174, Adotta un libro, La morte ha i capelli lunghi, di Martha Grimes, 02 marzo 2026

La morte ha i capelli lunghi, di Martha Grimes Pag.163 Nel giallo La morte ha i capelli lunghi, due giovani donne, Sheila Broome autostoppista e Ivy Childess commessa, vengono trovate strangolate con una sciarpa; entrambe hanno lunghi capelli, dettaglio che lega i delitti e alimenta l’ipotesi di un serial killer. L’indagine si muove tra Londra
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173, Adotta un libro, La scalata, di Stephen Frey, 02 marzo 2026

La scalata, di Stephen Frey Pag.360 La scalata è un thriller finanziario ambientato tra le grandi banche d’investimento di New York, dove il giovane banchiere Andrew Falcon ottiene l’incarico di guidare la più grande OPA ostile della storia di Wall Street, puntando su un compenso multimilionario per riscattare una carriera in rovina. Man mano che
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172, Adotta un libro, I delitti del mosaico, di Giulio Leoni, 02 marzo 2026

I delitti del mosaico, di Giulio Leoni Pag.300 Nel 1300, appena nominato priore di Firenze, Dante Alighieri è chiamato a indagare sulla morte di un maestro comacino, soffocato con la calce viva e abbandonato ai piedi di un enorme mosaico incompiuto, destinato a ornare la chiesa di San Giuda, futura sede dello Studium cittadino. I
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171, Adotta un libro, Si riparano bambole, di Antonio Pizzuto, 02 marzo 2026

Si riparano bambole, di Antonio Pizzuto Pag.270 La vita di Profi, funzionario di polizia, è narrata in frammenti che ne seguono il percorso dall’infanzia alla vecchiaia, come fotogrammi di un film montati in sequenze libere. Tra il paese natale e la città, tra la casa dell’infanzia e l’ufficio, la memoria ricompone episodi minuti, presenze familiari,
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170, Adotta un libro, Il fondo avvoltoio, di Stephen Frey, 02 marzo 2026

Il fondo avvoltoio, di Stephen Frey Pag.350 Mace McLain, giovane e brillante banker della potentissima Walker Price di Wall Street, viene scelto per gestire un «vulture fund» da due miliardi di dollari, destinato a speculare sul crack del mercato immobiliare di Manhattan. Ben presto si accorge che l’operazione nasconde qualcosa di oscuro: un campo paramilitare
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Riflessione di Fedro, Coe e l’Inghilterra che non ti aspetti … forse, del 20 ottobre 2025

20 Ottobre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Jonathan Coe è nato a Birmingham nel 1961. Ha studiato a Cambridge e all’Università di Warwick, dove ha conseguito un dottorato in letteratura inglese. Appassionato di musica – ha suonato jazz e ha anche scritto biografie di Humphrey Bogart, James Stewart e B. S. Johnson – vive oggi a Londra e collabora con diverse riviste e università.

La scrittura di Coe si distingue per l’ironia sofisticata e per la fusione tra satira sociale e introspezione psicologica. I suoi romanzi alternano voci narranti diverse, mescolano comico e tragico, e riflettono su come i mutamenti politici e culturali influenzino la vita delle persone comuni. Ama sperimentare con le strutture del racconto – intrecci multipli, narrazioni incastonate, prospettive mutevoli – ma sempre con un tono accessibile, ironico e malinconico.

Un marchio distintivo nei suoi libri è la presenza della musica, spesso come elemento strutturale o emotivo del testo, insieme alla ricorrenza di personaggi e temi che collegano le opere tra loro, come se l’autore stesse costruendo un lungo romanzo sulla società britannica contemporanea.​

Tre opere fondamentali

La famiglia Winshaw (What a Carve Up!, 1994)

Una satira feroce dell’Inghilterra degli anni di Margaret Thatcher: attraverso la storia di una potente famiglia che incarna l’avidità e il cinismo dell’era neoliberista, Coe costruisce un romanzo corale che unisce grottesco e tragedia, giornalismo e politica, mostrando come il potere corrompa sia le istituzioni sia le coscienze individuali.​

La banda dei brocchi (The Rotters’ Club, 2001)

Ambientato a Birmingham negli anni ’70, segue un gruppo di adolescenti che crescono durante gli scioperi, la crisi industriale e gli attentati dell’IRA. È il primo capitolo di una trilogia (seguito da Circolo chiuso e Middle England) che racconta la trasformazione morale e sociale dell’Inghilterra dal punk alla Brexit, con ironia e malinconia.​

Middle England (2018)

Vincitore del Costa Book Award, è una riflessione sul Paese diviso dopo il referendum del 2016. Riprendendo i personaggi di La banda dei brocchi, Coe intreccia vicende pubbliche e private per raccontare il disincanto, la nostalgia e l’incomprensione generazionale di un’Inghilterra smarrita ma ancora bisognosa di dialogo.​

Sintesi finale

Jonathan Coe è uno dei narratori più acuti del nostro tempo: nei suoi romanzi la storia collettiva si intreccia con i sentimenti individuali. Attraverso umorismo, compassione e precisione linguistica, riesce a trasformare il romanzo sociale in un ritratto vivo e insieme melanconico dell’identità britannica moderna.

La produzione narrativa di Jonathan Coe si sviluppa in modo coerente e progressivo, attraversando quasi quattro decenni di storia letteraria e sociale britannica. Il suo esordio avviene negli anni Ottanta e, nel tempo, i suoi romanzi diventano uno specchio del mutare dell’Inghilterra, intrecciando vita privata e tensioni pubbliche.​

Gli inizi: gli anni Ottanta e la formazione

Il primo romanzo, Donna per caso (The Accidental Woman, 1987), introduce già il tono ironico e malinconico che contraddistinguerà tutta la sua opera: il destino e la mediocrità quotidiana vengono osservati con compassione e sarcasmo. Seguono L’amore non guasta (A Touch of Love, 1989), centrato sull’alienazione di un giovane accademico, e Questa notte mi ha aperto gli occhi (The Dwarves of Death, 1990), una sorta di commedia nera ambientata nel mondo della musica giovanile.​

La maturità artistica: satira e complessità narrativa

Con La famiglia Winshaw (What a Carve Up!, 1994) Coe raggiunge la notorietà internazionale. Il romanzo è una satira politica che smaschera la corruzione e l’egoismo dell’Inghilterra di Margaret Thatcher, attraverso la ricostruzione delle vicende familiari di una dinastia ricca e spietata. Tre anni più tardi pubblica La casa del sonno (The House of Sleep, 1997), opera simbolica e intima che gioca su sogno, memoria e inconscio collettivo, unendo sperimentazione formale e sensibilità psicologica.​

Il ciclo di Birmingham e la trilogia politica

Con La banda dei brocchi (The Rotters’ Club, 2001), ambientato nella Birmingham degli anni Settanta, Coe inaugura una trilogia dedicata al mutamento sociale e culturale del Paese. Circolo chiuso (The Closed Circle, 2004) ne rappresenta la prosecuzione, spostando la vicenda nei primi anni Duemila, mentre Middle England (2018) chiude il ciclo analizzando la crisi identitaria del Regno Unito ai tempi della Brexit. Questi tre romanzi ricostruiscono l’arco di una generazione, alternando realismo storico e introspezione.​

Tra introspezione e memoria collettiva

La pioggia prima che cada (The Rain Before It Falls, 2007) segna un ritorno alla narrazione intima, interamente costruita attorno alle fotografie e alla voce di una donna che ricorda il passato. Il tono diventa più elegiaco e meditativo. A seguire, I terribili segreti di Maxwell Sim (2010) indaga la solitudine contemporanea e l’illusione della comunicazione digitale.​

Gli ultimi anni e la riflessione sul tempo

Expo 58 (2013) è una commedia sullo spirito del dopoguerra e sull’ottimismo scientifico, mentre Numero undici (2015) rappresenta una sorta di seguito oscuro de La famiglia Winshaw, offrendo una critica feroce della società dei media e del potere politico.​
Negli anni recenti Coe ha orientato la sua scrittura verso una dimensione più umana e memoriale: Io e Mr Wilder (2021) intreccia biografia e invenzione per raccontare il regista Billy Wilder, Bournville (2022) celebra la storia collettiva inglese attraverso simboli quotidiani, e La prova della mia innocenza (2024) affronta il tema della verità personale e della memoria, chiudendo provvisoriamente il cerchio tematico del suo percorso.​

Conclusione

In questa cronologia, l’opera di Jonathan Coe si configura come un grande mosaico narrativo: dagli esordi ironici fino alle più recenti riflessioni sulla memoria e sulla storia, ogni romanzo dialoga con il precedente, componendo un vasto affresco della condizione umana e politica dell’Inghilterra contemporanea.​

(EdS)


Riflessione di Fedro, Somerset Maugham solo grandi opere, del 19 ottobre 2025

19 Ottobre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

William Somerset Maugham, nato a Parigi il 25 gennaio 1874 e morto a Saint-Jean-Cap-Ferrat nel 1965, fu uno degli scrittori e drammaturghi inglesi più prolifici e influenti del Novecento. Dietro un successo di pubblico straordinario e un’ironia acuta si celava una personalità tormentata, segnata da un’infanzia dolorosa e da un’irrequietezza interiore che avrebbe nutrito tutta la sua opera.​

Figlio di un avvocato dell’ambasciata britannica a Parigi, Maugham crebbe in un ambiente colto ma distante, e la sua vita cambiò bruscamente con la morte dei genitori, avvenuta quando era ancora bambino. Mandato in Inghilterra presso uno zio vicario, subì una severa educazione religiosa e un isolamento emotivo che segnarono per sempre la sua sensibilità. A scuola venne deriso per la sua scarsa padronanza dell’inglese e per la balbuzie, sviluppando una forma di osservazione distaccata e sarcastica che si sarebbe poi riflessa nei suoi personaggi.​

Dopo gli studi di letteratura e filosofia a Heidelberg, dove conobbe l’amico e amante John Ellingham Brooks, intraprese gli studi di medicina al King’s College di Londra, esperienza che avrebbe alimentato la sua attenzione per la sofferenza e la verità psicologica. Con il romanzo “Liza di Lambeth” (1897) ottenne il suo primo successo, ritraendo con crudezza la vita londinese dei quartieri popolari. Il successo non fu però immediato: solo dopo vari tentativi come commediografo raggiunse la fama, con opere messe in scena contemporaneamente nei teatri londinesi.

Durante la Prima guerra mondiale Maugham prestò servizio nella Croce Rossa e poi nei servizi segreti britannici, esperienze che confluirono nei racconti di “Ashenden, o l’agente inglese” (1928). La sua vita sentimentale, segnata da relazioni con uomini (soprattutto Frederick Gerald Haxton) e da un matrimonio infelice con Syrie Wellcome, influenzò profondamente il suo sguardo disincantato sulle relazioni umane. Dopo il divorzio, si ritirò nella Villa Mauresque sulla Costa Azzurra, che divenne un celebre ritrovo di intellettuali. Morì ricco e solo, autore di oltre ottanta volumi tra romanzi, racconti e opere teatrali.​

Lo stile di Maugham è limpido, controllato e apparentemente semplice, ma sotto questa chiarezza formale scorre un’osservazione psicologica feroce. I suoi racconti rifuggono ogni retorica e preferiscono il linguaggio della realtà. Egli si definiva “un osservatore” più che un inventore di trame, convinto che la vita umana contenesse già tutta la materia necessaria per la narrativa.​

Nei suoi testi domina un senso di scetticismo morale: Maugham osserva i difetti umani – vanità, codardia, inganno – con compassione e cinismo insieme. Il suo narratore spesso finge distacco, ma rivela una sottile malinconia per la miseria morale dei suoi personaggi. Si avverte l’influenza di Maupassant, nei toni realistici e nell’ironia, ma anche la tensione morale di Flaubert e l’introspezione di Henry James. A differenza dei modernisti suoi contemporanei, come Woolf o Joyce, Maugham non sperimenta sulla forma: resta fedele alla narrazione classica, lineare, affidata al potere della parola e al ritmo della vita quotidiana.

Le opere principali

Schiavo d’amore (Of Human Bondage, 1915)

È forse il suo capolavoro più noto, di tono fortemente autobiografico. Il protagonista, Philip Carey, orfano allevato da uno zio bigotto, cresce con una deformità fisica che diventa simbolo della sua fragilità e diversità. La sua passione per la crudele Mildred Rogers lo conduce a una spirale di umiliazioni che riflette la “schiavitù affettiva” cui allude il titolo. La parabola di Philip è quella di un uomo che, attraverso la sofferenza, impara che la libertà sta nell’accettazione della propria limitatezza. Il romanzo è un ritratto straordinario della formazione morale e degli scontri tra desiderio, compassione e disincanto.​

Il velo dipinto (The Painted Veil, 1925)

Ambientato in Cina, il romanzo ha come protagonista Kitty Fane, giovane donna frivola e adultera che, costretta dal marito medico a seguirlo in una regione colpita dal colera, attraversa una dolorosa metamorfosi interiore. Dietro la vicenda sentimentale si nasconde una profonda riflessione morale: la redenzione non scaturisce dal perdono, ma dalla capacità di guardare in faccia il proprio vuoto e assumersi la responsabilità della propria esistenza. È uno dei suoi romanzi più equilibrati e maturi, ricco di introspezione e di suggestioni orientali.​

Il filo del rasoio (The Razor’s Edge, 1944)

Pubblicato nel dopoguerra, il romanzo racconta la ricerca di senso di Larry Darrell, veterano della Prima guerra mondiale che, disilluso dal materialismo occidentale, parte per l’India in cerca dell’illuminazione spirituale. Maugham stesso compare nel romanzo come narratore-testimone, un espediente che fonde la dimensione confessionale con la riflessione filosofica. È un’opera sul rapporto tra la saggezza e l’illusione, sulla fragilità dei valori tradizionali dopo la catastrofe morale del secolo. Il “filo del rasoio” è l’immagine perfetta della tensione tra spirito e carne, tra desiderio e rinuncia.​

Conclusione

Somerset Maugham seppe coniugare una sensibilità classica con un’intima modernità. Non fu un innovatore formale, ma un magistrale analista dei limiti dell’uomo. Il suo realismo dell’anima, intriso di ironia e pietà, continua a parlare a lettori che cercano nella letteratura non solo estetica, ma verità umana. La sua è una lezione di misura: quella di uno scrittore che ha osservato, con disincanto e amore, l’eterno dramma del vivere.

L’opera di William Somerset Maugham si snoda lungo oltre sessant’anni di attività letteraria, accompagnando l’autore dall’età vittoriana sino agli anni Sessanta del Novecento. La sua produzione è vastissima e comprende romanzi, racconti brevi, opere teatrali, diari e saggi.

Maugham esordì nel 1897 con Liza di Lambeth, un romanzo ispirato alla sua esperienza di medico nei quartieri poveri di Londra, che rivelava già la sua attenzione per la realtà cruda e le passioni umane più elementari. L’anno seguente pubblicò La formazione di un santo (1898), e poi Orientamenti (1899) e L’eroe (1901), opere ancora di apprendistato ma già solide per costruzione e ritmo narrativo. In La signora Craddock (1902) sperimentò per la prima volta il tema del matrimonio come prigione morale, che ritornerà in tutto il suo percorso successivo.

Con La giostra (1904) e La terra della Vergine benedetta (1905) iniziò a rendere più netta la sua inclinazione verso il disincanto e la rappresentazione realistica della vita. Seguì Il grembiule del vescovo (1906), un esercizio di ironia borghese, e poi Il mago (1908), in cui ritrasse satiricamente l’occultista Aleister Crowley, dimostrando il suo gusto per la deformazione psicologica e l’atmosfera grottesca.

La maturità artistica arrivò con Schiavo d’amore (1915), un monumentale romanzo di formazione autobiografico, che racconta le ossessioni sentimentali come una forma di schiavitù spirituale. Questo libro consacrò definitivamente Maugham come uno dei grandi narratori europei del secolo. Seguì La luna e sei soldi (1919), ispirato alla vita di Gauguin, in cui riflette sul ruolo distruttivo dell’arte e sul prezzo della libertà creativa.

Negli anni Venti, Maugham coltivò anche la letteratura di viaggio: Il tremito di una foglia (1921) raccoglie racconti ambientati nei Mari del Sud, mentre Sullo schermo cinese (1922) nasce dalle sue osservazioni in Estremo Oriente. Nel 1925 apparve Il velo dipinto, storia di adulterio e redenzione ambientata in Cina, seguita da L’albero di casuarina (1926), che esplora la vita degli occidentali nelle colonie britanniche.

Con Ashenden, l’agente inglese (1928) Maugham inaugurò un nuovo genere – il racconto di spionaggio psicologico – ispirato alle sue esperienze nei servizi segreti britannici durante la guerra, opera che avrebbe influenzato profondamente autori come Graham Greene e Ian Fleming. Due anni dopo uscì Lo scheletro nell’armadio (1930), una brillante satira del mondo letterario inglese.

Negli anni Trenta pubblicò Acque morte (1932), ambientato nei mari del Sud, Ah King (1933) e Don Fernando (1935), un testo di viaggio che rivela il suo amore per la Spagna. Nel 1937 diede alle stampe La diva Julia, ironico ritratto di un’attrice dominata dall’ambizione e dal cinismo. Seguì Bilancio (1938), un’opera di riflessione autobiografica, e poi Vacanze di Natale (1939), dove il suo tono disincantato tocca tinte cupe, anticipate dal clima della guerra imminente.

Negli anni Quaranta Maugham pubblicò uno dei suoi romanzi più significativi, Il filo del rasoio(1944), in cui analizza la ricerca individuale di spiritualità dopo la crisi di valori seguita alla Grande Guerra. Nello stesso decennio scrisse anche In villa (1941) e Oggi e allora (1946), romanzo storico sul Rinascimento italiano, cui seguì Passioni (1947), una nuova raccolta di racconti.

Le opere tarde continuano a mostrare la lucidità e l’ironia dell’autore. Catalina (1948) è una favola morale ambientata nella Spagna del Seicento, mentre Lo spirito errabondo (1952) raccoglie saggi e riflessioni personali con tono diaristico. Con Dieci romanzi e i loro autori(1954) e Punti di vista (1958) Maugham tornò alla critica letteraria, alternando memoria e giudizio. Il suo ultimo libro, Per il mio solo piacere (1962), chiude con leggerezza un percorso di più di mezzo secolo dedicato alla scrittura e all’osservazione disincantata della vita.

Nel teatro, Maugham ottenne enormi successi con commedie come Lady Frederick, Il cerchio, Costanza e La fiamma sacra, tutte incentrate sulle ipocrisie borghesi e sull’ambiguità morale dei rapporti umani.

Infine, nelle raccolte di racconti cinematografiche Quartetto (1948), Trio (1950) e Ancora(1952), ripresentò in forma più breve e limpida i temi che lo avevano sempre appassionato: la fragilità dell’uomo, la menzogna sociale e il mistero dell’amore.

Questa lunga sequenza di opere, dal realismo di Liza di Lambeth alla sapienza introspettiva di Il filo del rasoio, restituisce l’immagine di un autore coerente e potente, che raccontò le illusioni e le contraddizioni dell’animo umano con una chiarezza impietosa e insieme profondamente umana.

(EdS)

Riflessione di Fedro, Zweig uno dei più grandi scrittori dimenticato e tutto da scoprire e amare, del 18 ottobre 2025

18 Ottobre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Stefan Zweig (Vienna, 1881 – Petrópolis, 1942) fu uno degli scrittori più amati, tradotti e letti della prima metà del Novecento. Cosmopolita per vocazione e uomo di raffinata cultura, seppe attraversare con sensibilità il tramonto dell’Impero asburgico e il collasso morale dell’Europa tra le due guerre. Figlio di una famiglia della borghesia ebraica viennese, si educò in un ambiente intellettuale dominato dalle arti, dalla musica e dalla filosofia, divenendo presto figura cardine della vita culturale mitteleuropea.

Pur essendo poeta, drammaturgo, saggista e biografo, Zweig rimase innanzitutto un narratore dell’animo umano. La varietà della sua opera testimonia un percorso atipico e modernissimo: passò dalle prime liriche (Die frühen Kränze, 1906) a novelle intense come Amok o Lettera di una sconosciuta; elaborò ampi saggi biografici su giganti della letteratura europea (Balzac, Dickens, Dostoevskij, Hölderlin, Tolstoj); e infine scrisse capolavori di introspezione psicologica e testimonianza storica come L’impazienza del cuore e Il mondo di ieri. Le sue pagine si muovono sempre fra due tensioni: il desiderio di armonia universale e la malinconia per una civiltà in declino.

Numerose le tematiche ricorrenti: l’irresistibile forza della passione, il conflitto tra impulso e morale, la fragilità dell’individuo di fronte al destino. Non a caso, anche quando si dedica al racconto storico o biografico, Zweig non mira tanto alla ricostruzione oggettiva, quanto a un ritratto psicologico profondo, in cui i protagonisti diventano simboli di forze interiori e di destini collettivi.

Le principali opere narrative

1. Lettera di una sconosciuta (1922)
È una delle novelle più struggenti e raffinate di Zweig. Racconta la confessione postuma di una donna che ha amato segretamente per tutta la vita uno scrittore famoso, senza mai essere riconosciuta da lui. Attraverso il tono intimo e febbrile della lettera, Zweig esplora il tema dell’amore assoluto e ossessivo, della dedizione silenziosa che diventa sacrificio totale. La prosa, delicata e struggente, restituisce la tensione psicologica e la malinconia di chi ama senza reciprocità.

2. Amok (1922)
Ambientato in un contesto coloniale, Amok narra la confessione di un medico europeo che, in un impeto di follia e passione, si lascia trascinare in un vortice distruttivo. Il termine malese “amok” allude proprio a questa crisi impulsiva e incontrollabile. Zweig analizza con la consueta maestria i confini fra razionalità e istinto, mettendo in scena un’anima sconvolta dall’amore e dalla vergogna, simbolo di quella “malattia morale” che affligge la modernità.

3. La novella degli scacchi (1941)
Scritta durante l’esilio in Brasile, è considerata il suo ultimo capolavoro. In un viaggio oceanico, un campione del mondo di scacchi viene sfidato da un misterioso passeggero: un intellettuale che, durante la prigionia nazista, aveva perso la ragione esercitandosi mentalmente con partite immaginarie. L’opera è una potente allegoria della follia, dell’ossessione e dell’annientamento dell’individuo sotto la violenza totalitaria. Qui Zweig raggiunge la sua più alta sintesi tra tensione psicologica e valenza simbolica.

4. Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo (postumo, 1942)
Autobiografia e testamento spirituale, scritta in esilio poco prima del suicidio, questa opera rappresenta la summa della visione di Zweig. Racconta il mondo perduto della Belle Époque, il crollo dell’Impero asburgico e la progressiva disgregazione dei valori umanistici sotto i totalitarismi del XX secolo. È un canto d’addio all’Europa della cultura e della civiltà, animato da nostalgia e speranza, da lucida consapevolezza e dolore. Nelle sue pagine l’autore celebra la libertà di pensiero e denuncia il ritorno della barbarie.

La varietà e l’unità del suo mondo interiore

Zweig alterna con naturalezza stili diversi: l’analisi psicologica minuziosa nelle novelle brevi, la tensione drammatica nei racconti più intensi, la visione etica e spirituale nelle biografie di artisti e pensatori. Tutto questo si tiene unito dal suo inconfondibile sguardo umanista. Per lui la letteratura aveva una missione morale: comprendere e salvare l’uomo attraverso l’arte. Proprio questa tensione verso la comprensione universale fece di lui, in un secolo di ideologie, una voce isolata ma necessaria.

La cronologia delle principali opere di Stefan Zweig in versione italiana, ordinata cronologicamente:

  • 1904 – L’amore di Erika Ewald
  • 1906 – Le prime corone (poesie)
  • 1907 – Tersite (dramma)
  • 1911 – Prima esperienza (Adolescenza)
  • 1917 – Geremia
  • 1920 – Tre maestri: Balzac, Dickens, Dostoevskij
  • 1922 – Amok; Viaggi, paesaggi e città
  • 1924 – Poesie (raccolta)
  • 1925 – La lotta col demone: Hölderlin, Kleist, Nietzsche
  • 1926 – Sovvertimento dei sensi
  • 1927 – Momenti fatali. Quattordici miniature storiche
  • 1928 – Tre poeti della propria vita: Casanova, Stendhal, Tolstoj
  • 1929 – Fouché. Ritratto di un uomo politico
  • 1929 – L’agnello del povero (tragicommedia)
  • 1929 – Quattro storie (tra cui La collezione invisibile, Episodio sul Lago di Ginevra, Leporella, Buchmendel)
  • 1929 – Guarire attraverso lo spirito. Ipnotizzatore – Mary Baker Eddy – Freud
  • 1931 – Sigmund Freud
  • 1932 – Maria Antonietta. Una vita involontariamente eroica
  • 1933 – Trionfo e tragedia di Erasmo da Rotterdam
  • 1934 – La donna silenziosa (opera buffa in tre atti)
  • 1935 – Maria Stuarda
  • 1936 – Castellio contro Calvino o Una coscienza contro la violenza
  • 1936 – Il candelabro sepolto
  • 1937 – Incontri con persone, libri, città
  • 1938 – Magellano. L’uomo e le sue azioni
  • 1939 – L’impazienza del cuore
  • 1941 – La novella degli scacchi
  • 1941 – Brasile. Un paese del futuro
  • 1942 – Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo
  • postumi – Estasi di libertà; Amerigo; Balzac

Stefan Zweig rimane, ancora oggi, un simbolo luminoso del cosmopolitismo europeo e della fiducia nella cultura quale unica difesa contro l’odio e la barbarie. La sua voce, pacata e profonda, continua a ricordarci che la vera grandezza dell’uomo sta nella comprensione dell’altro e nella dignità della sconfitta.

(EdS)

Personale cercasi, del 17.10.2025, venerdì

17 Ottobre 2025 in Personale cercasi

Pubblicità postazioni dirigenziali vacanti enti e istituti regionali

Manifestazioni di interesse per mobilità interdipartimentale del personale anno 2025

Riflessione di Fedro, Paul Auster e la sua New York, del 17 ottobre 2025

17 Ottobre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Paul Auster (Newark, New Jersey, 3 febbraio 1947 – New York, 30 aprile 2024) è stato uno dei maggiori narratori della letteratura contemporanea americana. Di origini ebraiche, cresciuto in una famiglia della middle class americana, si laurea alla Columbia University e si afferma inizialmente come poeta, saggista e traduttore. La svolta arriva con “L’invenzione della solitudine” (1982), seguito dall’acclamata “Trilogia di New York”, che lo consacra tra i grandi autori internazionali, apprezzato per la capacità di fondere suspense, introspezione esistenziale e una riflessione postmoderna su caso, identità e senso della vita. Oltre alla narrativa, si dedica anche a cinema e teatro, spesso intrecciando le arti nella sua produzione.

Paul Auster è noto per uno stile narrativo limpido ma denso di significati, che utilizza spesso una prosa semplice e precisa per esplorare temi profondi come il caso, l’identità, la solitudine urbana, l’alienazione, la ricerca di senso e le conseguenze delle scelte individuali nella vita delle persone. Tra i motivi ricorrenti spiccano la presenza del destino e dell’imprevedibilità, il rapporto tra scrittura e realtà, personaggi che si smarriscono o che vivono ai margini, e una riflessione costante su identità e fallimento. La città—New York, in particolare—non è solo uno sfondo, ma uno spazio esistenziale che impregna e trasforma i protagonisti, spesso impegnati in indagini interiori o veri e propri “detective story” che però sovvertono i canoni del genere.​

Alcuni romanzi celebri di Paul Auster

Trilogia di New York (Città di vetro, Fantasmi, La stanza chiusa): Tre romanzi intrecciati che partono da strutture da giallo poliziesco per indagare sull’identità, la perdita e la dissoluzione dei confini fra scrittore, detective e individuo. Ognuna delle storie vede protagonisti coinvolti in indagini che tradiscono la logica classica del mistery, sfociando in un labirinto esistenziale dove la città si trasforma in una metafora di smarrimento e ricerca.​

4 3 2 1: Un romanzo monumentale che narra quattro possibili vite parallele di Archie Ferguson, ciascuna modellata da scelte e casualità diverse. L’opera esplora il tema del destino alternato, della molteplicità dell’identità e della complessità esistenziale attraverso una narrazione corale e vertiginosa.​

Leviatano: Inizia come un poliziesco, con la morte misteriosa di Benjamin Sachs, scrittore inquieto, ricostruita dall’amico Peter Aaron. Il romanzo riflette sull’ossessione per il caso nella vita, la responsabilità politica e privata, e la fragilità dell’identità, ispirandosi anche alla vicenda dell’Unabomber.​

Questi testi dimostrano come Auster sappia mescolare elementi di letteratura di genere con profonde riflessioni sull’essere umano, accentuando la presenza del caso e del paradosso nella narrazione.

Elenco cronologico dei romanzi principali di Paul Auster

  • Gioco suicida / Squeeze Play (1982, come Paul Benjamin)
  • L’invenzione della solitudine (1982)
  • Città di vetro (1985)
  • Fantasmi (1986)
  • La stanza chiusa (1987)
  • Trilogia di New York (1987)
  • Nel paese delle ultime cose (1987)
  • Moon Palace (1989)
  • La musica del caso (1990)
  • Leviatano (1992)
  • Mr. Vertigo (1994)
  • Timbuctú (1999)
  • Il libro delle illusioni (2002)
  • La notte dell’oracolo (2003)
  • Follie di Brooklyn (2005)
  • Viaggi nello scriptorium (2007)
  • Uomo nel buio (2008)
  • Invisibile (2009)
  • Sunset Park (2010)
  • 4 3 2 1 (2017)
  • Baumgartner (2023)​

Questa lista comprende i principali romanzi, dal debutto fino all’ultimo pubblicato poco prima della sua scomparsa, testimoniando la lunga e variegata carriera letteraria di Auster.

(EdS)

Riflessione di Fedro, Yalom, Uno psicoterapeuta per scrittore, del 16 ottobre 2025

16 Ottobre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Chi è Irvin D. Yalom?

Irvin D. Yalom è uno psicoterapeuta famoso, che ha dedicato la sua vita a capire e aiutare le persone a confrontarsi con le grandi domande della vita: perché esistiamo, come affrontiamo la paura, la solitudine e la morte. Yalom sostiene che tutti, prima o poi, viviamo momenti difficili ed è normale chiedersi quale sia il vero “senso” della vita. Il “senso” qui è il significato, lo scopo che ciascuno di noi cerca nel vivere e nelle scelte che fa ogni giorno.​

Nei suoi romanzi racconta storie in cui i personaggi (filosofi famosi come Nietzsche, Freud, Schopenhauer, Spinoza) affrontano problemi che sono, in fondo, quelli di tutti noi: voglia di essere felici, timore della morte, ricerca di risposte alle domande che ci portiamo dentro. Yalom scrive in modo diretto e chiaro: non serve essere esperti per capire i suoi libri. Anzi, sono perfetti per chi è in cerca di stimoli e vuole imparare qualcosa su se stesso.


I Quattro Romanzi: Trame e Invito alla Lettura

Le lacrime di Nietzsche

In questo libro, il grande filosofo F. Nietzsche incontra il medico Breuer, che cerca di aiutarlo a superare una profonda tristezza e solitudine. Il dialogo tra i due diventa un viaggio dentro le loro paure e domande sulla vita. Leggendo, scoprirai che anche le persone geniali hanno dubbi e problemi come tutti.​

Invito: Se hai mai voluto capire cosa passa nella testa di un filosofo e di uno psicologo mentre parlano di dolore e cambiamento, questo romanzo ti piacerà.

Sul lettino di Freud

Il giovane Freud, alle prime armi con la psicoanalisi, incontra pazienti speciali che lo pongono di fronte a sfide umane e professionali. Il romanzo mostra come nascono le idee che hanno cambiato il modo di vedere la mente e il comportamento umano.​

Invito: Un racconto avvincente, che ti porta nella Vienna di fine Ottocento e ti fa vivere da vicino le origini della psicologia moderna.

La cura Schopenhauer

Julius, uno psichiatra che scopre di essere gravemente malato, cerca di ritrovare un vecchio paziente, Philip, che sembra guarito grazie alla filosofia di Schopenhauer. Julius invita Philip a partecipare a un gruppo di terapia dove ogni membro mette a nudo le proprie ferite. Il gruppo scopre che la filosofia può aiutare a superare momenti di crisi e dolore.​

Invito: Racconta in modo semplice ed emozionante come la condivisione e il confronto possano cambiare la vita, e come il pensiero di un grande filosofo possa essere utile a tutti.

Il problema Spinoza

Il romanzo intreccia la storia del filosofo Spinoza, “cacciato” dalla sua comunità per le sue idee rivoluzionarie, con quella di un uomo potente e inquieto del Novecento. Si riflette sul valore della tolleranza, sulla paura della diversità, e sulla forza della ricerca della verità.​

Invito: Una lettura che aiuta a capire perché è importante pensare con la propria testa e rispettare chi è diverso.


In conclusione, nei romanzi di Yalom si parla di “senso” inteso come significato della vita. Sono libri che aiutano a pensare, a capire meglio se stessi e gli altri, offrendo storie avvincenti e piene di insegnamenti per tutti.

(EdS)

Riflessione di Fedro, Ci vorrebbe un Dickens anche ai nostri giorni, del 15 ottobre 2025

15 Ottobre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Charles Dickens è stato uno degli scrittori più influenti dell’Ottocento, capace di trasformare la letteratura in strumento di denuncia sociale e di sensibilizzare l’opinione pubblica verso i mali della sua epoca. Nei suoi romanzi, Dickens dipinge con rara efficacia le miserie dell’Inghilterra vittoriana: povertà, sfruttamento minorile, corruzione, emarginazione e le iniquità del sistema giudiziario. Da bambino, fu vittima lui stesso di gravi privazioni e questa esperienza gli trasmise una profonda empatia per le fasce deboli della società. Usò la sua notorietà non solo per ispirare cambiamenti legislativi, ma anche per promuovere attivamente la beneficenza: contribuì e sostenne più di quaranta enti caritatevoli, dagli ospedali alle scuole per orfani. L’impatto delle sue opere non fu solo letterario; in particolare dopo la pubblicazione di romanzi come “A Christmas Carol”, si registrò un aumento concreto delle donazioni e della solidarietà diffusa.​

Dickens non fu solo autore di capolavori universali, ma anche di romanzi meno noti che meritano attenzione per la loro potenza narrativa e il loro valore sociale:

  • “Dombey e figlio” esplora le dinamiche familiari e mette in luce gli effetti disumanizzanti dell’industrializzazione, affrontando temi come la perdita, l’orgoglio e il cambiamento sociale attraverso personaggi complessi e profondi.​​
  • “La piccola Dorrit” tratta il tema della prigionia per debiti e la povertà, mostrando con tratti ironici e drammatici l’incapacità delle istituzioni di proteggere i più fragili. Il romanzo evidenzia come le ingiustizie del tempo possano ancora risuonare nell’attualità.​​
  • “Casa desolata” è una magnifica riflessione sul sistema giudiziario, corrotto e inefficiente, dove la vicenda di un interminabile processo mostra il devastante impatto che la burocrazia ha sulle vite delle persone comuni. La sua critica sociale rimane sorprendentemente attuale.​​

Le pagine di Dickens non sono soltanto fotografie di una società ingiusta, ma inviti costanti all’azione e alla responsabilità individuale. Leggere Dickens oggi significa misurarsi con la capacità di vedere, nel nostro presente, il riflesso di molti mali antichi: la povertà, l’esclusione, la necessità di solidarietà. La sua opera ci ricorda che la letteratura può essere ancora uno stimolo concreto a non voltare lo sguardo, a sostenere chi è in difficoltà, e che gesti semplici possono contribuire a migliorare la società.

Un invito alla lettura di Dickens è un modo per regalare a chi non lo conosce qualcosa di bello destinato a lasciare un ricordo di momenti indimenticabili che vanno da un gustoso sorriso alla pena più toccante.

Per chi volesse trascorrere dei bei momenti a seguire i romanzi di Dickens … qualsiasi romanzo tu scelga non te ne pentirai …

Ecco l’elenco cronologico dei romanzi di Charles Dickens, utile per seguire lo sviluppo della sua produzione letteraria e la continua attenzione ai mali della società del suo tempo:​

  • Il Circolo Pickwick (The Pickwick Papers) – 1836-1837
  • Oliver Twist – 1837-1839
  • Nicholas Nickleby – 1838-1839
  • La bottega dell’antiquario (The Old Curiosity Shop) – 1840-1841
  • Barnaby Rudge – 1841
  • Martin Chuzzlewit – 1843-1844
  • Dombey e figlio (Dombey and Son) – 1846-1848
  • David Copperfield – 1849-1850
  • Casa desolata (Bleak House) – 1852-1853
  • Tempi difficili (Hard Times) – 1854
  • La piccola Dorrit – 1855-1857
  • Racconto di due città (A Tale of Two Cities) – 1859
  • Grandi speranze (Great Expectations) – 1860-1861
  • Il nostro comune amico (Our Mutual Friend) – 1864-1865
  • Il mistero di Edwin Drood (The Mystery of Edwin Drood) – 1870 (incompiuto)

(EdS)

Riflessione di Fedro, Ladri di tempo e lavoratori poveri, del 14 ottobre 2025

14 Ottobre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Nel pensiero politico e filosofico moderno, il lavoro è molto più di un semplice strumento economico: è uno degli assi portanti del patto sociale che tiene insieme ogni comunità civile. Jean-Jacques Rousseau, nei suoi scritti sul contratto sociale, sosteneva che l’ordinamento politico nasce dal bisogno di assicurare equità e giustizia tra gli individui, compensando le diseguaglianze naturali con regole e istituzioni giuste. Il lavoro, in questa visione, è ciò che lega l’individuo alla collettività: attraverso di esso si contribuisce al bene comune e, in cambio, si ottiene sicurezza, riconoscimento e dignità.

Quando però una parte — il capitale — si appropria del frutto del lavoro dell’altra senza una compensazione equa, si rompe questo patto. La relazione non è più sociale ma predatoria. Lo sfruttamento lavorativo, in tutte le sue forme, rappresenta una trasgressione morale e politica prima ancora che economica, perché nega alle persone la possibilità di partecipare pienamente alla vita della comunità. È un furto silenzioso e quotidiano che priva milioni di individui del tempo vitale che dovrebbe appartenere a loro e ai propri affetti.

Questo è il punto in cui nasce la figura del “ladro di reddito, di tempo e di benessere”. Il datore di lavoro che paga salari insufficienti o impone carichi eccessivi non si limita a sbagliare sul piano gestionale; viola il principio fondativo della convivenza democratica, quello secondo cui ogni contributo deve essere riconosciuto e valorizzato in modo proporzionato. In termini etici, il lavoratore non è un mezzo ma un fine: lo ricordava Kant quando affermava che ogni essere umano deve essere trattato come un fine in sé e mai come uno strumento.

Un’economia giusta, dunque, non può abbandonarsi alla logica cieca del profitto, ma deve radicarsi su una visione umanistica del valore: il vero sviluppo non si misura con la crescita delle rendite, ma con la capacità di migliorare la vita di chi lavora. Lo Stato, in tal senso, ha il compito supremo di assicurare che la libertà economica non degeneri in sfruttamento. Non è un limite al mercato, ma la condizione perché il mercato resti umano, cioè capace di generare benessere condiviso.

La dignità del lavoro non è una concessione del capitale, ma un diritto originario. Senza di essa, il lavoro perde la sua dimensione creativa e spirituale, diventando schiavitù moderna, mascherata da flessibilità o competitività. E chi trae profitto da questa schiavitù si macchia di una colpa antica: quella di rubare la vita altrui.

In fondo, ogni lavoratore non chiede ricchezza, ma giustizia: poter vivere del proprio lavoro senza essere consumato da esso. Ogni datore di lavoro, ogni imprenditore, ogni istituzione dovrebbe misurare il proprio successo su questo parametro etico, prima che economico. Perché ci sarà sempre progresso dove c’è rispetto del tempo umano, e ci sarà sempre decadenza dove si accumula ricchezza sulle spalle di chi non può vivere ciò che guadagna.

Un mondo del lavoro giusto non nasce dall’efficienza o dalla produttività, ma dalla consapevolezza morale che il valore del tempo umano è il più alto di tutti i beni. E chi lo ruba — consapevolmente o per indifferenza — non è soltanto un cattivo datore di lavoro. È, nel senso più pieno della parola, un ladro di vita.

(EdS)

Riflessione di Fedro, Beato chi vive di certezze … sicuro?, del 13 ottobre 2025

13 Ottobre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Capita spesso di incontrare persone che difendono la propria opinione come fosse una verità indiscutibile, anche se si tratta di accadimenti a quali non hanno assistito direttamente. Di solito, questo atteggiamento nasce dal bisogno di sentirsi più sicuri, valorizzati e riconosciuti dagli altri. Queste persone si aggrappano alle proprie idee e faticano ad accettare visioni diverse. Molte volte questa rigidità si sviluppa fin da piccoli, quando si vivono esperienze di giudizio, esclusione o insicurezza. Si tratta di un modo per proteggersi dalle incertezze della vita e dal timore di essere messi da parte dagli altri.

Le convinzioni che radichiamo dentro di noi non nascono solo dai fatti concreti, ma si rafforzano grazie alle emozioni, alle abitudini e alle opinioni delle persone che ci stanno vicine. Per esempio, esiste un meccanismo chiamato bias di conferma: quando pensiamo a qualcosa, cerchiamo con più facilità informazioni che ci danno ragione e ignora quelle che ci potrebbero far cambiare idea. Questo fenomeno riguarda tutti, perché spesso è più semplice restare sulle proprie posizioni che metterle in discussione. A volte la convinzione viene rafforzata dalla “pressione del gruppo”: se chi ci sta vicino la pensa come noi, ci sentiamo ancora più sicuri. Così diventa difficile separare convinzioni fondate su dati veri da quelle che sono soprattutto emozioni o riflessi di ciò che ci hanno insegnato la famiglia, gli amici o la società.

Non si tratta quindi solo di presunzione: questa forma di pensiero può diventare anche una protezione verso le difficoltà, oppure segnare un problema reale nella relazione con gli altri, specialmente se chi la sostiene tende ad arrabbiarsi o ad allontanarsi da chi ha opinioni diverse. Spesso, chi cerca di convincerlo a cambiare idea si accorge che la discussione non funziona, anzi produce un irrigidimento ancora maggiore. In questi casi è importante capire che il cambiamento non avviene grazie a una semplice discussione, ma solo se la persona si sente ascoltata, rispettata e non giudicata. La fiducia reciproca è fondamentale: quando ci si sente accolti nelle proprie paure e insicurezze, si è più aperti anche ad accettare i propri sbagli o a mettere in discussione le proprie certezze.

Per aiutare qualcuno a guardare la realtà in modo diverso, è utile proporre non solo dati concreti o esperienze dirette, ma soprattutto creare occasioni di confronto in cui nessuno si sente attaccato. Chi si sente valorizzato per quello che è, e non solo per le idee che porta avanti, sviluppa una maggiore capacità di riflessione e di ascolto. Questo atteggiamento si rivela fondamentale in una società dove la divisione tra le persone sembra aumentare ogni giorno. Imparare a mettersi nei panni dell’altro, a dialogare senza voler “vincere” la discussione, aiuta a superare tanti ostacoli e pregiudizi che spesso bloccano la crescita personale e collettiva.

La crescita nasce da queste occasioni di scambio e di dubbio. Mettere in discussione le proprie idee, accettare che ognuno ha una lettura personale della realtà, permette di costruire relazioni più sane e di vivere meglio insieme. Il vero risultato non è aver sempre ragione, ma imparare ad ascoltare e a trovare punti di contatto. Ognuno di noi vede la realtà dal proprio punto di vista, e la forza del dubbio è proprio quella di farci evolvere, aprirci agli altri e migliorare come comunità. Riconoscere questo, accettarlo e promuoverlo nella vita di tutti i giorni può portare grandi benefici sia alle persone sia alla società nel suo complesso.

(EdS)

Riflessione di Fedro, Tolleranza e rispetto se vorremo vivere in una società pacifica, del 12 ottobre 2025

12 Ottobre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

La difficoltà con cui molte persone accettano che altri possano pensarla diversamente, soprattutto su temi etici o morali, è un fenomeno profondamente radicato nella natura umana e nelle dinamiche sociali. Alla base di questa difficoltà risiedono diversi meccanismi psicologici e culturali. L’identità personale, infatti, si sviluppa anche attraverso l’adesione a valori, credenze e visioni del mondo che vengono interiorizzate nel corso dell’esistenza: esse non rappresentano soltanto una “opinione”, ma diventano parte integrante del modo di concepire se stessi e la propria appartenenza a un gruppo. Mettere in discussione tali convinzioni provoca quindi una reazione difensiva, perché si percepisce – anche inconsciamente – una minaccia all’identità. Questo è tanto più vero quando si toccano temi come la religione, la politica, l’orientamento sessuale, ovvero ambiti in cui le certezze si intrecciano ai sentimenti più profondi di appartenenza o esclusione.

Allo stesso tempo, le società hanno storicamente favorito la coesione interna attraverso la condivisione di valori, spesso a costo di reprimere la diversità di opinioni. La pressione sociale volta a mantenere un certo ordine e a evitare il conflitto alimenta l’idea che “pensare diversamente” sia in qualche misura dannoso, o addirittura pericoloso. Non è raro che chi esprima una posizione controcorrente venga percepito come provocatore o disgregatore del consenso. Ciò alimenta una cultura in cui l’opinione minoritaria fa più fatica a trovare spazio, soprattutto se non accompagnata da una dettagliata motivazione, come se il semplice fatto di “pensarla diversamente” non fosse già di per sé legittimo.

Esprimere in modo sereno il proprio pensiero senza il bisogno di giustificarlo è invece il segno di una società realmente tollerante e matura. Ma una simile condizione è rara e difficilmente riscontrabile in forma assoluta nella storia. Anche quei contesti presentati come ideali di tolleranza (si pensi ad Atene, alla Venezia rinascimentale, o ai cenacoli filosofici dell’Illuminismo) hanno conosciuto limiti imposti dalla politica, dalla religione, o dalla morale dominante. Nelle società contemporanee pluraliste, spesso si predica la tolleranza, ma la sua applicazione è selettiva: si è tolleranti finché le idee dell’altro non urtano le proprie convinzioni fondamentali; si accetta la diversità di opinioni, ma si tende a emarginare chi esce troppo dal coro, specie su temi ritenuti “intangibili”.

Un caso interessante viene dagli esperimenti di dialogo interculturale fatti in certe comunità utopiche, o in periodi storici particolari (come nella Cordova medievale, dove cristiani, ebrei e musulmani convivevano relativamente pacificamente); tuttavia, anche in questi contesti la tolleranza era spesso frutto di un equilibrio precario, incline a rompersi di fronte a tensioni economiche o politiche.

La difficoltà ad accettare chi la pensa diversamente nasce anche dall’illusione di possedere una conoscenza oggettiva della realtà: quando si è convinti di essere i detentori della verità – magari rafforzati dall’omologazione del proprio gruppo sociale – si è meno inclini a riconoscere la dignità delle opinioni altrui. Ciò si traduce nel desiderio, più o meno esplicito, di convincere l’altro o di zittirlo. Un vero spazio di tolleranza si crea solo quando si riesce ad accettare che la conoscenza su certi temi – etici, morali, esistenziali – sia necessariamente limitata, e che il confronto sia un’occasione di reciproca crescita e non una sfida tra nemici.

In conclusione, non si conoscono società in cui la tolleranza sia mai stata così condivisa da impedire a chiunque il desiderio di imporre la propria visione o il proprio credo. È, semmai, un ideale a cui tendere, ben sapendo che la natura umana ci pone continuamente di fronte a sfide legate all’identità, al consenso e al bisogno di sicurezza. Riconoscere la legittimità delle opinioni altrui, anche senza richiedere spiegazioni o giustificazioni, è uno dei compiti più delicati e fondativi di una società democratica e autenticamente pluralista.

(EdS)

Riflessione di Fedro, Chi non ascolta e non accetta il confronto non meriterebbe attenzione, del 11 ottobre 2025

11 Ottobre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Il confronto tra le persone è alla base della crescita individuale e collettiva. Parlare, ascoltare, riflettere insieme permette di ampliare la conoscenza e sviluppare una consapevolezza più matura. Tuttavia, non sempre questo scambio si realizza: molti hanno smesso di confrontarsi perché hanno trovato interlocutori incapaci di ascoltare, interessati solo a imporre la propria opinione. C’è chi lo fa in buona fede, convinto dalla propria esperienza e competenza; ma esistono anche coloro che presumono di avere sempre ragione, indipendentemente dai fatti o dalla logica.

Chi parla, invece, dovrebbe mantenere sempre la disponibilità ad ascoltare, riconoscere quando non conosce abbastanza un argomento, e avere l’umiltà di sospendere il giudizio finché non avrà elementi sufficienti per esprimersi. Oggi, purtroppo, molti — soprattutto nel mondo politico — confondono il confronto con la competizione verbale, fino a contraddirsi pur di mantenere una posizione di potere o consenso. Discutere con chi non ammette mai la possibilità di sbagliare è dunque inutile: il dialogo ha senso solo quando è fondato sul rispetto reciproco e sulla volontà di comprendere.

Un dibattito pubblico, proprio perché ha un forte impatto sull’opinione collettiva, dovrebbe essere regolamentato da principi chiari e da una figura che garantisca il rispetto delle regole del confronto civile. Le parole, in fondo, sono uno strumento nobile; ma diventano un’arma quando si usano per ridicolizzare o sminuire l’altro.

Decalogo della conversazione corretta

  1. Ascoltare prima di parlare. L’ascolto è la base del dialogo autentico: comprender l’altro è la prima forma di rispetto.
  2. Parlare con chiarezza e onestà. Esprimersi in modo comprensibile, senza manipolare i fatti o usare artifici retorici per confondere.
  3. Ammettere i propri limiti. Nessuno è esperto di tutto: riconoscere di non sapere è segno di intelligenza, non di debolezza.
  4. Sospendere il giudizio. Quando mancano dati o conoscenze adeguate, è meglio attendere piuttosto che affermare qualcosa con presunzione.
  5. Rispettare l’interlocutore. Non si discute per vincere, ma per comprendere: offese e ironie svalutano chi le pronuncia.
  6. Fondare le opinioni sui fatti. Ogni posizione dovrebbe poggiare su elementi verificabili e non su semplici convinzioni o slogan.
  7. Evitare la contraddizione opportunistica. Chi cambia idea deve saper spiegare il perché, non farlo solo per convenienza.
  8. Mantenere la coerenza etica. Le modalità con cui si discute contano quanto il contenuto stesso: il fine non giustifica mai i mezzi.
  9. Accettare la possibilità di cambiare idea. La disponibilità a modificare il proprio pensiero in base a buoni argomenti è segno di maturità.
  10. Promuovere un confronto costruttivo. Ogni scambio di idee dovrebbe lasciare entrambe le parti più consapevoli, non più diffidenti.

Un confronto regolamentato da persone autorevoli e secondo il decalogo sopra descritto sarebbe veramente fonte di ispirazione anche se ormai sembra che molti ascoltatori non siano interessati ad altro che allo scontro e alle offese … le uniche cose nelle quali sembrano oramai attrezzati i politicanti di oggi.

(EdS)

News istituzionali, del 10.10.2025, venerdì

10 Ottobre 2025 in News istituzionali

  • Una selezione dalla Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana del 10.10.2025, venerdì

LEGGE 7 ottobre 2025, n. 30.

Modifiche alla legge regionale 14 dicembre 2019, n. 23.

Supplemento ordinario alla GAZZETTA UFFICIALE DELLA REGIONE SICILIANA (p. I) n. 44 del 10 ottobre 2025 (n. 30)

Riflessione di Fedro, Votanti non più di sinistra o destra ma di nepotisti, del 10 ottobre 2025

10 Ottobre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

La constatazione che la partecipazione massiccia a manifestazioni di carattere sociale, civile o internazionale — come quelle in sostegno alla Global Sumud Flottilla contro l’operato di Israele verso la popolazione di Gaza — non si traduca automaticamente in un successo elettorale per le forze di sinistra è un segnale concreto dei profondi mutamenti in corso nel comportamento politico degli elettori italiani.

Un tempo era più naturale pensare che mobilitazioni imponenti su temi umanitari, pacifisti o di giustizia sociale potessero consolidare o ampliare il consenso attorno ai partiti di riferimento di quell’area ideologica. Tuttavia, le dinamiche politiche e sociali attuali si sono distaccate dai vecchi schemi sinistra/destra, privilegiando un orientamento politico incentrato sulle persone, la credibilità individuale e programmi percepiti come realizzabili, concreti e ancorati alla realtà locale. Oggi non basta condividere la sensibilità su un tema, per quanto rilevante o moralmente urgente: molti elettori chiedono “coerenza” nel tempo, “chiarezza” nelle proposte, capacità amministrativa, prossimità con le proprie esigenze quotidiane e qualche volta anche trascorsi giudiziari che creano fiducia in alcune categorie di soggetti.

Fino a che punto il “tema Gaza” incide sul voto?

La causa palestinese coinvolge profondamente la coscienza di molti cittadini, soprattutto nei settori progressisti, nell’associazionismo e nei circuiti internazionalisti. Partecipare a manifestazioni di piazza è un segnale di impegno civico, ma non è detto che questo impegno sia tradotto in voto alla sinistra. Un primo motivo è che il tema tocca la sfera internazionale, non quella locale, dove il voto è maggiormente condizionato dalla percezione sull’efficienza dei servizi pubblici, sull’uso delle risorse, sulla gestione territoriale e sulla capacità di risolvere problemi concreti quotidiani o di agevolare gli “amici”, anche assicurando l’esercizio di diritti legittimi.

Molti elettori, anche quelli presenti in manifestazioni, finiscono per separare l’atto pubblico di protesta dall’atto formale di voto. Questo avviene perché il voto è guidato da fattori diversi: conoscenza diretta del candidato, valutazione della sua esperienza, fiducia personale, legami sociali, capacità di fare favori.

La frattura nei sistemi di relazione elettorale

La riflessione sul fatto che il “blocco conservatore” sia più predisposto a un voto per amicizia, basato su reti amicali, familiari o clientelari, è particolarmente interessante. In molte aree italiane, il sistema relazionale è ancora il fattore più influente sul voto. Il candidato che appartiene a un contesto sociale ben integrato, che frequenta ambienti professionali, commerciali o religiosi dove può coltivare relazioni di fiducia personale, ha una base solida che prescinde da valutazioni ideologiche. A ciò si aggiunge la percezione diffusa che nel blocco conservatore esista una maggiore flessibilità, se non talvolta una forzatura delle norme, nell’aiutare familiari o amici, garantendo loro accesso a opportunità e vantaggi concreti.

Il blocco di sinistra, per contro, tende a mantenere un approccio più normativo, più rigido nella gestione delle regole e meno incline, di norma, alle “scorciatoie” relazionali. Ciò rende difficile competere sul piano del voto amicale in contesti dove la logica del favore personale rimane molto presente. In altre parole, il voto conservatore può consolidarsi attorno a pratiche di reciprocità immediata e personalizzata, mentre quello progressista richiede adesione a valori e programmi, un processo di fiducia spesso più lungo e meno pragmatico.

La trasformazione del concetto di appartenenza politica

Nel passato, l’appartenenza a un’area politica era un’identità stabile, dove la fedeltà a un partito si trasmetteva persino per generazioni. Oggi, la volatilità elettorale è la norma. Le persone non si riconoscono più in bandiere ideologiche astratte: cercano tratti umani nei candidati, storie credibili e una connessione tra promesse e risultati. Questo spiega perché la presenza su temi come la solidarietà internazionale non si concreta in risultati elettorali omogenei: le piattaforme ideologiche non bastano più, serve la sensazione che il politico “sia uno di noi” e sappia navigare tra le esigenze quotidiane degli elettori.

In un contesto dove la personalizzazione della politica è dominante, il successo elettorale deriva da una strategia che integra i valori universali con una rete territoriale capace di mobilitare, fidelizzare e soprattutto mantenere la fiducia negli anni. La sinistra, se rimane confinata a linguaggi e organizzazioni tradizionali, rischia di confermare l’immagine di forza distante dai meccanismi relazionali più immediati.

Conclusione

Il divario tra mobilitazione di piazza e traduzione elettorale è frutto di una miscela di fattori: frammentazione dell’identità ideologica, prevalenza delle relazioni personali nel voto conservatore, percezione diversa della rigidità normativa tra i due blocchi, e separazione tra temi internazionali e priorità amministrative locali.
La sfida per la sinistra non è semplicemente “portare il tema Gaza nelle urne”, ma adattare il proprio modo di costruire consenso, sviluppando più relazioni territoriali, presenza costante e un “patto di fiducia” che oggi si rivela decisivo. Solo così le manifestazioni della coscienza collettiva troveranno un riflesso tangibile nel risultato elettorale.

Riflessione di Fedro, Montepellegrino, la palestra a cielo aperto, del 9 ottobre 2025

9 Ottobre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

L’uomo moderno ha progressivamente perso gran parte dei ritmi ancestrali che accompagnavano le sue giornate nelle prime fasi della storia evolutiva. Questi ritmi erano scanditi da attività basilari e imprescindibili, come la ricerca di acqua e cibo, gli spostamenti per la sopravvivenza, e la necessità di trovare rifugio per proteggersi dalle insidie dell’ambiente naturale e dai predatori. Queste attività, radicate nel tempo e nello spazio, contribuivano non solo a mantenere un alto livello di attività fisica e mentale, ma assicuravano anche un ritmo biologico e sociale intimamente connesso con i cicli della terra, delle stagioni e del giorno.

Con l’avvento della società moderna, della tecnologia e della sedentarietà, molti di questi ritmi sono scomparsi o si sono notevolmente ammorbiditi. Viviamo in ambienti controllati, spesso chiusi, con alimentazione abbondante e possibilità di muoverci con mezzi di trasporto meccanici, riducendo drasticamente la necessità di sforzi fisici continuativi e il contatto diretto con la natura. Non si tratta certo di un male assoluto: la vita è diventata più facile, più sicura e più lunga, ma questo cambiamento ha anche un prezzo, a livello psicofisico e relazionale.

Tuttavia, si sta riconoscendo sempre di più l’importanza di recuperare, almeno parzialmente, una certa naturalezza nell’affrontare la vita all’aria aperta. Mantenere o recuperare antiche pratiche, adattandole al mondo moderno e ai diversi stadi della vita, può offrire molteplici benefici, soprattutto per chi si avvicina ai 70 anni, una fase in cui mantenere mobilità, equilibrio, resistenza e lucidità mentale diventa fondamentale. Non si tratta di tornare allo stile di vita ancestrale in modo integralista, ma di riscoprire quei movimenti, quei contatti con la natura, quegli esercizi quotidiani legati al vivere all’aperto che favoriscono la salute fisica e mentale, il senso di appartenenza e il benessere generale.

Come recuperare una naturalezza nell’affrontare la natura e la vita all’aperto?

Per recuperare questi antichi ritmi, occorre proporre pratiche e attività che siano accessibili e praticabili da tutti, indipendentemente dall’età e dal livello di forma fisica, e che favoriscano un graduale ma continuo esercizio del corpo e della mente.

1. Camminare consapevolmente e con naturalezza (trekking, nordic walking)

  • La camminata è l’attività più antica e naturale per l’uomo. Ritrovare il piacere di camminare all’aperto promuove la salute cardiovascolare, migliora la postura e la respirazione, e aiuta a mantenere l’autonomia.
  • Il nordic walking, con l’uso di bastoncini, è particolarmente indicato per chi si avvicina ai 70 anni, perché riduce lo stress sulle articolazioni e permette di coinvolgere tutto il corpo in modo armonico.
  • L’ideale è iniziare con brevi passeggiate in ambienti naturali come parchi, boschi o sentieri, preferibilmente con un gruppo per favorire il piacere sociale.

2. Orientamento e attività cognitive nella natura

  • Praticare l’orientamento, come l’orientering, permette di allenare anche la mente, stimolando la capacità di leggere mappe, usare la bussola e prendere decisioni sul percorso.
  • Queste attività migliorano la capacità cognitiva e la coordinazione, e permettono allo stesso tempo di godere della percezione multisensoriale dell’ambiente naturale.
  • Per chi ha meno dimestichezza, esistono versioni semplificate e corsi specifici per adulti e anziani.

3. Esercizi di equilibrio e coordinazione

  • Pratiche come il tai chi o esercizi di equilibrio sulle superfici irregolari (ad esempio camminare su sentieri sterrati o in zone con radici e pietre) possono aiutare a prevenire cadute, a mantenere la forza muscolare e la stabilità.
  • Questi esercizi possono essere integrati nelle camminate all’aria aperta, favorendo un approccio globale a corpo e mente.

4. Risvegliare i sensi attraverso la natura

  • Un aspetto importante del recupero di una pratica ancestrale è il recupero del contatto sensoriale con l’ambiente naturale: ascoltare i suoni del bosco, osservare i colori e i movimenti della natura, sentire gli odori e toccare le superfici naturali.
  • Questi esercizi di consapevolezza sensoriale aiutano a ridurre lo stress e a migliorare la presenza mentale, elementi essenziali per un invecchiamento sereno.

5. Piccoli compiti “pratici” all’aperto

  • Riprendere abitudini come raccogliere erbe, piccoli frutti o legna per un fuoco (naturale ovviamente e sempre nel rispetto ambientale) può aiutare a mantenere una manualità funzionale e a sentire l’utilità del movimento.
  • Anche lavorare in un orto, dedicarsi al giardinaggio o prendersi cura di semplici attività agricole apporta benessere fisico e mentale.

6. Programmi di attività adattati

  • È possibile creare o aderire a programmi di gruppo specifici per over 60 e 70 anni, che combinino passeggiate, esercizi leggeri, momenti educativi sulla natura e momenti di socializzazione.
  • Questi programmi possono essere realizzati da associazioni sportive, centri anziani, o cooperative che si dedicano alla promozione della salute fuori dalle mura domestiche.

Benefici di questo riscoprire i ritmi ancestrali

Il ritorno a un contatto regolare e consapevole con la natura, attraverso attività alla portata di tutti, ha numerosi vantaggi:

  • Miglioramento della capacità motoria generale, equilibrio, resistenza e forza, qualità indispensabili con l’avanzare dell’età.
  • Stimolazione cognitiva e mantenimento della lucidità mentale, grazie all’apprendimento di nuove abilità (orientamento, lettura del territorio).
  • Riduzione dello stress e miglioramento dell’umore attraverso il contatto sensoriale diretto con la natura.
  • Rafforzamento del senso di comunità e di appartenenza, che svolge un ruolo fondamentale nel benessere psicologico.
  • Incremento della consapevolezza e del rispetto per l’ambiente, un valore sempre più urgente e importante da trasmettere anche alle generazioni più anziane.

Conclusione

Recuperare una certa naturalezza nell’affrontare la vita all’aria aperta non significa tornare completamente ai ritmi ancestrali, ma adattarli in modo moderato e graduale alle esigenze e alle possibilità delle persone oggi, in particolare di chi si avvicina alla soglia dei 70 anni. Attraverso attività semplici e accessibili come il trekking, il nordic walking, l’orientamento, esercizi di equilibrio, e il risveglio dei sensi, è possibile coltivare un legame più autentico con la natura e con il proprio corpo, generando benessere fisico e mentale duraturo. Questi esercizi, praticati con costanza e adattati al proprio livello di forma, rappresentano un potente strumento per vivere con maggiore vitalità e serenità ogni giorno. E tutti questi esercizi possono essere svolti in quella autentica palestra a cielo aperto di cui dispongono i palermitani e che è Montepellegrino, dove in compagnia di guide e naturalisti si potrà riassaporare la bellezza di un tempo che sembrerebbe perduto. Organizziamoci.

Riflessione di Fedro, l’autunno ispira il cambiamento, del 8 ottobre 2025

8 Ottobre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

L’inizio dell’autunno porta con sé un fascino particolare: la luce si fa più morbida, l’aria più tersa, eppure il clima resta spesso mite, quasi un’eco dell’estate appena trascorsa. In questi giorni di transizione, in cui non si avverte ancora l’esigenza di un abbigliamento pesante, il corpo e la mente vivono una condizione di equilibrio speciale: non si è oppressi dal caldo intenso né costretti alla staticità dall’inverno imminente. È proprio in questo spazio sospeso che si nasconde un’opportunità preziosa per riconsiderare e migliorare le nostre abitudini.

L’autunno, per natura, è una stagione di passaggio, un invito a rallentare e riorientare le energie. La natura attorno a noi lo mostra chiaramente: gli alberi iniziano a mutare i colori, le giornate si accorciano, il ciclo vitale si prepara ad affrontare il riposo invernale. Per chi conduce una vita sedentaria, questo momento può diventare una sorta di “porta socchiusa” verso un cambiamento sostenibile. Quando il clima è favorevole, il primo ostacolo che spesso si oppone alla pratica dell’attività fisica — l’elemento ambientale — viene meno. Non c’è afa insopportabile, non c’è gelo pungente: solo un’aria fresca e piacevole, che invita a camminare, respirare profondamente, muoversi.

Spesso la difficoltà nel cambiare uno stile di vita non risiede nella mancanza di volontà assoluta, ma nella percezione del “peso” del passo iniziale. Invece di pianificare trasformazioni radicali, questo periodo invita alla gradualità: bastano venti o trenta minuti al giorno di camminata a passo sostenuto, un’esplorazione della propria città a piedi, l’adozione di piccole attività mattutine di stretching o esercizi a corpo libero per far sì che il corpo ricominci a sentire il piacere del movimento. Questo stimolo fisico trova quasi immediatamente riscontro anche sul piano psicologico: muoversi migliora l’umore, riduce lo stress, aiuta la mente a trovare un ritmo più naturale e armonioso.

L’impatto sulla sfera emotiva non è secondario. In un’epoca di iperconnessione, molte persone vivono giornate statiche non solo fisicamente ma anche mentalmente, intrappolate in rituali ripetitivi e passivi. La transizione stagionale può diventare una metafora viva: se fuori la natura cambia, perché noi dovremmo restare immobili, ancorati a inerzie poco salutari? Il semplice atto di introdurre nel quotidiano spazi di movimento all’aria aperta — una corsa leggera nel parco, una gita in bicicletta, un giro tra le vie del centro storico, una passeggiata lungo il Foro italico o la Costa Sud — rompe quel ciclo e produce una silenziosa ma profonda rivoluzione interiore.

C’è anche un valore simbolico in questa scelta. L’autunno ci insegna la bellezza del lasciar andare: le foglie cadono, gli alberi si alleggeriscono, e così potremmo fare anche noi lasciando abitudini che ci appesantiscono. Allo stesso tempo, la stagione custodisce una promessa: proprio quando sembra che tutto scivoli verso la quiete, si pongono le basi per la rinascita di primavera. Muoversi oggi, prendendosi cura del proprio corpo e della propria mente, è un seme gettato per il benessere futuro.

Se il pensiero di “fare sport” appare impegnativo o distante, allora possiamo ridefinirlo: non serve per forza parlare di allenamenti strutturati o prestazioni misurate. Basta considerare ogni piccolo gesto come elemento di un rito quotidiano personale: salire le scale a piedi invece dell’ascensore, fare una passeggiata dopo cena, respirare profondamente osservando un tramonto autunnale, concedersi una pausa di luce e ossigeno prima di rientrare al lavoro. In questa dimensione di semplicità e costanza, la transizione stagionale diventa una transizione interiore, capace di trasformare lentamente il nostro modo di abitare il corpo e il tempo.

In definitiva, l’autunno non è solo una stagione di passaggio: è un invito discreto a pensare a sé stessi, a far dialogare il ritmo della natura con quello della nostra vita. Chi coglie questa occasione scoprirà che il cambiamento non nasce dalla forza di rottura, ma dalla capacità di adattarsi dolcemente, di farsi attraversare da un’energia nuova, sfruttando il clima mite non solo per comfort fisico, ma soprattutto come stimolo per un rinnovamento profondo e duraturo.

Riflessione di Fedro, Tra vendetta e genocidio, del 7 ottobre 2025

7 Ottobre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

L’attacco terroristico del 7 ottobre 2023 rimarrà inciso nella memoria collettiva come una delle giornate più cupe del nostro tempo recente. In quella data, il sangue versato di centinaia di uomini, donne e bambini, la ferocia di un’azione condotta contro civili inermi, ha ricordato al mondo quanto fragile sia la speranza di pace in una terra che da decenni vive sospesa tra rancore, paura e desiderio di vendetta. Chi ha compiuto quell’atto ha negato, con violenza assoluta, il valore universale della vita umana, facendo precipitare intere comunità in un abisso di dolore e indignazione. È difficile trovare parole che possano esprimere la misura di un simile orrore, perché di fronte a immagini di carneficina e di ostaggi trattati come strumenti di ricatto politico, ogni linguaggio sembra impoverito, incapace di restituire la grandezza della tragedia umana.

Ma ciò che è seguito, la risposta devastante del governo israeliano e il bombardamento incessante di Gaza, ha aperto un altro capitolo di sofferenza che rischia di oscurare il primo. Le cifre delle morti palestinesi, la distruzione di interi quartieri, la disperazione di famiglie costrette a sopravvivere tra le macerie, richiamano alle menti un disegno di punizione collettiva che trascende la legittima difesa e si avvicina a una forma di annientamento. Si è rischiato — e forse si è in parte compiuto — un atto che non solo toglie la vita, ma che cancella la memoria, polverizza radici, recide per sempre il legame di un popolo con la propria terra. Così, mentre l’una parte rivendica la propria sicurezza e l’altra la propria sopravvivenza, la logica della violenza reciproca continua a nutrirsi di se stessa, rendendo sempre più remoto ogni barlume di riconciliazione.

Stigmatizzare entrambi i contendenti non significa porli sullo stesso piano morale, ma ricordare che ogni gesto di disumanità, da qualunque parte provenga, contribuisce ad alimentare il ciclo dell’odio. L’uccisione deliberata di civili israeliani è un atto terroristico, ma il bombardamento sistematico di popolazioni civili palestinesi costituisce un crimine che, pur muovendo da un diverso contesto politico e militare, produce lo stesso effetto distruttivo sulla dignità umana. Alla base di entrambe le tragedie vi è la stessa cieca convinzione: quella di poter costruire sicurezza eliminando l’altro. Ma la storia insegna che nessuna nazione può fondare la propria pace sul dolore di un altro popolo.

Per uscire da questa spirale serve un coraggio diverso, quello della rinuncia all’odio, quello della parola che sostituisce la rappresaglia, quello del riconoscimento reciproco come unica via verso la sopravvivenza. Il punto di svolta potrà venire solo quando ciascuna parte accetterà di guardare all’altra non come a un nemico inevitabile, ma come a una presenza con cui condividere, forzatamente o liberamente, la medesima terra. Ogni bambino che cresce nella paura o nell’odio rappresenta un futuro perduto, un potenziale profeta della vendetta. Ogni gesto di apertura, per quanto piccolo, rappresenta invece un mattone di un fragile ponte che potrebbe collegare due rive oggi lontanissime.

Non c’è pace che possa essere imposta, non c’è sicurezza che possa nascere dalla distruzione, così come non esiste libertà che possa germogliare nel terrore. Le vere conquiste morali dell’umanità — il riconoscimento dei diritti, la dignità della persona, la giustizia — sono nate solo quando le armi si sono deposte e la parola ha ripreso il suo posto. Israele ha diritto a vivere senza la minaccia costante di massacri, e il popolo palestinese ha diritto a vivere libero da occupazione, umiliazione e miseria. L’una sopravviverà veramente solo se l’altro potrà vivere dignitosamente.

La sfida, allora, non è soltanto politica, ma profondamente spirituale e morale: si tratta di scegliere se voler continuare a ripetere le stesse tragedie o se tentare, finalmente, di scrivere una nuova storia. Una storia che, per realizzarsi, dovrà basarsi sulla volontà reale di convivere e di riconoscere nell’altro un essere umano con uguale diritto alla vita, alla speranza, alla memoria. Chi ama la propria vita e quella degli altri non può che invocare questa strada, per quanto difficile e tormentata, come l’unica capace di riscattare davvero l’onore dell’umanità e chissà che le manifestazioni partecipatissime stimolate dall’esperienza della Global Sumud Flottilla non lo mostrino al mondo intero e soprattutto ai popoli che oggi stanno soffrendo.

(EdS)

Riflessione di Fedro, la corsa un rito primordiale, del 5 ottobre 2025

5 Ottobre 2025 in Uncategorized

Correre non è solo un esercizio fisico: è un atto di riconciliazione con sé stessi, un ritorno a quella dimensione essenziale in cui corpo e mente tornano a parlarsi senza sovrastrutture. Chi inizia a correre spesso lo fa per rimettersi in forma, ma chi continua, lo fa per ritrovare equilibrio, silenzio interiore e una forma di libertà che pochi altri gesti sanno regalare. La corsa ha qualcosa di primordiale: è l’uomo che torna alla sua essenza, che misura il tempo non con l’orologio ma con il respiro, con il ritmo dei passi che scandiscono il fluire dei pensieri.

L’allenamento, inizialmente faticoso, diventa nel tempo un appuntamento irrinunciabile. Si impara a riconoscere le proprie sensazioni, ad accettare la fatica, a trasformarla in concentrazione. Ogni corsa è una piccola conquista: la prima volta che si coprono cinque chilometri senza fermarsi, la prima volta che si migliora il proprio ritmo, la prima volta che il corpo risponde meglio del previsto. Sono momenti che, messi insieme, costruiscono un percorso di crescita personale che va ben oltre lo sforzo fisico.

Non serve essere atleti per correre una 10 km o una mezza maratona. Serve costanza, curiosità e un pizzico di coraggio per sfidare la propria inerzia. Chi si avvicina alla corsa scoprirà presto che non conta tanto il cronometro quanto il cammino che si compie dentro di sé: la capacità di ascoltarsi, di rispettare i propri limiti e di superarli poco alla volta.

La maratona, poi, è un simbolo. Non è solo una distanza di 42,195 chilometri, ma il racconto di una sfida umana che attraversa fatica, dubbio e rinascita. Prepararla significa imparare la pazienza, la disciplina, la fiducia nella propria determinazione. Ogni giorno di allenamento diventa un tassello di un viaggio che trasforma.

Chi corre non fugge da nulla: corre verso qualcosa. Verso un sé più consapevole, più leggero, più autentico. Per questo, se puoi, inizia. Allaccia le scarpe, non pensare troppo, e lascia che il primo passo apra il tuo cammino. Gli altri seguiranno, naturalmente, come un ritmo antico che ti riporta a te stesso.

Riflessione di Fedro, la politica non può essere affidata a dei tifosi, del 4 ottobre 2025

4 Ottobre 2025 in Post ad hoc, Prima Pagina

Un approccio aperto alla politica, basato sul dialogo e sul confronto, parte dal presupposto che le opinioni siano frutto di ragionamento, esperienza e valori condivisibili. Chi si muove in questa prospettiva è disposto a mettere alla prova le proprie idee, accettando il rischio di modificarle se emergono argomenti più solidi fondati su democrazia e legalità. In questo quadro, l’avversario politico non è un nemico, ma un interlocutore con cui condividere uno spazio di confronto; la diversità di opinioni è vista come una ricchezza, non come una minaccia.

All’estremo opposto troviamo l’approccio identitario o “calcistico” alla politica, dove l’appartenenza a un partito o a un leader diventa un tratto di fede, simile al tifo sportivo. Qui il politico preferito diventa una figura intoccabile: le sue parole vengono accettate senza critica e ogni dissenso è percepito come un attacco alla propria identità. Non c’è spazio per il cambiamento di opinione, perché l’adesione è emotiva e spesso viscerale. Il pensiero critico risulta marginalizzato dall’emozione di appartenenza e dalla necessità di sentirsi parte di un gruppo compatto.

Gli elementi centrali del primo approccio includono:

  • Disponibilità al confronto: si ascolta l’altro con l’intento di comprendere.
  • Verifica delle fonti e degli argomenti: le idee vanno sostenute da dati e principi coerenti.
  • Flessibilità intellettuale: ammettere la possibilità di avere torto.
  • Rispetto delle regole democratiche: accettare l’esito delle decisioni collettive.

Nel secondo approccio spiccano invece:

  • Fedeltà assoluta al leader o al partito.
  • Polarizzazione: riduzione della complessità a “noi” contro “loro”.
  • Rifiuto del dialogo: l’opinione diversa è scartata a priori.
  • Uso selettivo o distorto delle informazioni.

Per incentivare un dialogo costruttivo con chi rifiuta il confronto, non basta insistere sulla ragionevolezza: occorre agire su più piani. Alcune azioni possibili:

  1. Creare contesti mediati: gruppi o incontri moderati da terze persone neutrali, che stabiliscano regole di rispetto reciproco e tempi di parola.
  2. Partire da punti comuni: individuare temi su cui entrambe le parti possono convenire, anche minimi, per costruire gradualmente fiducia.
  3. Separare le idee dalle persone: discutere le proposte senza trasformare il confronto in un giudizio sul leader o sull’identità del gruppo.
  4. Stimolare l’ascolto attivo: proporre esercizi dove chi parla deve prima riassumere correttamente la posizione dell’altro.
  5. Educazione alla cittadinanza: promuovere, soprattutto nei più giovani, capacità di analisi critica e il rispetto per posizioni diverse.

Queste azioni non garantiscono un cambiamento immediato, perché l’adesione “di fede” alla politica è spesso radicata in fattori emotivi e sociali profondi. Tuttavia, possono ridurre l’ostilità e aprire una fessura attraverso cui la ragione può filtrare. La sfida è trasformare il confronto da scontro sterile in dialogo autentico: un compito complesso, ma indispensabile per una democrazia che voglia restare viva e capace di rappresentare tutti, non solo chi tifa per la propria squadra politica.

(EdS)

Personale cercasi, del 03.10.2025, venerdì

3 Ottobre 2025 in Personale cercasi

Pubblicità postazioni dirigenziali vacanti

Manifestazioni di interesse per mobilità interdipartimentale del personale anno 2025

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