, superando la condizione di “macchina operativa” che spesso il mondo moderno ci impone. La contemplazione nutre la creatività, fa emergere riflessioni che l’azione frenetica soffoca, apre alla gratitudine per le piccole cose. Dal punto di vista salutare riduce lo stress, migliora la qualità del sonno, contrasta l’ansia. Inoltre, questo atteggiamento insegna a rispettare i propri limiti: chi si concede pause sa porre confini alle richieste esterne.

Il rischio è quello di cadere nell’eccesso opposto: vivere come osservatori esterni, senza mai buttarsi nel flusso della vita. Se l’arte del non-fare diventa disimpegno, si rischia di lasciare incompiute responsabilità e di rinunciare a concreti contributi alla collettività. Alcuni potrebbero percepire questo atteggiamento come indifferenza o distacco, soprattutto in contesti familiari o lavorativi che invece richiedono presenza attiva. Inoltre, in una società che premia fortemente la produttività, chi sceglie la contemplazione come stile dominante rischia di sentirsi marginalizzato o poco compreso.

Nessuna delle due posizioni è “giusta” o “sbagliata”: entrambe hanno senso se vissute in equilibrio e soprattutto se rispettano la diversità degli altri. L’importante è non stressare chi apprezza cose diverse: il frenetico non deve pretendere che il contemplativo sia sempre allineato con i suoi ritmi, e chi ama la quiete non deve giudicare come alienato chi trova significato nell’azione costante. Il vero anticorpo al malessere moderno non è scegliere un unico modello, ma saper oscillare: lavorare e creare quando serve, fermarsi e osservare quando è necessario. È in questo alternarsi tra connessione e distacco che la vita si fa piena, senza dover sacrificare né il fare né l’essere.

(EdS)

Riflessione di Fedro, del 22 settembre 2025

22 Settembre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Pochi momenti sono così intensi come quello in cui si chiude un libro che ha scavato dentro, lasciando tracce indelebili—una sorta di imprinting che influenza non solo il modo di pensare, ma anche quello di agire, di sentire la realtà e di relazionarsi con il mondo. Questo fenomeno, che va ben oltre il mero arricchimento culturale, si configura come una vera esperienza trasformativa, capace di plasmare la coscienza e di orientare le scelte future. Quando, come nel caso del “Maestro e Margherita” di Bulgakov, un testo porta il lettore a confrontarsi con il mistero della verità, l’ambiguità del bene e del male, e la forza insidiosa del potere, non si può uscirne immutati. L’opera di Bulgakov, sospesa tra il reale e il fantastico, tra il grottesco e il filosofico, instilla nel lettore la consapevolezza che le cose spesso non sono come appaiono e che la ricerca della verità è un percorso tortuoso, intriso di dubbi e paradossi.

Allo stesso modo, “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” di Pirsig offre un viaggio introspettivo dove il dialogo tra ragione e intuizione diventa il terreno su cui edificare una visione diversa dell’esistenza. L’insegnamento profondo che si ricava da queste pagine è la necessità di ripensare il rapporto tra soggetto e oggetto, di rivalutare la connessione tra qualità e realtà, andando oltre la superficiale dicotomia tra razionalità e sensibilità. Questo libro non suggerisce risposte definitive; piuttosto, accetta il conflitto, lo valorizza come motore di crescita personale. Se Pirsig riesce a farti dubitare dell’automatismo dei tuoi pensieri, ti pone di fronte alla responsabilità di scegliere, ogni giorno, se vivere in modo autentico oppure lasciarsi guidare dall’inerzia di consuetudini non più interrogate.

I romanzi di Irvin Yalom, invece, inseriscono il lettore nella dimensione della psicoterapia esistenziale, dove la fragilità umana è al centro del racconto. Anche qui, le storie narrate—pur avendo un apparato tecnico—sono motore di riflessione sul senso della vita, sul bisogno di dare un significato all’esperienza, sull’importanza del dialogo e della comprensione profonda tra le persone. Yalom mostra che è dalla condivisione dell’incertezza, dalla capacità di ascoltare davvero l’altro, che nasce la possibilità di un cambiamento reale. Questo tipo di letteratura invita non solo a pensare, ma anche a empatizzare, cioè a riconoscere come la sofferenza, il desiderio e la paura siano elementi universalmente condivisi, che meritano rispetto e generano vicinanza.

La permanenza di questi insegnamenti non è mai priva di difficoltà. Spesso la realtà quotidiana pone resistenze, spinge a dimenticare, a disinnescare le inquietudini sollevate dalla lettura. Tuttavia, la forza delle idee mature attraverso la fatica del dubbio; così, il lettore realmente trasformato si trova a rivalutare valori, abitudini, percezioni. Guardare il mondo con occhio critico e al tempo stesso partecipe è il grande lascito di questi libri. Per esempio, nel lavoro, nelle relazioni o nella gestione delle sfide personali, l’eco di Bulgakov e Pirsig ritorna nel modo di affrontare l’ambiguità, la complessità, il senso di responsabilità. Yalom si manifesta nella propensione all’autenticità, nel tentativo di comprendere prima di giudicare, di dare spazio alla vulnerabilità invece di occultarla.

Alla fine, leggere certi libri significa farli risuonare dentro di sé, permettere che la loro voce continui a parlare anche dopo l’ultima pagina. Significa riconoscere che la letteratura—quando sa interrogare la profondità dell’animo umano—non è solo un passatempo o un esercizio intellettuale, ma un viatico per elaborare un senso, per nutrire quella tensione verso qualcosa di più vero e meno scontato. Il cambiamento che essi innescano non si palesa necessariamente in gesti clamorosi, ma si insinua nelle scelte minute, negli atti quotidiani, nel modo di vedere il prossimo e di abitare il proprio tempo. Lì, nella dimensione sommessa dell’esistenza, si misura la forza di ciò che abbiamo davvero assimilato: ecco il vero lascito di quei libri che ci hanno insegnato a riflettere e, forse, a diventare migliori.

Riflessione di Fedro, del 21 settembre 2025

21 Settembre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Il diffondersi dei movimenti negazionisti nei confronti delle verità scientifiche rappresenta uno dei fenomeni sociali e culturali più rilevanti dell’epoca contemporanea. Dal rifiuto dei vaccini alla credenza nella Terra piatta, dal rigetto del cambiamento climatico alle teorie del complotto sulla genetica o sull’intelligenza artificiale, assistiamo a una crescente difficoltà nel riconoscere l’autorità del sapere scientifico. A un primo sguardo, si potrebbe pensare che queste posizioni siano il frutto di meri dubbi conoscitivi o di un’ignoranza generalizzata, ma la realtà è più complessa: dietro questi atteggiamenti troviamo una trama che intreccia diffidenza verso le istituzioni, fragilità culturale, dinamiche psicologiche e sfruttamento dei nuovi mezzi di comunicazione.

Il cuore del problema risiede, in gran parte, nella crisi di fiducia verso le istituzioni. La scienza, per la maggioranza dei cittadini, non è un sapere verificabile direttamente: si fonda su un sistema di delega. Pochissimi possiedono le competenze per replicare in laboratorio un esperimento di biologia molecolare o per leggere i dati satellitari sul clima; perciò ci si affida agli scienziati, alle università, ai centri di ricerca. Tuttavia, quando le istituzioni scientifiche appaiono compromesse da interessi economici, scandali o contraddizioni, si apre lo spazio per il sospetto. È sufficiente che una piccola minoranza alimenti l’idea che dietro ai vaccini vi siano lobby farmaceutiche o che dietro al cambiamento climatico ci siano strategie di controllo politico, perché il dubbio diventi fertile terreno per le teorie negazioniste.

Si può certamente parlare di ignoranza diffusa, ma non nel senso puro di mancanza di istruzione. Oggi la gran parte delle persone ha un livello di alfabetizzazione formale sufficiente; il problema è piuttosto l’analfabetismo funzionale e scientifico. In altre parole, molti hanno ricevuto nozioni superficiali di scienza, ma non possiedono la capacità critica per comprendere la natura del metodo scientifico: cioè che la conoscenza avanza attraverso tentativi, errori, correzioni, falsificazioni. La scienza non offre verità assolute ed eterne, ma costruzioni sempre perfettibili. Tuttavia, una parte della società confonde queste revisioni fisiologiche con segni di incertezza o di debolezza. Di fronte a ogni cambiamento di posizione, cresce il sospetto che la comunità scientifica nasconda qualcosa, mentre in realtà è esattamente in questa revisione che risiede la sua forza.

Un’altra chiave di lettura consiste nel ruolo psicologico dei movimenti negazionisti. Essi creano comunità. Nell’era digitale, molti individui si sentono isolati, disorientati e privi di punti di riferimento. Abbracciare una teoria alternativa, come credere che la Terra sia piatta, significa aderire a un gruppo che “ha capito la verità” e che si oppone al conformismo di massa. Questo genera senso di appartenenza e rafforza l’identità personale. In questo senso, il negazionismo è meno un problema cognitivo che esistenziale: non tanto un errore di logica, ma un modo per esprimere diffidenza verso l’autorità e, insieme, per costruire una controcultura.

Non possiamo dimenticare l’impatto dei social network. Questi strumenti amplificano le voci minoritarie e forniscono un’enorme cassa di risonanza a ogni teoria, per quanto infondata. Ciò che un tempo rimaneva confinato a circoli marginali trova oggi milioni di ascoltatori. Inoltre, la logica algoritmica delle piattaforme favorisce i contenuti che generano reazioni emotive: paura, indignazione, complotto. Ne deriva che un video sensazionalista sul “pericolo del vaccino” ha più probabilità di diffondersi rispetto a una lezione universitaria equilibrata.

Alla domanda se questi movimenti siano frutto di dubbi reali o di ignoranza, la risposta è che si tratta soprattutto di un fenomeno sociale più ampio, in cui l’ignoranza non è tanto assenza di conoscenze, quanto incapacità critica di riconoscere la natura del sapere scientifico. È una fragilità culturale che si combina al bisogno di sentirsi parte di una comunità e al clima di sfiducia verso autorità percepite come distanti.

Ciò chiama in causa anche la comunità scientifica e le istituzioni. Spesso il linguaggio tecnico, distante, poco accessibile, contribuisce ad alimentare la separazione tra esperti e cittadini. Occorre invece ripensare radicalmente la comunicazione scientifica, rendendola più trasparente, partecipata e capace di mostrare non solo i risultati, ma anche il percorso che porta a tali conquiste. Solo così si potrà ridurre quello spazio di sospetto che alimenta le teorie negazioniste.

In definitiva, il negazionismo non è semplicemente mancanza di istruzione, né una critica razionale a ipotesi scientifiche: è un fenomeno radicato nella diffidenza, nella solitudine e nell’incapacità di gestire la complessità del sapere contemporaneo. Ignoranza sì, ma non come vuoto, piuttosto come incapacità di trasformare le informazioni in conoscenza critica.

(EdS)

Riflessione di Fedro, del 20 settembre 2025

20 Settembre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

La libertà è un concetto tanto antico quanto complesso, che accompagna l’umanità dalla nascita delle prime comunità politiche fino alle società contemporanee. Essa non è solo un diritto o uno spazio d’azione: è la condizione grazie alla quale l’essere umano può esprimere la propria dignità e costruire la propria vita secondo scelte autonome. Tuttavia, raramente ci si accorge del suo valore finché non viene minacciata o limitata; molto più spesso la si considera un dato scontato, quasi un bene naturale sempre disponibile, quando invece è il risultato fragile di equilibri storici, politici e sociali che devono essere continuamente difesi e rinnovati.

Se immaginassimo un uomo solo su un’isola remota, senza alcun rapporto con altri individui, la sua libertà sarebbe quasi illimitata: potrebbe decidere cosa fare, come organizzare il proprio tempo e in che modo disporre dello spazio circostante. Eppure, questo tipo di libertà “assoluta” è paradossalmente sterile, perché priva di confronto, scambio e possibilità di sviluppo sociale. Senza gli altri, la libertà resta una mera potenzialità individuale, incapace di trasformarsi in una dimensione politica e comunitaria. La solitudine può garantire l’assenza di vincoli, ma non offre la ricchezza del vivere insieme.

Diversa è invece la libertà che si esercita nella convivenza con altri uomini e donne. Qui la questione si fa più delicata: per vivere insieme bisogna porre limiti, regole, discipline che impediscano alla libertà di uno di trasformarsi in tirannia sugli altri. La libertà comunitaria non è mai un “fare ciò che si vuole”, ma piuttosto un “agire secondo ciò che è giusto”, riconoscendo che gli altri hanno pari dignità e gli stessi diritti. In questo senso, la libertà non si oppone alle regole, ma anzi trova nei limiti condivisi la propria condizione di possibilità. Senza leggi, senza un patto sociale che disciplini i rapporti, la libertà si ridurrebbe al potere del più forte, al dominio di chi ha più forza o più mezzi.

Il passaggio cruciale è comprendere che i limiti alla libertà non devono essere subiti come imposizioni arbitrarie, ma accettati come strumenti di tutela reciproca. Quando una società stabilisce, ad esempio, che non si può danneggiare la vita, la salute o i beni altrui, non sta comprimendo la libertà degli individui, ma sta rendendo possibile una libertà più ampia e sicura per tutti. È la logica del reciproco riconoscimento, che trasforma la libertà da privilegio individuale in diritto universale.

Tuttavia, proprio qui si annida la fragilità. Troppo spesso le restrizioni della libertà non si presentano come strumenti di garanzia collettiva, ma come meccanismi di controllo, di potere o di manipolazione. La storia è piena di esempi in cui, con il pretesto della sicurezza o del bene comune, sono stati introdotti limiti ingiusti, che in realtà servivano a consolidare il dominio di pochi. La differenza tra un limite legittimo e una limitazione oppressiva non è sempre immediata, e questo spiega perché la libertà venga sottovalutata: la sua erosione avviene spesso lentamente, quasi invisibilmente, attraverso piccole concessioni che i cittadini accettano senza una reazione adeguata. Solo quando la perdita diventa evidente, quando il margine di scelta si riduce drasticamente, ci si accorge del valore di ciò che si è sacrificato.

Ecco allora che la libertà non è un bene garantito “una volta per tutte”. È un patrimonio fragile, che richiede vigilanza, coscienza critica e la disponibilità a difenderlo giorno per giorno. Vivere in una società libera significa non solo esercitare i propri diritti, ma anche vigilare affinché essi non vengano intaccati da nuove dinamiche di potere, sia politiche sia tecnologiche. In un mondo interconnesso, ad esempio, il problema non è più soltanto il rapporto fra individuo e istituzioni, ma anche quello tra individuo e sistemi globali (economici, mediatici, informatici) che, pur senza apparente violenza, condizionano fortemente la possibilità di scelta.

La libertà, dunque, non è mai totale e non è mai garantita in modo definitivo. Ma proprio questa sua natura problematica la rende ancora più preziosa. Essa è, al tempo stesso, responsabilità individuale e costruzione collettiva: individuale, perché richiede coscienza e coraggio; collettiva, perché senza gli altri non può esistere. Rinunciare a difenderla equivale a rinunciare non solo alla possibilità di scegliere, ma anche alla dignità stessa di essere uomini e donne partecipi della vita comune.

(EdS)

News istituzionali, del 19.09.2025, venerdì

19 Settembre 2025 in News istituzionali

Personale cercasi, del 19.09.2025, venerdì

19 Settembre 2025 in Personale cercasi

Pubblicità postazioni dirigenziali vacanti

Manifestazioni di interesse per mobilità interdipartimentale del personale anno 2025

Riflessione di Fedro, del 19 settembre 2025

19 Settembre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

La verità è sempre stata una delle questioni più profonde e dibattute della filosofia, ma oggi sembra essere diventata un terreno ancora più sfuggente. Ciò che chiamiamo “verità” non appare sempre come qualcosa di oggettivo e solido, ma come una costruzione che muta a seconda dei punti di vista, delle esperienze individuali e dei contesti storici e sociali in cui viviamo. È paradossale che perfino davanti a un fatto, osservato e testimoniato da più persone, non ci sia un riconoscimento unanime. Ciò accade perché la verità non è semplicemente ciò che vediamo, ma l’elaborazione che la nostra mente e la nostra cultura fanno di quello che i nostri sensi registrano.

Ognuno di noi, di fronte a un evento, porta dentro sé un bagaglio di pregiudizi, convinzioni, appartenenze e desideri: questi agiscono come filtri che alterano ciò che percepiamo e che siamo disposti ad accettare. È il motivo per cui, in situazioni pubbliche, politiche o sociali, le persone diventano come tifosi: non valutano con distacco, ma cercano argomenti che confermino la posizione che già sentono di avere. La verità, in questo caso, smette di essere un ideale universale e diventa uno strumento di appartenenza. Non importa tanto ciò che è avvenuto, quanto ciò che si vuole credere. Questo meccanismo psicologico, noto come “bias di conferma”, porta a scartare le testimonianze sgradite e ad aggrapparsi a quelle che sostengono la propria visione del mondo.

Allo stesso tempo, esistono coloro che si comportano come San Tommaso: credono soltanto a ciò che possono vedere e toccare direttamente. È una posizione che appare razionale, ma che in realtà è altrettanto parziale, perché riduce la verità all’esperienza individuale e rifiuta di fidarsi della conoscenza condivisa. Ma quante cose conosciamo senza averle viste di persona? Nessuno di noi ha assistito al Big Bang, alle battaglie dell’antichità o alle scoperte scientifiche fondamentali, eppure riconosciamo come verità quelle ricostruzioni basate su prove, indagini e ragionamenti. In questo senso, ridurre la verità a ciò che sperimentiamo in prima persona significa restringere drasticamente il campo del conoscibile.

E allora, cosa è la verità? Forse non è un’entità fissa e assoluta, come un diamante che resta immutabile, ma una costruzione che richiede confronto, dialogo e spirito critico. Non possiamo confonderla con la semplice opinione né con una fede cieca nei nostri sensi. La verità si situa in uno spazio complesso: è l’incontro tra i fatti e la capacità umana di interpretarli attraverso strumenti di verifica, logica e confronto. È l’orizzonte a cui tendiamo, pur sapendo che non sempre possiamo afferrarla in maniera totale.

Questo spiega perché la verità sia così divisiva: non è solo una questione di evidenze, ma anche di relazioni di potere, di narrazioni dominanti e di bisogni interiori. Molto spesso gli uomini scelgono la verità che più li rassicura, che dà un senso alla loro identità o che sostiene il gruppo di cui fanno parte. In questa prospettiva, la verità diventa anche un fatto politico e sociale, non soltanto filosofico.

La vera sfida sta dunque nel distinguere tra le nostre inclinazioni soggettive e il tentativo sincero di avvicinarsi a ciò che è accaduto realmente. È un processo mai definitivo, che richiede umiltà, perché dobbiamo ammettere di poter sbagliare, e al tempo stesso coraggio, perché significa rinunciare al conforto di verità semplici e precostituite. In fondo, forse la verità è proprio questa tensione inarrestabile tra ciò che vorremmo credere e ciò che resiste a essere piegato dai nostri desideri.

(EdS)

Riflessione di Fedro, del 18 settembre 2025

18 Settembre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

La diversità di opinioni è uno dei motori principali del progresso umano. Il confronto dialettico, anche quando aspro, consente di allargare i confini della conoscenza, di mettere in discussione certezze consolidate e di aprire nuove prospettive. Una società che pretende unanimismo rischia di soffocare la creatività e di cadere nell’immobilismo. Eppure, non tutto ciò che viene pensato o sostenuto può essere accolto nel dibattito pubblico con pari dignità: vi sono limiti etici invalicabili, legati alla difesa della dignità umana e alla protezione del vivente.

Accettare il relativismo totale significherebbe rendere legittime posizioni che negano i diritti fondamentali, come il razzismo, la violenza o l’incitamento all’annientamento di intere categorie di individui. In questi casi, la tolleranza diventa, paradossalmente, la premessa per l’intollerabile. Ecco allora che si avverte la necessità di un argine: un luogo di deliberazione condiviso in cui stabilire ciò che non può trovare spazio nel convivere civile.

Un simile organismo, però, dovrebbe agire con estrema prudenza. Il rischio di trasformarsi in strumento di censura ideologica è reale. Per questo dovrebbe fondarsi su criteri universali: il rispetto dei diritti umani, la tutela della vita, la condanna di ogni forma di umiliazione e discriminazione. Non tanto per impedire la discussione teorica – che può avere valore conoscitivo – quanto per porre un limite all’attuazione pratica di idee offensive o distruttive della dignità.

In tal modo la libertà di pensiero non verrebbe compressa, ma orientata verso un terreno fertile, capace di generare diversità senza degenerare in oppressione. La vera ricchezza culturale non nasce infatti dall’anarchia dei contenuti, ma da un confronto vivace che rimane immerso nel rispetto incondizionato della dignità di tutti gli esseri viventi.

(EdS)

Riflessione di Fedro, del 17 settembre 2025

17 Settembre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Il distacco da chi abbiamo amato è forse una delle esperienze umane più universali, e allo stesso tempo più laceranti. Accade in molte forme: una relazione che si dissolve, un’amicizia che si spegne, o la morte che interrompe il legame in modo definitivo. In tutti i casi, il dolore nasce da una scissione, da un’interruzione del flusso che ci univa all’altro, da uno spazio improvvisamente vuoto che sembra dover rimanere tale. La sofferenza, tuttavia, non è soltanto frutto dell’assenza oggettiva, ma del confronto interiore tra ciò che eravamo quando quella persona era con noi e ciò che siamo costretti a diventare senza di lei.

Chi se ne va, sia per scelta o per necessità, spesso non porta con sé quella stessa sofferenza. Se lascia un legame perché non sente più nulla, la sua decisione può apparire, agli occhi di chi resta, come un atto di egoismo. Un taglio che ferisce solo da una parte, lasciando all’altro il compito di ricomporre i cocci di una vita privata di una presenza fondamentale. Questo asimmetrico dolore, che grava solo su chi rimane, acuisce il senso di ingiustizia e alimenta una domanda profonda: perché la separazione ci fa tanto male se la caducità è inscritta nella nostra stessa condizione umana?

Fin dalla nascita, infatti, siamo segnati da questa certezza: nulla è per sempre. Sappiamo che, prima o poi, ogni relazione si trasformerà o si spegnerà, e che la stessa vita ha una scadenza ineludibile. Ma l’intelletto che lo comprende non riesce a sedare l’emozione che lo rifiuta. Da qui il paradosso: conviviamo con la conoscenza della finitezza, eppure ogni volta che incontriamo una perdita ci sorprende come fosse la prima. Si direbbe che il cuore umano non impari mai del tutto a fare i conti con l’inevitabile.

Sentirsi abbandonati è tanto più doloroso quanto più interpretiamo il gesto dell’altro come mancanza di reciprocità: egli non soffre, noi sì. Si rompe così l’illusione che un rapporto autentico implichi un equilibrio di emozioni, una simmetria destinata a resistere. Eppure, anche il cosiddetto “egoismo” di chi se ne va può essere riletto. Non sempre infatti è mera indifferenza: talvolta, nel non provare ciò che l’altro ancora sente, c’è semplicemente la continuità della vita che muta, la corrente sotterranea del divenire che porta una persona altrove. Nel momento in cui responsabilizziamo l’altro del nostro dolore, proiettiamo su di lui una richiesta impossibile: rimanere uguale affinché il nostro mondo non vacilli.

Se allarghiamo lo sguardo, vediamo che la natura non contempla mai la permanenza: tutto si trasforma, tutto si rigenera. Le stagioni mutano, le foglie cadono e si decompongono per nutrire la terra, che a sua volta darà linfa a nuove gemme. Niente resta com’era, ma tutto persiste sotto altre forme. Allo stesso modo, quando un legame si dissolve o una persona muore, ciò che siamo stati insieme non scompare nel nulla. Si trasfigura. Memorie, emozioni, persino il dolore diventano sostanza nuova, materiale di crescita che, lentamente, ci trasforma in qualcuno che non saremmo stati senza aver vissuto — e perso — quella relazione.

Pensare alla morte o all’estremo addio come a un annientamento totale appartiene allo sguardo limitato dell’individuo. Se ci poniamo invece nel flusso più ampio della natura, comprendiamo che nulla va perso, ma tutto si ricolloca in nuove configurazioni. Ciò che chiamiamo “spoglie mortali” non sono altro che materia destinata a tornare al ciclo eterno della terra: molecole che un tempo appartenevano a noi diventeranno foglie, aria, parte di corpi futuri. Così anche la memoria di chi abbiamo amato, pur non potendo più vivere in carne e presenza, continua a stratificarsi in noi, in ciò che facciamo, nelle scelte che prendiamo.

Forse, dunque, l’originalità nel pensare all’estremo saluto non sta nell’illusione di rifiutare la perdita, ma nel ricollocarla nel paesaggio inevitabile della metamorfosi. Ogni addio non è il punto finale che temiamo, ma la soglia di un passaggio, in cui ciò che viveva in una forma si prepara ad assumere un altro volto. Quando perdiamo chi amiamo, non perdiamo interamente quella persona: essa sopravvive nei gesti che ci ha insegnato, negli spazi che ha abitato, persino nei silenzi che ci ha lasciato. In questo senso, la mancanza stessa diventa una nuova presenza, un’eco che continua a vibrare.

Accogliere l’inevitabilità non significa annullare il dolore, ma dargli un significato più ampio. Ogni volta che piangiamo un distacco, partecipiamo a un rito antico quanto l’universo: quello della trasformazione. Ed è proprio qui che nasce la possibilità di guardare la fine non come un crollo, ma come un ritorno. Ritorno al ciclo vitale che accomuna uomini, animali, alberi; ritorno a una dimensione in cui non esistono separazioni definitive, ma solo passaggi di stato.

Chi rimane non possiede più la persona amata nella forma conosciuta, ma ne custodisce l’impronta viva. Questo richiede un atto di maturità spirituale: riconoscere che l’amore vero non si misura dalla durata di una presenza, ma dall’eredità che lascia quando svanisce. E allora, forse, il distacco non appare più solo come egoismo, ma come la semplice fedeltà della vita a se stessa, che ci chiede costantemente di cambiare pelle e di apprendere l’arte del lasciare andare.

In fondo, l’“estremo saluto” potrebbe essere pensato come il naturale scioglimento di una forma che ha compiuto il proprio tempo. Così come la neve che si fonde a primavera non è perduta, ma si trasforma in acqua che nutre i fiori, chi ci lascia non è strappato al mondo, ma ricondotto alla totalità da cui anche noi proveniamo e a cui torneremo.

Guardare all’inevitabile con questa consapevolezza significa scorgere, dietro al dolore, un silenzioso atto di continuità. Ogni lacrima non è altro che la traccia visibile di un legame che ci ha attraversato, e che, pur trasformandosi, non si estinguerà mai del tutto.

(EdS)

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